Accoglienza sì, illusioni no. Non saranno gli immigrati a «salvare le nostre pensioni»

I luoghi comuni sulla fecondità degli stranieri e sul loro contributo alla sostenibilità del welfare rischiano solo di aggravare le crisi. La loro e la nostra

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«L’Europa sta invecchiando» e per questo «abbiamo bisogno di nuovi talenti, che arrivino da ogni parte del mondo». È uno degli argomenti usati due giorni fa a Strasburgo da Jean-Claude Juncker per rafforzare davanti al Parlamento europeo il suo invito ai paesi membri dell’Unione ad aprire le porte alle migliaia di migranti che si premono alle porte del continente.

LA TESI. Alla base del ragionamento del presidente della Commissione europea c’è un luogo comune abbastanza diffuso, corroborato anche da fonti e osservatori autorevoli. Proprio il giorno prima del discorso di Juncker a Strasburgo, per esempio, Repubblica ha rilanciato con grande convinzione la tesi secondo cui «l’Europa avrebbe bisogno di 42 milioni di nuovi europei entro il 2020», e visto che noi europei abbiamo praticamente smesso di procreare questi “nuovi europei”, ecco che l’arrivo in massa dei migranti ci farà un gran bene: saranno loro, scrive Maurizio Ricci, a «salvare le nostre pensioni».

«ABERRAZIONI OTTICHE». Ma come ricorda il Foglio in un editoriale pubblicato oggi, si possono produrre gravi «aberrazioni ottiche» quando si ragiona secondo una «idea genericamente distributiva della popolazione» (basti pensare alla questione per nulla banale delle superfici a disposizione). Ma soprattutto «trattare come puri numeri gli immigrati, trascurando le loro caratteristiche specifiche, dalla condizione professionale alla esperienza civile, significa non rispettare la loro qualità umana e creare confusione sulla complessa questione dell’integrazione e del lavoro».

QUALITÀ. Può apparire crudele parlare di «qualità umana» degli immigrati, però la mancanza di un vero pensiero e di progetti seri relativi ad essa rischia di aggravare ulteriormente il problema, sia per noi europei che per gli stessi popoli in esodo. È quello che ha spiegato il demografo Gian Carlo Blangiardo nella sua recente intervista a Tempi e nella sua analisi per il Sole 24 Ore: l’attuale emergenza profughi originata da guerre e invasioni (vedi Siria e Iraq) è solo un piccolo assaggio della “bomba migratoria” che si prospetta per i prossimi vent’anni in cui la popolazione dell’Africa subsahariana raddoppierà (dagli attuali 900 milioni a 1,6 miliardi di abitanti); occorre perciò «fare in modo che il ricco capitale umano dell’Africa non sia sminuito da un’emigrazione spesso dequalificata, ma venga valorizzato – magari con azioni di formazione – per diventare un fattore di sviluppo nella propria terra».

WELFARE. Tra l’altro, a margine della stessa intervista, il professor Blangiardo ha anche ripreso alcune osservazioni che aveva già esposto molto chiaramente a Tempi l’anno scorso, e che smentiscono proprio la teoria secondo cui saranno i migranti a “salvare” la demografia dell’Europa e la sostenibilità del suo welfare. Quello offerto dagli immigranti già stabilitisi nel nostro territorio, secondo Blangiardo, «è un contributo demografico importante sul piano della natalità e dell’invecchiamento della popolazione, nel senso che ci dà respiro, ma non è risolutivo». Anzi minaccia nel lungo periodo di costarci caro, «perché coloro che oggi sono giovani e quindi costituiscono forza produttiva per “mantenere” gli attuali anziani, un giorno saranno a loro volta non più giovani, e qualora il loro progetto migratorio diventasse definitivo rischierebbero di essere comunque a carico del nostro welfare, per di più con versamenti di contributi relativamente modesti», perché in media non guadagnano molto e hanno cominciato a lavorare tardi.

FECONDITÀ. Anche la presunta fecondità prodigiosa degli immigrati secondo Blangiardo è un mito. Infatti, spiega il professore della Bicocca e dell’Ismu, basta guardare ai dati senza affezionarsi troppo alle teorie per notare che «nell’arco di pochi anni gli immigrati in Italia hanno fortemente ridotto la loro fecondità e incontrano le stesse difficoltà che incontrano le coppie italiane. L’ultimo dato disponibile, quello del 2014, registra per la popolazione straniera nel nostro paese un numero medio di figli per donna che è 1,9». Significa che le donne immigrate, al pari delle italiane, «non fanno nemmeno il numero di figli sufficiente al ricambio generazionale».

PROBLEMI IGNORATI. Altro che soluzione all’invecchiamento dell’Europa. Se mai, insiste Blangiardo, è una ulteriore segnalazione di un problema: in Italia «non arrivano a fare i due figli per donna appena necessari al ricambio della popolazione neanche coloro che per tradizione e cultura privilegerebbero le famiglie numerose»; è il sintomo di «difficoltà» oggettive e «sarebbe il caso di capire come venirne fuori». Insomma, invece di nascondersi dietro ad argomenti discutibili come il fantomatico contributo salvifico degli immigrati alla demografia europea, è ora di affrontare il crollo della denatalità con massicce politiche familiari. E senza sminuire l’importanza e la bellezza della solidarietà verso il prossimo in difficoltà, dare un senso all’accoglienza.

Foto Ansa/Ap

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