Ad Alice Munro il Premio Nobel per la letteratura. Ma dovevano darle quello per la sfiga

Non a tutti piace la scrittrice canadese. C’è anche chi la trova piatta e banale. Come Christian Lorentzen: «Leggendo i suoi racconti, ho visto il cancro incombere sulla gente»

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«Alice Munro è nota soprattutto come autrice di racconti ma sa portare in ciascuna storia altrettanta profondità, intelligenza e precisione come la maggior parte dei romanzieri in tutta la loro opera: leggere Alice Munro è imparare ogni volta qualcosa cui non si era mai pensato prima». Sono le motivazioni con cui la giuria del premio Nobel per la Letteratura ha deciso di premiare l’autrice canadese. I media festeggiano la vittoria di una donna, descritta come persona «gentile e buona», la cui bravura «supera in modo sconcertante la sua fama» (Jonathan Franzen). Non tutti i recensori di Munro, però, ritengono che la scrittrice si meritasse tale onorificenza. Christian Lorentzen, editor della London Review of Books, a giugno aveva pubblicato una stroncatura netta dell’opera della “Checov canadese”, accusandola, né più né meno, di indurre i lettori alla depressione.

STORIE DEPRIMENTI. Lorentzen cerca di spiegare ai lettori più sensibili perché dovrebbero evitare le storie di Alice Munro. Leggere i suoi racconti ambientati in freddi paesini canadesi, le sue storie intimistiche, scrive Lorentzen, «ha indotto in me non un senso di ammirazione ma uno stato di torpore mentale che mi terrò per tutta la vita». «Sono divento triste, come i suoi personaggi, e come loro sono diventato sempre più triste». «Ho iniziato a pensare che la vita fosse  “sudicia” e “misera” (due parole che vengono a galla tutto il tempo nei suoi racconti) come nelle storie di famiglia e nei dettagli che Munro non dimentica mai di ricordare». Leggendo i suoi racconti, «ho visto il cancro incombere sulla gente». Ho visto «la demenza senile in agguato su persone che saranno private del ricordo dei loro piccoli adulteri a cui hanno sempre dedicato un pensiero in ogni giornata della loro vita».

SCRITTRICE DA MAGAZINE. Non è solo una questione di tristezza, quella che pesa sull’opera della scrittrice canadese, avverte Lorentzen: «Le sue storie soffrono quando sono raccolte in un unico libro» perché parlano sempre delle stesse cose. Perché le sue frasi sono lisce, piatte. E mancano «totalmente di ogni senso dell’ironia». «Il posto giusto per leggerle è su un magazine, dove sono ben inserite fra un report sulla guerra in Siria e una riconsiderazione di Stefan Zweig al fine di provvedere a un rurale interludio fra le atrocità del presente e i capolavori del passato, o i profili di celebrità o di qualche sofisticato imprenditore».

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