Anche gli artisti di strada hanno famiglia. Se ne ricordi l’Italia dei garantiti

Da un dibattito al Comune di Milano su giocolieri, madonnari e statue viventi, qualche osservazione sulla terza ondata e lo Stato accentratore di ingiustizia. Tragedia nella tragedia

Artista di strada

Discutevamo ieri in Consiglio comunale dei problemi dei cosiddetti “artisti di strada”. Dal giocoliere al semaforo, al disegnatore di marciapiedi o volgarmente detto “madonnaro”. Dalla “statua vivente” al clown, mangiafuoco, musicante e via discorrendo di quella varia e molteplice umanità che si guadagna o non si guadagna la vita esibendosi per strade, stazioni, metropolitane, letteralmente col cappello in mano.

Si capisce che con la recrudescenza del virus, costoro – «stiamo parlando di gente che ha anche famiglia», ci hanno detto le associazioni ascoltate in Comune – sono condannati a tirare a campare con l’arte dell’arrangiarsi. Anche perché non sono previsti ristori governativi, regionali o comunali per loro.

Questo spunto di impresa particolarmente libera, fino alla temerarietà poiché scommette tutto su una creatività non immediatamente remunerativa e totalmente dipendente dalla generosità altrui, ci introduce al tema della tragedia nella tragedia della terza ondata. Ed ecco qualche considerazione in proposito.

Il giuro e spergiuro sui vaccini

La prima: la Gran Bretagna, nazione tanto vituperata perché con il suo orgoglio nazionalista e pragmatista ha inizialmente subìto massivamente l’urto della prima ondata (per altro non diversamente di come lo subì la Lombardia), è ora avanti a tutti in Europa. Avanti per la capacità di dotarsi autonomamente di vaccini. E avanti per l’agilità organizzativa, a impronta non statalista ma liberale, di inocularli massivamente con tempestività e pertinenza di campagna vaccinale.

L’Italia, invece, che con il governo Conte è stata tutto un profluvio di parole, promesse, chiacchiere e distintivi che dal centralismo romano avrebbero equamente e prontamente risposto al bisogno di cura di tutti, è adesso il fanalino di coda d’Europa. Nei contagi e nei vaccini.

Vogliamo ricordare il giuro e spergiuro di Natale sull’acquisto e programmazione dei vaccini nel giro di poche settimane da parte del nuovo boss dei Cinquestelle in coppia con l’altro, quello del casco spaziale in testa, portato in giro e tutti a scrivere «però, che genio!», invece del più logico anche se maleducato «ma è proprio scemo!»?

Garantiti e no

Seconda osservazione: per quanto bizzarri, estremi e temerari, gli artisti di strada fanno parte di quella gran parte di popolo italiano che vive del rischio del proprio lavoro, non ha un posto fisso né tantomeno riscaldato dal privilegio sindacale o del magistrato che stipendio e carriera li fanno per anzianità (a prescindere dal fatto che un giorno ti danno una multa e tu ti permetti – come ha fatto un magistrato di Torino, stando ai giornali – un «con questa mi ci pulisco il culo»).

Terza osservazione: c’è un’altra gran parte di lavoratori del paese, costituita da dipendenti pubblici, statali, amministratori locali, che a meno di un tracollo di tutto hanno ovviamente gli stessi problemi e ansie sanitarie di tutti. Ma non gli manca il pane. Non gli mancherà. È in certi casi non perché siano degli sfaccendati per definizione – sì, c’è anche chi sfaccendato lo è – ma perché col Covid lavorano meno (o lavorano niente), avendo lo stipendio garantito comunque.

Statalismo di ingiustizia

Quarta osservazione: di fatto l’Italia è un paese spaccato in due, con condizioni umane ed economiche molto diverse. Ci sono i garantiti (i dipendenti statali) e i non garantiti, lavoratori e imprenditori privati, in cerca ristori da parte dello Stato.

Una postilla: quanto più odioso deve apparire, agli occhi di un lavoratore che rischia e vive del suo, vedere che giù a Roma, per esempio attorno al commissario per l’emergenza, si sia creata una corte dei miracoli per cui ci sono miracolati e ruffiani che hanno guadagnato con una mail quello che cento operai bresciani – neri compresi – non guadagnano nemmeno in una vita?

Qui non si tratta di invidia sociale. Qui si tratta di un sistema accentratore di ingiustizia che il partito di Beppe Grillo ha elevato a massima potenza, ci si è tuffato e ci ha sguazzato come nessuno prima di lui, ha messo il resto del paese in mutande di cittadinanza di serie B.

Tensione, frustrazione, povertà

Quinta osservazione: abbiamo fatto e la gran parte degli italiani hanno sinceramente sostenuto un Mario Draghi di governo e salute nazionale. Qualcosa mi dice però che se una parte del paese – quella più legata alle logiche dello statalismo, sindacalismo e consociativismo romano – non capisce che deve essere generosa con l’altra parte che è praticamente nella condizione di tutti gli artisti di strada, quella tensione, frustrazione, povertà che oggi si sente qua e là, a tratti in giro per l’Italia, esploderanno rumorosamente.

In che modo? Non si sa. Ed è meglio non saperlo. Perciò se possiamo dare un consiglio molto umile, consigliamo alle dipendenze pubbliche di essere molto ma molto generose con quelle private. Oggi una cartella o una sentenza pazza possono diventare facilmente, più facilmente di sempre, il classico cerino acceso in una santabarbara. 

Foto di Alex Blăjan per Unsplash