Addio a Sergio Bonelli, editore di Tex e Dylan Dog

E’ scomparso questa mattina a Monza Sergio Bonelli, 78 anni, editore di Tex (creato dal padre) e Dylan Dog. Ripubblichiamo un’intervista di Tempi del 2009 al disegnatore del detective del mistero Giampiero Casertano, matita di punta della Bonelli editore

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Quando si pronuncia il nome di Sergio Bonelli, subito passano davanti agli occhi una carrellata lunghissima di personaggi: da Dylan Dog a Martyn Mystere, dalla detective Julia a Tex Willer, creato dal padre di Sergio, Gian Luigi, personaggi vividi nella mente di tutti come fossero reali, ospitati tra le pagine dei fumetti editati dalla Bonelli Editore. Anche loro sentiranno la mancanza di Sergio, venuto a mancare oggi nell’ospedale di Monza all’età di 78 anni. Ripubblichiamo un’intervista di Tempi del 2009 al disegnatore di Dylan Dog Giampiero Casertano, matita di punta della Bonelli editore.

Il televisore è acceso e sintonizzato su Mtv, musica commerciale si diffonde nella stanza, sulle riviste impilate ai bordi della scrivania, sulle pareti ricoperte di bozzetti, sulle miniature di soldatini in fila ordinate sulla libreria. La stanza di un disegnatore di fumetti è esattamente come ci si immagina che sia, anche quella di Giampiero Casertano, matita di punta della Bonelli Editore, la mamma di tutti i grandi personaggi di fantasia, partoriti dalla mente di Tiziano Sclavi. Tra questi c’è Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo, a cui Casertano presta la matita dal 1986. Sul tavolo ci sono anche le tavole quasi finite di un numero di DD che uscirà in edicola l’anno prossimo, e sembrano quasi già perfette, manca solo il testo dei baloon sopra le teste dei personaggi.

Come nasce un fumetto?
Il fumetto che compriamo in edicola è frutto di un insieme di professioni diverse, come fosse la lavorazione di un film. Lo sceneggiatore dà tutte le indicazioni al disegnatore, descrivendo nel dettaglio come si svolge la storia. Poi c’è il disegnatore, figura che riassume in sé molte professionalità diverse: è lui che sceglie i protagonisti, che decide che facce avranno, che seleziona le luci e la scenografia, che si documenta sulle ambientazioni. È lui che sceglie le istantanee giuste per la storia.

E Giampiero Casertano come disegna?
Prima disegno ogni singola tavola con la matita, ripasso il tutto con la china, infine si ultima tutto con l’uso dei neri. Si fa tutto a mano, il computer e le tavolette grafiche si usano di più con il colore, per esempio per le copertine degli albi stessi. Per fare ogni albo a me servono circa 5 mesi. E i ragazzi poi mi dicono che a loro per leggerli basta una mezz’ora…

In che modo è arrivato a lavorare alla Bonelli Editore?
Ho sempre avuto incontri importanti che mi hanno dato la possibilità di trasformare la passione della mia vita in un lavoro che mi permette di vivere. Il primo è stato in terza media, quando una professoressa di tecnica ha notato appesa al muro la mia ricerca storica tutta disegnata e mi ha chiesto se volevo andare da un suo amico disegnatore di fumetti per imparare il mestiere. Così è iniziata la gavetta fino a che sono entrato in Bonelli, dove davo una mano al mio amico Carlo Ambrosini che illustrava Ken Parker. Da lì passai a collaborare a Martyn Mistere, creata dal buon Alfredo Castelli.

Quando ha incontrato Dylan Dog?
Un pomeriggio ricevo una telefonata da un personaggio strano e geniale che risponde al nome di Tiziano Sclavi. Era il 1986 e lui aveva in mente una serie nuova. Mi chiede: “Cosa ti piace disegnare?”, una domanda che in questo campo nessuno ti fa mai e io senza pensarci rispondo che mi piacciono molto i costumi storici. La telefonata si chiude con il più classico dei “ti farò sapere”. Una volta riattaccato il telefono mi sono mangiato le mani: lui aveva in mente una serie ambientata a Londra nei giorni nostri e io ero andato a dirgli che mi piaceva disegnare costumi storici. Il giorno dopo quella telefonata ricevo la sceneggiatura del numero 10, “Attraverso lo specchio”. Alla prima riga si chiede di descrivere un ballo in maschera, con il consiglio: “Divertiti”. Così ho conosciuto Dylan Dog.
Le storie di Dylan Dog attingono spesso all’onirico e vi compaiono creature mostruose inventate.

Dove trova gli spunti un disegnatore costretto a vivere nel mondo reale?
Lo sceneggiatore dà sempre indicazioni di massima, più bravo è il disegnatore e meno ha bisogno di indicazioni di massima. Il disegnatore non fa solo un lavoro di fantasia e immaginazione, ma anche un lavoro di documentazione molto ampio. È un lavoro che non finisce mai e per non risultare banali e scontati servono studio e fatica. Una volta dissero a un disegnatore di fumetti che il prezzo che chiedeva per il suo lavoro era troppo alto, chiedendo spiegazioni su quanto tempo ci avesse messo per farlo. “Ci ho messo trent’anni”, rispose lui.

Abitualmente rilegge gli albi una volta che glieli consegnano finiti e stampati?
Quando prendo in mano un albo che ho disegnato vivo sempre un primo momento di tracollo. C’è sempre inevitabilmente una distanza notevole tra la tavola originale e lo stampato, a cominciare dalla dimensione, ma anche in termini tecnici in quanto è molto più piccolo, più racchiuso, più opaco. Dopo il primo tracollo comincio a prendere coscienza del lavoro che ho fatto ma in genere non sono mai del tutto contento.

C’è una storia a cui si sente più legato?
Di sicuro il primo numero che ho illustrato, che è come il primo amore. Ma anche quella in cui ho potuto inserire mie piccole libertà. Come quella storia in cui ho ritratto mia figlia appena nata e l’ho messa come personaggio di contorno.

E il personaggio che ama di più?
Non ho dubbi. È Dylan. Lui non è nemmeno più un personaggio. È un parente stretto ormai.

L’anno scorso ha pubblicato Decio per un’altra casa editrice, la Renoir.
Decio è stata una scommessa, il tentativo di fare una cosa mia non su commissione ma un mio bisogno insieme con uno sceneggiatore illustratore mio amico, Giorgio. Qui ho voluto sperimentare il disegno in modo diverso, tratti morbidi, carta colorata che poi è stata inserita su fondo bianco, quindi ci sono due tinte primarie più il bianco della matita e nelle tavole viene raccontata la storia di un ragazzo durante la discesa di Annibale in Italia. Era un progetto di diversi anni fa che ho tenuto nel cassetto perché nessun editore aveva il coraggio di azzardare qualcosa di diverso dai suoi progetti. Finché il direttore della Renoir venne da me, vide il mio lavoro, se ne appassionò e decise di pubblicarlo.

Cos’ha in più un fumetto rispetto ad altri linguaggi? Che tipo di risposta dà il pubblico a questo tipo di opere?
Le ultime stime ci dicono che la voglia di leggere in generale è diminuita. Si dice che i libri siano sorpassati da videogiochi e altri materiali di intrattenimento, ma a ben vedere con nessun cartone animato che presuppone una partecipazione attiva del lettore. Ho letto tempo fa un saggio illuminante a riguardo di Scott Maccloud, un manuale sul fumetto. Spiegava che quello del fumetto è un linguaggio aperto che tende a essere completato dal lettore con un processo che si chiama “closing”, per cui tutto quello che manca dal movimento al sonoro è al lettore stesso che spetta completarlo. C’è un aneddoto a riguardo che fa capire cosa intendo e riguarda la Pimpa, il personaggio della storia per bambini, che ebbe grande successo su carta e poi diventò cartone animato. L’episodio pilota del cartone fu realizzato e poi sottoposto a un gruppo di bambini per fare un test di gradimento. Dopo la proiezione gli editori chiesero al giovane pubblico se fosse piaciuto. Erano tutti entusiasti, tranne una bambina che alzò la mano tra lo sconcerto e l’incredulità dei presenti. E lei candidamente spiegò: “La Pimpa non ha quella voce lì”. La bambina aveva fatto sua la Pimpa e nessun altro poteva conferirle delle caratteristiche diverse da quelle che aveva immaginato lei. Questo significa che davvero il fumetto è una cosa che diventa proprietà del lettore. Apparentemente non dovrebbe c’entrare niente, essere fruitore e basta, e invece si trova a essere il padrone del testo che ha davanti. È tutto in mano sua.

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