Arriva la pillola della felicità. Cesana: «C’è una tristezza che non va eliminata»

Eliminare il disagio con le medicine ci fa dimenticare come si affronta la vita. Parlano Cesana, Borgna, Sindoni e Carta.

Cantava Mary Poppins nel 1964: «Basta un poco di zucchero e la pillola va giù…». Cinquant’anni dopo la pillola è diventata il dolcificante della vita, l’anestetizzante rispetto a ogni dolore o anche solo disagio, il risolutore meccanico di ogni sofferenza non solo fisica, ma anche psichica ed esistenziale.

L’ultimo ritrovato è la pillola che elimina i ricordi cattivi e spiacevoli. Se ne parla da anni. Nel 2004 si confidava molto nel propranololo, una sostanza che interferisce con l’azione degli ormoni dello stress nel cervello nella sua parte profonda, l’amigdala, una sorta di “interruttore” nell’elaborazione delle paure. Se la pillola “pigia” a disinnescare il motore delle paure, il ricordo non mette radici. Il problema ammesso anche da uno di quei ricercatori, Karim Nader – oltre alla capacità selettiva del farmaco (non è che elimina anche i ricordi belli?) – è che «non sappiamo se stiamo cancellando il ricordo o erigendo barriere che lo nascondono».

La soluzione sembra ora giungere dalla Francia: una nuova pillola, il Metirapone, è in grado di ridurre il cortisolo, un ormone dello stress, e così modificare, sino a cancellare, i ricordi indesiderati. Ritalin per i bambini iperattivi (la somministrazione ha raggiunto livelli preoccupanti in Germania), psicofarmaci consigliati dai genitori ai figli adolescenti anche in mancanza di patologie diagnosticate ma solo «per dare risposta al disagio dei propri figli» (una ricerca dell’Università di Torino dice che ne fa uso uno su quattro), pillole per la concentrazione e per aumentare le prestazioni intellettuali in vista degli esami (un giro sul web fa imbattere in numerose richieste di studenti universitari: «Conoscete una pillola che…»; l’International narcotics control board delle Nazioni Unite ha registrato un aumento del 300 per cento nell’uso di farmaci stimolanti negli Stati Uniti tra il 1995 e il 2006, e un sondaggio condotto da Nature ha mostrato che il 7 per cento degli studenti americani, con picchi del 25 in alcuni campus particolarmente competitivi, ha fatto uso di una o più di queste medicine, procurandosele spesso via Internet), ovviamente pillole per aumentare le prestazioni sessuali (Viagra, 7 milioni di pasticche solo in Italia nel 2011; Cialis, più venduto del Viagra; Levitra e Tradamix, la “pillola rossa” dell’Università di Napoli), pillole per allungare il pene (Naturomax), pillole per allungare la vita (il russo Vladimir Skulachev la cerca da quarant’anni, il principio su cui si basa è che a determinare la morte delle cellule sia l’ossidazione provocata dall’ossigeno. «L’ossigeno – dice – si trasforma in acqua nel 99 per cento dei casi, ma nell’1 per cento diventa un superossido potenzialmente velenoso. Dobbiamo trovare un antiossidante in grado di fermare questo processo»), c’è anche la “pillola del vino”, il Resveratrolo, potente antiossidante contenuto in grandi quantità nel vino rosso, che elimina i grassi e combatte l’obesità… Un doping generalizzato che va di pari passo con le campagne moralizzatrici antidoping nel mondo dello sport. Schizofrenie della modernità.

Leon Kass, medico e biologo, già presidente del Comitato di bioetica americano, parla al proposito di “anime felici”, cita il Mondo Nuovo preconizzato da Huxley e avverte: «La felicità del Mondo Nuovo è una pseudofelicità ottenuta con gli psicofarmaci. Ma la loro umanità è spenta: niente amicizie o amori, nessuna arte o scienza e, soprattutto, nessun autogoverno». Ma se le neuroscienze, l’ingegneria genetica, la biologia e la farmacologia possono venire incontro a qualsiasi desiderio dell’uomo, «dove sta il problema?», chiede Kass. «Cosa potrebbe esserci di sbagliato nel cercare di avere bambini migliori, prestazioni superiori, corpi senza età o anime felici?». In fondo, osserva, non si tratta, come negli esperimenti di eugenetica sociale del ’900, della pianificazione dall’alto di stati o regimi, ma di una società libera in cui «soggetti privati inseguono un sogno personale di felicità per sé e per i propri figli. Quindi, perché preoccuparsi della possibilità di lasciare che le persone decidano autonomamente come utilizzare farmaci o mezzi per gli scopi a loro più idonei?».

Il pericolo della perfezione
Il problema c’è, risponde Kass, e riguarda proprio la libertà, «riguarda la natura e il significato della libertà e della prosperità umana», il problema si chiama «uomo» e la «minaccia di deumanizzazione, nonché l’ipotetica promessa di una superumanizzazione». L’aspirazione ad avere anime felici e soddisfatte, ricorrendo ad agenti farmacologici che offuschino i ricordi dolorosi o migliorino l’umore, e la conseguente crescente medicalizzazione della vita umana hanno a che fare «con i temi dell’identità e dell’individualità, nonché del rischio di trasformarci in qualcosa di diverso da ciò che siamo nel cercare di raggiungere queste forme di perfezione; e, infine, la reale possibilità, nel perseguire alcuni di questi scopi parziali, di mettere a repentaglio quella che potrebbe essere la vera completezza umana».

Giancarlo Cesana, medico, psicologo e presidente della Fondazione Ca’ Granda del Policlinico di Milano, è preoccupato rispetto a questa ostentata onnipotenza della farmacologia e nello stesso tempo scettico: «Annullare i ricordi spiacevoli? Bisogna vedere se si riuscirà». In ogni caso trova pericolosissima «l’idea di togliere la memoria alla gente, nel senso che se a un uomo togli la memoria gli togli l’identità, ognuno di noi è il precipitato nel presente del suo passato». In secondo luogo è pericoloso perché «le sensazioni spiacevoli sono un segnale di allarme, l’infelicità ti avvisa che c’è qualcosa che non va, pretendere di eliminare questa tristezza è una riduzione dell’esperienza umana».

Chi scrive ricorda un’intervista a Giovanni Testori, già preda del tumore che lo condusse alla morte, in cui diceva che nell’esperienza del dolore si sperimenta un paradosso: il desiderio e il tentativo sacrosanto di fare di tutto per eliminarlo e nello stesso la coscienza che non è possibile eliminarlo del tutto. Il farmaco si colloca in seno a questo paradosso, forse non è il caso di demonizzarlo. «Certamente, siamo medici. Ma il caso in questione è un altro. La totale eliminazione della sofferenza psichica, il progetto di realizzare anime felici tentando di risolvere tutto da un punto di vista farmacologico è riduttivo, riduce l’uomo. Non è un problema medico, ma culturale; viviamo in una cultura che non sa più considerare alcuni aspetti fondamentali dell’esperienza umana, tra cui la sofferenza».

Se gli citi i casi di ricorso facile alla pillola sin dall’infanzia, Ritalin ai bambini e antidepressivi agli adolescenti, Cesana li legge come il segnale di «una tolleranza sempre minore nei confronti del disagio psichico e dei vari problemi che la vita pone, per cui sia nella scuola sia nella famiglia si risolve il problema in questo modo». Ma il sollievo è temporaneo, e ha una controindicazione: «Non ci si accorge che alzando il pavimento si abbassa il soffitto; se alzi la soglia della percezione (il pavimento) in modo che tu senti meno il dolore, contemporaneamente abbassi il soffitto e la stanza diventa più soffocante».

Il potere della farmacoterapia
Il professor Eugenio Borgna, grande psichiatra, dice che l’eliminazione dell’ansia e dell’angoscia lascia le persone ciniche e indifferenti e aumenta la violenza nei rapporti. «Sono d’accordo – commenta Cesana – non fosse altro per il fatto che vengono meno il sentimento e l’affettività, c’è quindi meno capacità di affezione e di attaccamento e il rapporto rimane più freddo e quindi più violento».

Cesana precisa, infine, che la glorificazione della pillola non è una sovraesposizione mediatica di un realtà minoritaria tra i medici: «È predominante nei media perché è predominante nella medicina. Purtroppo nell’ambito delle neuroscienze l’aspetto culturale, simbolico e umanistico è molto tralasciato. Il punto su cui far leva per resistere a questo trend è la cultura, la cultura dell’uomo, la coscienza di ciò che l’uomo è. Diceva un grande medico tedesco della prima metà del ’900, Viktor von Weizsäcker, che il medico ha a che fare con un ente che non è paragonabile a un oggetto fisico qualunque, la medicina non ha un’idea unitaria dell’oggetto del suo intervento, cioè dell’uomo. E l’uomo è più dei suoi neuroni».

Paola Ricci Sindoni, ordinario di Filosofia morale all’Università di Messina e vicepresidente di Scienza & Vita, sostiene che è meglio non fare a meno dei brutti ricordi perché, rielaborati, possono diventare l’anticamera di «un’altra esperienza fondante e rigeneratrice: quella del perdono». Non demonizza i farmaci, «che rompono il nostro equilibrio naturale quando si manifesta un dolore che impedisce il nostro agire nel mondo e nella storia»; ma mette in guardia «dall’allargare il potere della neuroscienza, sino a renderci incapaci di gestire personalmente elementi come la sofferenza psicologica e morale. Ci sono realtà biologiche che vanno supportate farmacologicamente, ma bisogna evitare il passaggio dalla collaborazione alla sostituzione della coscienza e della capacità di elaborare la sofferenza. La scienza ci obbliga continuamente a rimettere in discussione le nostre energie, che sono energie interiori e non esclusivamente di carattere biologico neuronale e non possono essere tenute sotto pressione da un farmaco».
Lungi dal proporre «forme di dolorismo eroico», la professoressa Sindoni rivendica però «la totalità della dimensione dell’essere umano» e denuncia «la stasi epistemologica psicologica della psichiatria per cui non si studia più la malattia mentale ma ci si affida al potere omnicomprensivo della farmacoterapia, si rimanda tutto allo strumento senza capire che l’uomo è più della gestione dei suoi disturbi psichici».

Quanto al perdono, evocato come esperienza fondante della persona e della società, la professoressa spiega che «l’uomo non può vivere senza la propria memoria personale e storica, questo fardello diventa più pesante quando porta il peso dei nostri limiti, dei nostri peccati, delle nostre infedeltà; i ricordi brutti sono spesso legati a relazioni distorte e violente che abbiamo avuto con gli altri. Di qui la necessità di perdonarsi, e il ricordo brutto ha la possibilità di sciogliersi in un’azione che è insieme una ricostruzione e un passo in avanti. Il perdono, diceva Hannah Arendt, è anche uno strumento politico di rinascita di una società, pensi a Mandela in Sudafrica o anche all’Italia del dopoguerra. Ma il perdono non si ottiene farmacologicamente».

Il compito del medico
Critico da sempre dell’approccio unicamente farmacologico alla malattia psichica, il professor Italo Carta si dichiara «non informato su questo nuovo farmaco» e dubita del fatto che esista la possibilità di selezionare chimicamente i brutti ricordi; quanto all’uso dei farmaci più in generale pensa che «debbano sempre essere accompagnati da una psicoterapia in senso specifico o da un sostegno da parte dello psichiatra che si può articolare in vari modi ma di cui la buona psichiatria non dovrebbe mai fare a meno». Ne fa a meno, invece, spesso e volentieri, dimenticando che «il compito del medico in generale e dello psichiatra in particolare è quello di instillare nel paziente sentimenti di speranza, un trasferimento quasi per osmosi che non può avvenire se a sua volta lo psicoterapeuta è disperato». Il ricorso facile al farmaco psicotropo è in questo senso controindicante, «non apprezzabile e non consigliabile» perché «sostituisce quelle che sono le risorse naturali con apporti artificiali che non giovano».

Chiedere al professor Carta se è vero quanto denunciato dalla professoressa Sindoni sulla pigrizia che la “soluzione pillola” induce in chi fa ricerca psichiatrica, provoca una sua vivace reazione: «Bisogna distinguere. I ricercatori di laboratorio, dei pazienti non sanno niente, non li vedono e non li trattano, fanno i loro test sui ratti. Il medico curante fa anche lui ricerca seppure con una diversa metodologia, i ricercatori disprezzano i clinici giudicandoli arruffoni. Io non condivido questo giudizio, non si può seguire in maniera dogmatica quello che prescrive la farmacologia, ci troveremmo spesso in difficoltà a trattare le singole situazioni cliniche, il medico adatta ogni suo strumento terapeutico alla situazione particolare, al paziente che ha davanti».

Il già citato professor Borgna ha detto in un’intervista: «Sono contrario alle indagini a tappeto, è preferibile la metodologia di ascoltare uno solo e a fondo per comprendere il significato dei cosiddetti sintomi, che poi sono segni di qualcosa. Il dominio della tecnica porta a un deserto di riflessione teorica, senza una valutazione della vita interiore non si fa psichiatria». Carta si dice «assolutamente d’accordo, le indagini a tappeto sono sui grandi numeri e non ci dicono niente del vissuto personale dei singoli soggetti, ma è purtroppo invalsa questa tendenza categoriale per appiattire e annullare il singolo soggetto nella massa dei dati statistici». In fondo si tratta di saggezza, non in pillole.