Al Meeting,colpiti da una presenza

Caro direttore,
il bello è che ogni volta i compagni di viaggio non te li scegli da solo. Perciò questa te la voglio raccontare.

Caro direttore,

il bello è che ogni volta i compagni di viaggio non te li scegli da solo. Perciò questa te la voglio raccontare. Qualche settimana fa ero al Meeting di Rimini, inviato dal mio giornale, Libero. Sabato, l’ultimo giorno, con i colleghi delle altre testate, eravamo in sala stampa intenti a compulsare le ultime corrispondenze per i nostri giornali mentre nell’auditoruim gremito si teneva l’assemblea finale. Ad un tratto è arrivato Robi Ronza, il portavoce del Meeting, ad annunciare che in collegamento video stava per intervenire don Giussani. La notizia, con l’aspetto dell’indiscrezione semiclandestina, circolava dalla mattina e molti si erano attrezzati avvertendo le redazioni. Dalla sala stampa, allenati da giorni di rincorse e pedinamenti, siamo scattati tutti. Tutti, in fondo, con la speranza che ne uscisse un’ultima pezzo succoso o, perlomeno, preoccupati di non rimanere indietro rispetto ai colleghi su una possibile notizia.

Attraverso il dedalo dei corridoi della sala stampa siamo arrivati alla terrazza dell’auditorium immerso nel silenzio. Il collegamento era appena cominciato. Non si capiva una parola. Niente. Dall’immagine stentorea e a scatti del video rimbalzava la figura di un anziano sacerdote teso nello sforzo immane di parlare, ma, ahimè, senza che una sola parola fosse comprensibile. Ci fu qualche attimo di perplessità mentre eravamo lì, tutti con il registratore o il taccuino e l’aria sperduta.

Puoi immaginarti, caro direttore, l’imbarazzo per chi, come me, ha ormai una consuetudine di qualche anno con questo ambiente e questa amicizia. Scrutavo i volti dei miei colleghi cercando di cogliere che idea si stessero facendo. Cosa potevano pensare del “nostro” don Giussani il collega del Corriere, di Repubblica, della Stampa, del Sole, il giovane e simpatico corrispondente locale dell’Adn-Kronos? Cosa potevano pensare di quei quindicimila in silenzio religioso per ascoltare un discorso incomprensibile? In qualche modo siamo uomini di comunicazione, si dice così, no? E in fondo, caro direttore, un po’ ci crediamo. Perché, mi dicevo, sottoporlo a una simile gogna, davanti ai giornalisti?

Poi, dopo un saluto finale, la parte più comprensibile del messaggio, il collegamento è finito. Con tutti i colleghi, a grappolo, a confrontare i pochi lacerti carpiti al filmato. «Ma lì cosa ha detto?», «Tu quella frase come l’hai capita?». E il giovane collega dell’Adn Kronos che si avvicina pensieroso: «All’inizio pensavo che non ci fosse con la testa. Ma in realtà si capisce che è lucido, che c’è ancora tutto. Solo che non riesce proprio a parlare, ce la mette tutta, ma non ce la fa». E me ne sono tornato al mio computer in sala stampa con quella combriccola ammutolita da un uomo che non riusciva a parlare. E commosso da parole che non avevo sentito, ma che incredibilmente si erano dipinte sui volti, casuali, dei miei colleghi.

E il giorno dopo, molti giornali riportavano, chi integralmente chi in sintesi, l’intervento di Giussani. Ma in nessun caso si accennava alle sue difficoltà a parlare.

Maurizio Zottarelli, Milano