Albertini è l’uomo giusto per fermare il declino. Ne approfittiamo?

«Possiamo in Lombardia scommettere su un progetto di modernità e di buon governo? E possiamo da qui rilanciare la speranza delle riforme liberali nel paese?». Lettera di Sergio Scalpelli a Luigi Amicone.

Caro direttore, mi faccia fare un ragionamento politicista, poco di moda in tempi di rivolta antipolitica, ma efficace se pensiamo a ciò che accade in Lombardia e se proiettiamo il “Progetto Albertini” sul futuro della politica italiana. Ciò che conterà nei prossimi mesi è se e come si riorganizzerà l’area della riforma liberale. Se e come i cosiddetti moderati riusciranno a ritrovarsi in una casa comune o, almeno, in un patto federativo. Se il gruppo di giovani dirigenti che ambiscono a salvare, rinnovare e rilanciare il Pdl e se ciò che si sta raccogliendo intorno alle iniziative di Fermare il declino e di Italia Futura saranno effettivamente in grado di suscitare passioni e immettere energie fresche e competenti nella vita pubblica. E conterà molto anche capire se la Lega di Maroni proverà a rilanciare la questione settentrionale lungo l’asse federalismo-liberismo collegandosi alle componenti liberali europee invece di avvitarsi in una orgogliosa chiusura identitaria. In genere quando una organizzazione fa appello alla parte più scontata del proprio bagaglio di miti e simboli è alla vigilia dell’implosione. Sarebbe un peccato, perché le ragioni del Nord sono tutte lì, belle, chiare, in evidenza e chiedono di essere rappresentate da un progetto di governo.

Ed ecco Albertini. È diventato sindaco di Milano nel 1997, nella fase migliore del primo governo Prodi. Il modello della rinascita ambrosiana è stato, insieme alle riforme introdotte dal governo della Regione Lombardia, la chiave di volta per ricostruire una credibile proposta di governo nazionale, una delle ragioni del successo del 2001. Albertini iniziò la propria sindacatura con una durissima vertenza con i vigili urbani. Allora due terzi dei ghisa milanesi svolgevano mansioni d’ufficio e solo un terzo andava per strada. Fu uno scontro duro, lungo (18 mesi), alla fine vinto. Una piccola operazione thatcheriana in salsa ambrosiana. Ma consentì a quel modello di governo imperniato su efficienza, trasparenza, ferrei princìpi di legalità, nemico delle rendite corporative e assertore della centralità dell’individuo, di affermarsi e di durare.

Oggi si dovrebbe ripartire da lì. Dovremmo cercare di incardinare un’idea di libertà che attualizzi quella esperienza di governo, che sappia immergersi nella drammaticità della crisi e, come tante volte è successo, sappia fare delle virtù civili, dell’individualismo creativo e della cultura del fare dei lombardi la leva per fermare il declino. I gruppi dirigenti di partiti e movimenti che si muovono nella galassia liberaldemocratica dovrebbero fermarsi un momento e porsi questa domanda: possiamo in Lombardia scommettere su un progetto di modernità e di buon governo, che favorisca l’emergere di una rinnovata classe dirigente, che raccolga disponibilità e interesse della parte più dinamica e innovativa della società? E possiamo da qui rilanciare la speranza delle riforme liberali nel paese? Se la risposta fosse positiva ci sarebbe solo da “usare” la storia, l’esperienza e la reputazione di Gabriele Albertini e mettersi in cammino. Tutti insieme.
Sergio Scalpelli

Risponde Luigi Amicone: Come ci piace questo “tutti insieme”, caro Scalpelli. Abbiamo avviato insieme questo giornale. Adesso, ci ritroviamo insieme nell’“appello dei Cento” per Albertini. È così. La candidatura ci sta. Gabriele Albertini è persona seria, indipendente, capace (capace anche di ironia e di autoironia). Da sindaco non volle farsi principe e non si inventò retoriche nuoviste. Fece “l’amministratore di condominio”. Punto. Non il primo cittadino vate. Fu uno di noi che si occupava di cose molto pratiche ed essenziali per la vita di tutti. Scuole, giardini, strade, elettricità. E così via. Aggiungiamo che la persona ci piace anche per la sua grazia, arguzia e schietta simpatia umana. Insomma, è l’uomo giusto per il Pirellone. C’è qui in Lombardia una eredità enorme da conservare e da incrementare. Possiamo segnare una strada di pace e di ricostruzione civile per tutto il paese. Non è per egemonia o per chissà quali programmi palingenetici che ci muoviamo per lui. Ci muoviamo per lui, come dici tu, Sergio, per provare a incardinare insieme un’idea di libertà al servizio di tutta la vita di tutta la gente.