Angelo Scola e «la voce dei cattolici quasi sparita» in questo deserto di educazione

La serietà del problema a cui allude il cardinale nella sua malinconica battuta. E il moltiplicarsi degli inviti – da papa Francesco alle famiglie – a «sporcarsi le mani»

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Un paio di giorni fa, sostando nel backstage dello stadio Meazza dove aveva partecipato all’annuale raduno della Chiesa ambrosiana che ha visto la partecipazione di decine di migliaia di ragazzi provenienti da oratori e parrocchie di tutta la Lombardia, provocato da una giornalista, il cardinale Angelo Scola ha fatto una considerazione breve e amara. «La voce dei cattolici è quasi sparita». Non è una notizia?

Non c’è chi non veda la serietà del problema a cui allude Scola nella sua malinconica battuta. È quanto riflette l’editoriale del sociologo Mauro Magatti sulle pagine milanesi del Corriere della Sera (4 giugno). Secondo Magatti, «le considerazioni del cardinale Scola sulla debolezza della presenza dei cattolici in politica suscitano molte riflessioni. Soprattutto perché è il cardinale di Milano a proporle». Giustamente il sociologo osserva che «prendendo le distanze dai difetti ricorrenti della curialità romana», in ambito ecclesiale «il cattolicesimo ambrosiano (e lombardo) ha sempre giocato un ruolo specifico e di primo piano».

A misurare la distanza che c’è tra l’afasia attuale e quello che Magatti definisce «l’ultima manifestazione di questa straordinaria vitalità» del cattolicesimo milanese e lombardo – e cioè « il tentativo di don Giussani» e «il forte impatto che Cl ha avuto», nonostante «oggi anche quella avventura deve fare i conti con tutta una serie di difficoltà», che per Magatti sono sostanzialmente due: Formigoni non ha lasciato eredi e i tempi sono profondamente cambiati – vengono in mente i più recenti tentativi di ridare vita alla presenza cattolica in politica. Prima con le varie “Todi”. Iniziative generose ma fallite perché realizzate nella forma stantia di operazioni verticistiche. Poi con la disastrosa «salita in politica» del professor Mario Monti. Con cattolici politicamente corretti, come il fondatore di sant’Egidio Andrea Riccardi (dal 22 marzo felicemente appoltronato alla presidenza della statale Società Dante Alighieri) e cattolici ex berlusconiani, come Mario Mauro, in questi giorni tornato all’opposizione dopo un travagliato percorso in Scelta Civica e l’approdo finale in Area Popolare. «Sta di fatto – conclude il sociologo – che il cattolicesimo ambrosiano oggi sembra in difficoltà proprio sul terreno su cui è stato storicamente forte: ricomporre in modo originale fede cristiana e modernità».

D’altra parte non è che il papato non abbia sostenuto e invitato i cattolici a rimettersi in movimento rispetto alla politica. Non parliamo di Giovanni Paolo II, il gladiatore che ha trascinato i cristiani sulla scena pubblica e li ha guidati a farsi soggetti politici (si pensi a Solidarnosc) di cambiamenti epocali. Ma lo stesso papa Ratzinger e ora papa Francesco, sia pur con accenti diversi, hanno rilanciato la celebre frase di Paolo VI sulla politica «come una delle forme più alte di carità», chiedendo ai cattolici di «sporcarsi le mani», per dirla con le parole di Bergoglio (30 aprile, alla Lega Missionaria Studenti d’Italia).

Dice Francesco: «Ma un cattolico può immischiarsi in politica? Deve! Fare politica è importante: la piccola politica e la grande politica». E ancora: «Fare politica è martiriale: davvero un lavoro martiriale, perché bisogna andare tutto il giorno con quell’ideale, tutti i giorni, con quell’ideale di costruire il bene comune. E anche portare la croce di tanti fallimenti, e anche portare la croce di tanti peccati. Perché, nel mondo è difficile fare il bene in mezzo alla società senza sporcarsi un poco le mani o il cuore: ma per questo vai a chiedere perdono, chiedi perdono e continua a farlo. Ma che questo non ti scoraggi. “No, Padre, io non faccio politica perché non voglio peccare” – “Ma non fai il bene! Vai avanti, chiedi al Signore che ti aiuti a non peccare, ma se ti sporchi le mani, chiedi perdono e continui avanti!”. Ma fare, fare… E proprio lottare per una società più giusta e solidale».

Certo, la politica condotta per vie giudiziarie, l’ideologia giustizialista e l’illusione di ricostituire comunità e democrazia con il ricorso alla tecnica e al cosiddetto “social-network” delle piattaforme digitali, ha tagliato le gambe a qualunque tentativo di rinascita dell’impegno ideale immediatamente privo di fascino mediatico o di personalismo messianico (vedi Berlusconi e poi, a seguire, Renzi, Grillo, Salvini). Sono internazionali e complicati i problemi che hanno condotto, in Italia e nel resto d’Europa, alla fine della politica. E tanto più alla sparizione dei cattolici in politica. Però, una vitalità anche un po’ confusa e non strumentata, insieme a una richiesta di iniziativa dal basso, continuano a crescere e ad affacciarsi sulla scena pubblica. Lo certificano fenomeni come la Manif pour tous in Francia o le Sentinelle in piedi in Italia, la mobilitazione spontanea delle famiglie contro l’introduzione dell’istruzione al gender nelle scuole o la protesta contro l’irregimentazione culturale.

La stessa manifestazione indetta a Roma il prossimo 20 giugno da singole persone, associazioni di persone ma non sigle ecclesiali, esprime un’urgenza di ripartire dal basso. Soprattutto, sta indicare il farsi strada della consapevolezza che il rischio “politico” è tipico della libertà personale ed è un rischio non confessionale, laico, in un certo senso “libertario”, che riguarda non la Chiesa, ma il bene comune e il futuro di tutti, credenti e non credenti. Questo è il punto su cui forse occorre riflettere all’epoca in cui il peggiore dei mali è l’odio alla res pubblica, la riduzione del pensiero a grida belluine o a consolazione religiosa privata, l’incapacità di rompere gli schemi vuoti del potere che suggeriscono borghesismo individualista, pace nel senso di “farsi gli affari propri”, considerare l’unità del popolo come una peste.

Dopo tutto, come nacquero le grandi imprese di progresso sociale e civile in cui laici cattolici furono protagonisti insieme a laici non cattolici? Per non andare troppo in là, ai sindacati e alle organizzazioni di mutuo soccorso di inizio secolo scorso, per quanto riguarda il mondo ambrosiano evocato da Magatti, basti pensare a come è nata la Compagnia delle Opere. Con Giorgio Vittadini, oggi illustre professore di Statistica e tenutario di una altrettanto illustre Fondazione per la Sussidiarietà (tra l’altro è suo il merito dell’introduzione del principio di sussidiarietà nella Costituzione italiana), che all’epoca (fine anni Ottanta) venne sospinto da don Giussani a trasformare in concreta solidarietà e iniziativa sociale le cosiddette “opere”. Cioè esempi di impresa nate dall’ideale cristiano e desiderose di servire il progresso umano in ogni ambito. Politica compresa. La Cdo non nacque direttamente in politica e nei grandi scenari di ricomposizione (alla Bartolomeo Sorge) della politica. Mentre il gesuita costruiva il laboratorio dell’antimafia di Palermo – un luogo di potere finissimo e purissimo che fece da nave scuola a personaggi come Antonio Ingroia – la scintilla che innescò la Cdo fu l’amicizia del lombardo Vittadini con una famiglia di Alcamo, Sicilia, che aveva il problema di come tenere in piedi una piccola azienda produttrice di un ottimo vino.

Ma cosa siano oggi le innumerevoli “societas” stile Cdo, le no profit e le associazioni di volontariato sociale, i movimenti, e come essi incidano nella società italiana, culturalmente e socialmente, rispetto alla fame di lavoro e al deserto di educazione; rispetto all’iniziativa legata al bisogno delle persone e nei confronti della politica generale, è difficile dirlo. E questo è un problema. O forse è il problema. Sussurrato dal cardinale di Milano ai microfoni dei cronisti con un «la voce dei cattolici è quasi sparita».