Andavamo in Via Commenda

1954-2000. Dal Berchet al fenomeno Formigoni. E domenica scorsa in 30 mila a Rimini per fare “esercizi spirituali”. Piccola storia fotografica di quattro gatti liceali che hanno fatto popolo e si sono sparsi in settanta nazioni. Perché il cristianesimo di don Giussani piace ai laici. Ed è temuto dai clericali

Siamo diventati grandi e certo don Luigi Giussani e la sua CL che arriva fino alla stella politica Roberto Formigoni, non hanno certo bisogno di noi per essere raccontati. Ma siccome è notizia di questi giorni la convention di questi 30mila cattolici a Rimini ci è sembra interessante, in relazione all’apparizione in redazione del sessantenne architetto milanese Paolo Favole e delle sue foto di compagnia di giro liceale, unire all’omaggio a una storia di fede e libertà, brandelli di memoria su ciò che il carisma di don Giussani (tipicamente “ambrosiano” come ha bel colto di recente “L’Opinione liberale” di Arturo Diaconale e Paolo Pillitteri) è stato ed è per il mondo, non soltanto italiano, che abitiamo in comune. Una storia qui solo evocata per flash orientati verso le sorgenti. Ma che, nell’epoca in cui appena appena si sente qualche spiffero di verità uscire dal pesante e ancora socchiuso portone bronzeo della storiografia ufficiale, comprensibilmente scritta ad autocelebrazione degli ideologismi militanti, è ancora tutto da scoprire. Come ogni vera narrazione poetica che rispecchi le intenzioni della vita contro quelle del potere, questa storia è destinata a un rivelazione gloriosa. Il tempo si è già incaricato di fare piazza pulita della scarsa fiducia che l’esperienza di Comunione e Liberazione ha goduto nella mentalità dominante di fine ‘900. Ma siccome al di là di ogni incoerenza e delle cose belle e brutte che capitano in ogni famiglia, il vero è come l’acqua, che per quanti sbarramenti gli si imponga trova sempre un carsico punto di fuga, il movimento di don Giussani che da tempo ha trovato l’ambìto riconoscimento, di principio e di diritto, in sede ecclesiale, anche da chi è stato estraneo e tessitore di ben altra storia, può oggi sentirsi dire fraternamente – come ha scritto al fondatore di CL l’ateo e carcerato Adriano Sofri commentando l’incontro del Papa coi movimenti in san Pietro due anni orsono – “volevo solo dirle che ho visto la sua fotografia col papa, in piazza San Pietro, nel giorno dei movimenti, allegata da “Tracce”: bellissima. Lei che vuole inginocchiarsi, il papa che vuole rialzarla, un doppio movimento degno di quel Caravaggio che avete deciso di portare al Meeting, per far testimoniare anche a lui che la vita non è sogno. Ha saputo aspettare, il suo movimento.”
56 anni dopo, sempre “sul pezzo’
“Che cos’è l’uomo e come fa saperlo” recita il titolo degli esercizi della Fraternità di CL svoltisi nei giorni scorsi a Rimini (cfr qui cronaca di Zottarelli). Cinquantasei anni dopo, ancora Luigi Giussani. Poteva venire qualcosa di buono dalla piccola e brianzola Desio, patria di piccole imprese e socialisti turatiani? Ieri don Gius, come lo chiamano affettuosamente i suoi, parlava a quattro ragazzini del Berchet, tra un intervallo e l’altro, su un ballatoio di liceo. Oggi conversa via satellite con amici sparsi in una settantina di paesi del mondo e la sua Fraternità di CL è costretta a prenotare tutti gli hotel della riviera, da Rimini in giù, perché Giussani e la leadership che lo collabora alla guida del movimento, possano incontrarsi e parlare a 30mila adulti, famiglie, lavoratori, che scelgono di sacrificare un week-end per quella bizzarra cosa che chiamano ancora “esercizi spirituali”. Ma non era una specialità da preti? Non è il cristianesimo un fatto del passato, che offre qualche suggestione spirituale per via del Giubileo o, nel migliore dei casi, appigli per una sincera quanto fugace ammirazione per la popolarissima figura di un papa Giovanni Paolo II, protagonista assoluto dell’ultimo scorcio di secolo? Non resta comunque un cascame, nella vita quotidiana dominata dalla nervosa, dura, concreta lotta per le necessità della vita, il Vangelo una sorta di antico adagio proverbiale, una specie di papiro egizio, un incunabolo medievale, tutt’alla più sorgente di ispirazione e buoni sentimenti, ma senza autentica presa sulla realtà, un messaggio che riposa negli archivi dei retrobottega cupi e polverosi degli amministratori di cose religiose, visione di chiese e parrocchie linde e deserte, camposanti, omelie untuose, buona stampa a perdere, volontariato azzimato dall’ansia terzomondista e psicopedagogista? Non è che ai giovani che si strippano nelle discoteche, scuole, zoo di Berlino, non dicano più niente nemmeno gli ami confusi che lanciano loro preti rockettari, santi egidi celestini, fraticelli d’Assisi che investono sulla Pace o che cantano a Sanremo di poveri e debito estero, preti di lotta e di governo contro la droga e preti in tv con Luana Borgia per mostrare il bell’exemplum di conversione morale? Da/per Rimini. Un treno, aneddoto di un destino Quella del figlio di un socialista, prete sì, ma di temperamento anarco-spartachista e, malgré lui, diventato Monsignore, è un’avventura singolare nel secondo dopoguerra italiano. Un lungo filo d’Arianna che si sgomitola intatto e arriva nel nuovo millennio con tutta la sua prorompente vitalità, documentata anche dalla non episodica presenza di una realtà giovanile che, anche sul piano, civile (come hanno incidentalmente riproposto i risultati delle elezioni universitarie di questo mese, vinte, come succede da trent’anni a questa parte, dalle rappresentanze studentesche di area ciellina), contro ogni immagine ufficiale che è data dei giovani nelle analisi e sui media, dimostra l’esistenza di un seme di nuove generazioni che non rinunciano ad una presenza cristiana nell’ambiente e che hanno raccolto il testimone dei padri. Si chiama “popolo” quello che è scaturito da un uomo così attratto dall’ideale cristiano che nel 1954, a poco più di trent’anni, abbandona di schianto una carriera accademico-teologale per buttarsi nella mischia della più laica scuola statale della più avanzata città del Nord. Perché? Giussani l’ha spiegata così in un suo intervento del 1960 (oggi raccolto in “Porta la speranza, primi scritti”, Marietti, 1997).

“Una volta viaggiando verso Rimini mi capitò di trovarmi con un gruppo di studenti liceali e mi intrattenni con loro in una discussione. Mi sorprese subito la loro enorme, cosmica e spaventosa ignoranza. Trovai altri quattro o cinque studenti liceali andando una seconda volta verso Ancona e, avendo portato appositamente il discorso sugli argomenti del primo incontro, dovetti concludere con una identica notazione. I due gruppi di giovani provenivano da due diverse regioni d’Italia, tra loro etnicamente ben distinte. Ritornato a Milano, continuai le mie ricerche e le mie scoperte (le scoperte si fanno sempre quando c’è l’ipotesi di una scoperta) tra gli studenti che prendevano lo stesso treno con me, quando ritornavo dalla metropoli verso il Seminario di Venegono. Erano studenti delle frange provinciali delle scuole di Milano e la mia impressione fu analoga. Dissi allora in cuor mio: bisogna che al Paradiso della Teologia venga premesso il Purgatorio del lavoro in questa vita. Sentii ciò veramente come un dovere. Come si poteva rimanere fermi a contemplare l’essere e l’essenza, cose stupendamente belle quando la gente fosse tranquilla, se i miei fratelli cristiani continuavano a restare nell’ignoranza e nell’indifferenza?”
Gioventù studentesca, primo movimento del dopoguerra Di qui nasce la storia, imprevedibile come tutte quelle che mettono insieme miracoli delle libertà e grazia di Dio, la storia di un uomo che lancia Gioventù Studentesca, il primo movimento giovanile non affiliato ad un partito politico nella storia della scuola italiana. E’ la storia – dovrà ammetterlo anche Adriano Sofri che vede nel ’68 la peculiarità di movimenti che scoprono l’altra metà del cielo e la solidale concorrenza tra i sessi – di una compagnia cristiana che, con grande scandalo della borghesia bacchettona di destra, azionista e di sinistra, e altrettanta viva preoccupazione della curia ecclesiale, si butta dietro le spalle ogni sessuofobia e per la prima volta nelle vicende dell’associazionismo cattolico, mette insieme ragazzi e ragazze nella persuasione che, come la natura umana è una, la proposta è una, direbbe Verlaine, poiché tutto “è come nebbia che sale tra le forre verso uno scopo unito”.

Tanto più si capisce questo principio unitario come chiave di volta della conoscenza in don Giussani, per il quale la teologia non è mai disgiunta dal temperamento paolino secondo cui “non c’è più né greco, né giudeo, né schiavo né libero, né uomo, né donna, ma siamo tutti una cosa sola in Cristo” e la cui pretesa, ripeterà sempre (riecheggiando Kierkegaard) la sfida del suo carisma al mondo è “Cristo, l’unico problema serio della storia”.

Quel “Raggio” al Berchet Questa storia si presenta poi nei fatti come una vicenda semplice, simile a quella di quei famosi pescatori, duemila anni fa, sul lago di Tiberiade. Certo non prevedibile da un professore di religione la cui avventura inizia al liceo Berchet e prosegue poi all’Università Cattolica di Milano, non perseguendo nient’altro che la condivisione della vita con i suoi studenti, tentativamente e totalmente giudicandola alla luce dell’ipotesi cristiana. Così che, dal ’54 ad oggi, il segreto e la laicità del sacerdote lombardo non stanno nella forza morale di un esempio, ma nella sfida di una ragione. Giussani non trattiene i ragazzi a sé, non li conquista con tornei di calcio, con la suggestione di un particolare impegno social-politico o con trasgressive analisi culturali. Non li invita a seguire gli slogan (liberali prima, comunisti poi) di moda nell’ambiente, Giussani si fa compagno quotidiano di vita dei suoi ragazzi: si badi bene, compagno, vale a dire adulto non invadente, serio, sicuro, confidante e rispettoso della libertà altrui; non già clerico paternalista o (variante moderna del clerical-personalismo d’antan) amichetto connivente delle mattane e istintività adolescenziali. Dentro questa compagnia che tocca ogni problema del giovane – dalla scrittura del giornalino studentesco alla rilettura critica dei testi scolastici o delle piéce brechtiane del Piccolo teatro di Sthreler, dai bisogni del singolo della comunità, alla gita della domenica, dalla caritativa in Bassa con i bambini poveri, alla sollecitazione di uno slancio aperto, curioso e missionario verso il mondo – Giussani si fa decisa proposta di quell’ideale che convince e affascina lui stesso. Centro e riepilogo riflessivo di questa diuturna vitalità in paragone continuo con un ideale, è quel “Raggio” di cui recentemente è venuta scoperta (cfr. Tempi 13/19 aprile 2000, pp.13-16, intervista ad Evghenija Tokareva) che persino papa Pio XII aveva immaginato come strumento per il superamento del tradizionale associazionismo cattolico incardinato prevalentemente nel tessuto territoriale parrocchiale e nuova forma di presenza dei laici cristiani nel mondo moderno attraverso la creazione di comunità d’ambiente. Piccolo particolare: anche qui, nella realizzazione fin dall’anno 1955 di questi “raggi” d’ambiente, sembra che don Giussani abbia semplicemente reso storia l’intuizione del Papa appena accennata e la cui documentazione ha dovuto attendere lo studio filologico e monografico sulla chiesa italiana tra le due guerre, fatto da una storica russa e pubblicato dall’Accademia delle Scienze di Mosca agli inizi del nuovo millennio! Ragionevole come una madre e un padre (se sottomessi all’esperienza) E’ un discorso, certo, recuperabile oggi anche nella sterminata biografia che si va affastellando degli scritti giussaniani, ma è soprattutto un metodo assolutamente originale di “fare il cristianesimo”. Un metodo (la cui etimologia greca, odos, cammino, Giussani non si stanca mai di ricordare, in quanto riassume in sé già un programma di vita: dal punto di vista esistenziale, dice Giussani, le certezze più importanti si raggiungono per “osservazione insistita, frequentazione, osmosi” di fatti e persone) che ha una differenza non marginale dal discorso (pre-cotto) che, ad esempio in ambito ecclesiale (ma l’osservazione è pertinente ad ogni livello educativo) nasce dai cosiddetti progetti e analisi pastorali: è la rivelazione di un “io in azione”, che interroga e si fa interrogare continuamente dall’esperienza e che ha nelle tre parole chiave della sua premessa al “Senso religioso” – realismo, ragione, moralità – i pilastri di un’esperienza di verifica del cristianesimo che, agostinianamente, chiede d’essere solo conosciuta e sperimentata prima di decidere se sia da rigettare o no. Per questo Giussani ha fatto suo il moto del filosofo Jean Guitton – “ragionevole è ciò che si sottomette all’esperienza” – a tal punto che egli non ha mai avuto nulla da difendere, nemmeno in primis la fede in Cristo e nella Chiesa, se non come esito di quel cammino e di quella persuasione che è frutto di un impegno totale e razionale dentro l’orizzonte dell’esperienza umana.

Le radici profonde di un genio sono in una madre in cui la fede irrora senso estetico nei più umili atti quotidiani e in un padre socialista le cui grandi speranze per un mondo più giusto non sconfinano mai nel massimalismo, ma come la musica classica al cui ascolto educa il figlio fin dalla più tenera età, si alimentano di ragioni. Non sappiamo se e cosa possa oggi passare per la testa a un bimbetto di sei anni che si alza alle cinque del mattino per andare a servir messa e lungo la strada sentisse la mano della mamma stringersi alla sua con più intensità del solito mentre solleva lo sguardo al cielo e commenta l’albeggiare del mattino con un “Come è grande Dio che fa tutte le cose”. Ma certo quello è stato uno degli attimi in cui Giussani ha visto descritta in contorni chiari e definitivi “il significato della vita”. Quanto al ramo paterno, come lo stesso Giussani ha confidato in un’intervista (Cfr. Pierluigi Battista, La Stampa, 4.1.’96) “Quando uno ha un padre che chiede al figlio che è in vacanza dalla dura routine del Seminario: ’Ti sei dato le ragioni di tutto quello che cerchi di definire e che fai?’, continuamente traendo dalla sua appassionata, giovanile ma accanita discepolanza all’’umanità nuova’ dei Turati e delle Kuliscioff un accento di umanità commovente e- sembrava – più persuasiva di quella tradizionale, allora la partecipazione a una proposta nuova che tutto cercava di sommuovere, rendeva più figlio chi lo ascoltava e grato per un’educazione per cui le implicazioni della vita fiorivano. Per questo – aggiunge Giussani indicando il punto di innesto dell’educazione ricevuta con il movimento da lui originato – per noi l’educazione è introduzione continua alla scoperta di un significato del reale. Cioè della verità”.

Da Leopardi a Sgarbi Cinquantasei anni dopo, resta viva l’emozione di una scoperta fatta a 15 anni, quando già in seminario, Giussani scopre che il grido di Giacomo Leopardi aveva un nome e cominciò da allora a recitare la poesia “Alla sua donna” come preghiera di ringraziamento per l’eucarestia. Poiché dice e sente Giussani da 56 anni a questa parte, “non solo questa Bellezza non ha sdegnato rivestire l’’eterno senno’ di carne umana, non solo non ha sdegnato di ‘provar gli affanni di funerea vita’, ma è diventato Uomo ed è morto per l’uomo. La Bellezza è diventata carne e ha provato ‘fra caduche spoglie …gli affanni di funerea vita’. Non l’uomo ‘ignoto amante’ di lei, ma lei presente, ignota amante dell’uomo”.

E’ interessante che un non certo sospettabile di particolari frequentazioni mistiche, il formidabile polemista politico e critico d’arte Vittorio Sgarbi, abbia scritto in proposito: “Giussani aggiunge a quello che Leopardi dice quello che Leopardi è”
Un padre della grande Milano Dunque una storia che inizia a Desio, si fa leopardiana in un seminario di Venegono e diventa presenza nel grande teatro politico, sociale e culturale della generosa e aperta Milano degli anni ’50. La Milano dei grandi movimenti migratori, la Milano dei meridionali arrivati con le valigie di cartone, la Milano accogliente e che non relega l’uomo del sud lontano dal suo centro aristocratico per pianificargli un futuro urbanistico-sociologico tutto funzionale alle fabbriche di Mirafiori. La Milano civile e democratica, erede della migliore tradizione illuminista, socialista e cattolico popolare. La Milano dei cardinali Schuster, Colombo, Montini e la capitale del laboratorio delle idee innovative, che più raramente hanno camminato sull’asse Torino-Roma, benché da quest’asse siano venute le classi dirigenti che hanno condizionato il destino italiano dall’Unità ad oggi. Qualche nome di personalità protagoniste della vita della metropoli a cavallo degli anni ‘50-‘60? Dalla politica alla cultura, dal mondo sindacale a quello giornalistico è un fiorire di personalità che spiega il carattere fieramente indipendente e operoso della capitale lombarda: Marcora, Vittorini, Di Vittorio, Rossanda, tutto il Corriere della Sera, Buzzati, Gadda, Montale, Montanelli, Spadolini, Craxi. Il liceo Berchet di allora era lo specchio di questa fervida intellettualità ricca e plurale. Quando Paolo Favole è venuto a trovarci portandoci le foto d’epoca che vi presentiamo, ci siamo istintivamente sentiti parte di questa storia, che ha avuto (ed ha) scelte politiche e accenti culturali diversi, ma che si capisce è maturata nel terreno vivo del dialogo e del confronto di idee. Una storia con una sfila di nomi più o meno conosciuti – come Cerboni, Scarpati, Contri, Pulitanò, Galignani, Strola, Botturi, Scabini, Negri, Peretti, Zola, Mascagni, Gavazzi, Pillitteri, Del Pennino, Della Pergola, Rusconi, Mantovani, Mangini, Ciol, Guenzi, Feliciani, Clericetti, Morlin, Zardi, Rusconi, Strik Lievers, Krumm – ma che resta a tutt’oggi una lezione che merita di essere indagata e conosciuta per la sua validità sul terreno civile. Tant’è che lo stesso plebiscitario consenso a Roberto Formigoni non sarebbe oggi comprensibile se non alla luce di un’educazione che ha saputo costruire degli uomini, non migliori degli altri, ma responsabilmente e laicamente dediti al bene comune. Come ci ha detto recentemente il pannelliano e pannunziano Lorenzo Strik Lievers, che a distanza di tanti anni, lui che con un certo orgoglio rammenta di essere stato l’”agitatore” dell’unica classe del Berchet “in cui non c’era nemmeno un giessino”, l’educazione di un educatore che “ era una presenza notevolissima, direi anzi straordinaria. Era, in tutti i sensi, un insegnante “diverso”. Senza dubbio era tutt’altra cosa rispetto all’immagine standard del prete bigotto e un po’ untuoso, “clericale”, che potevo avere io. Giussani buttava per aria completamente tutto, terminologia, scelta dei temi, approccio filosofico, sollevava tutto per aria e scandagliava tutto in un modo insopportabilmente rigoroso. Al di là dell’essere o non essere cattolici, resta questo suo modo di mettere in gioco nel rapporto educativo, nel rapporto interpersonale, nel dialogo, appunto, l’umanità intera. In fondo, anche questo suo modo di concepire il cristianesimo, come incontro con una realtà e non come fatto in qualche modo intellettuale, ideologico, mi pare sia un dato di grande serietà e dignità, che sfugge all’accusa di integralismo – inteso nel senso becero e antilaico che il termine “integralismo”comunemente ha – e che mostra invece capacità di prendere sul serio la propria coscienza religiosa”.