Al Meeting si mangiava col flamenco…

Il bicchiere. Enogastronomia politica

Gli amici spagnoli che al Meeting di Rimini hanno allestito un ristorante con le materie prime della Galizia (eccellente la carne, i polpi con le patate, i formaggi e i salumi) erano in 150 ed hanno dato una lezione di gusto a 360°. E sapete perché? Perché non hanno tralasciato un aspetto fondamentale della tavola, che è la musica, il canto. E allora mi vengono in mente i sonetti di Mozart scritti appositamente per accompagnare le cene, il pranzo di Babette dove il gusto di una cena trasforma in un attimo una chiusura (protestante) in un’apertura (cattolica), che finisce col ballo. E poi quella locanda dove Giacomo Bologna faceva scuola con i vini e i formaggi e i contadini di Rocchetta Palafea che alla fine cantavano con Bruno Lauzi e con Paolo Frola. Se la funzione del cibo fosse soltanto alimentarsi non avremmo bisogno delle varietà (le biodiversità), basterebbero una decina di cibi, perfettamente a posto dal punto di vista igienico-sanitario, per renderci sazi… di tristezza. E invece la biodiversità dice della gratuità di Dio che è oltre a un meccanicistico mangiare e bere: è la possibilità di riconoscerlo anche in una cosa bella. Il canto, allora, o il flamenco degli amici spagnoli suona come un grazie, quasi una sberla in faccia alla pallida tristezza.

Ma il vino di questo numero, il Sagrantino di Montefalco di Paolo Bea (0742/378128), straordinario nella sua concentrazione di colori profumi e gusti (senti le verdure cotte e la carezza elegante dei tannini fini) lo voglio dedicare, con tutto il suo rosso, ai colleghi di un quotidiano chiuso da un paio di mesi che, oltre al danno, stanno subendo la beffa: si chiama festa (sic !) dell’UNITA’.