Al patto nucleare del bel mondo con gli ayatollah iraniani manca una clausola

Teheran ha promesso in passato di cancellare “l’entità sionista” dalla faccia della Terra. Chiediamo che l’Iran riconosca Israele e il suo diritto a esistere

Ali Khamenei
Articolo tratto dal settimanale
Tempi in edicola (qui la pagina degli abbonamenti) – Leggo Isaac B. Singer nella Famiglia Moskat scritta e ambientata nella Polonia degli anni Trenta. Domanda: «Che cosa sono gli ebrei, in sostanza?». Risposta: «Un popolo che non può dormire e non lascia dormire nessun altro». Replica: «Forse perché hanno una cattiva coscienza». Controreplica: «Gli altri non hanno coscienza addirittura». Sta riaccadendo. Ho il terrore che si ricominci. Siamo così preoccupati di salvare la nostra ghirba dagli assalti del Califfo, che il resto lo diamo volentieri alle belve. Per fortuna però gli ebrei sono tali da obbligarci a star svegli. Almeno così capita a me. Ci si salva insieme, non sacrificando l’amico.

Nelle scorse settimane il gruppo di contatto con l’Iran ha cantato l’alleluia. I cosiddetti 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, America, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, con l’aggiunta dell’Unione Europea), capeggiati dagli Stati Uniti, in trattativa con l’Iran per fermare la proliferazione nucleare in quel paese, sarebbero giunti all’accordo che garantirebbe la pace nel mondo. Teheran procederà sulla strada dell’energia tratta dall’uranio, ma garantisce che lo farà solo a scopi pacifici, e dismette alcuni impianti attrezzati allo scopo. In cambio l’embargo economico cesserà. Festa per le strade della Persia. La gioventù è felice, torna a respirare, e ha ragione. La gran parte di essa non condivide le mire militaristiche del regime.

In Israele invece è lutto, altro che festa per la pace. Benjamin Netanyahu non si fida per nulla. In questo caso non è il solo. Anche gli intellettuali israeliani più famosi, di solito severi con il capo del governo, stavolta concordano: non è possibile accordarsi con chi vuole annientare l’“entità sionista” (Israele, Stato d’Israele per loro sono parole impronunciabili). In passato un ministro di Teheran era giunto sfacciatamente a programmare la soluzione finale con la liquidazione tramite guerra nucleare degli ebrei sopravvissuti alla Shoah e tornati nella terra promessa. Aveva sostenuto che in cambio dei sette milioni di morti ebrei, l’Iran poteva permettersi di perderne anche alcune decine di milioni (oggi sono 80 milioni gli abitanti della Persia).

Ovvio che Israele è convinto di essere destinato al macello come l’agnello pasquale sull’altare della propaganda di Obama e dell’antisemitismo latente degli europei. Com’è possibile fidarsi di chi è avvolto nell’ideologia islamica e neppure finge di rinnegare la volontà sterminatrice di ebrei? Bastava un giuramento con la dovuta formula. E cioè che l’Iran sottoscrivesse un accordo che contenesse una clausola di salvaguardia: il riconoscimento di Israele e del suo diritto a esistere. Invece nel frattempo, mentre il mondo brinda agli ayatollah buoni bravi e belli, Teheran ha organizzato proprio in questi giorni una mostra di satira sull’Olocausto. Si chiama “International Holocaust Cartoon Contest”. Vignettisti di oltre cinquanta Paesi si fanno beffe del più tremendo lutto che abbia colpito un popolo. È intollerabile. Non esiste una pace se colui che ti dà la destra, nasconde nella sinistra il coltello per colpire il tuo amico. Questa è la situazione, dopo l’accordo che mette in testa una aureola di santità all’Iran che vuole morto Israele.

L’accordo definitivo sarà però siglato a giugno. Forse si fa in tempo a inserire questo paragrafo essenziale. Altrimenti Israele non starà fermo: c’è da scommetterci che colpirà, e sarà legittima difesa per Gerusalemme, ma anche infiniti guai per tutti. Abbiamo un debito con questo popolo. Non parlo solo della Shoah, ma della sua capacità formidabile di reggere agli assalti del terrorismo, bastione di resistenza per la libertà non solo sua, ma nostra. Memoria di una Patto senza di cui non esisteremmo.

Foto Ansa/Ap