Aborto in Italia, cosa dicono i numeri

La relazione del ministero: nessuna incidenza dell’obiezione, incremento dell’aborto farmacologico, abbandono della gestanti straniere

Nell’indifferenza generale è stata pubblicata la relazione annuale sull’attuazione della legge 194/1978, che disciplina l’aborto: è una relazione che arriva con consistente ritardo, poiché utilizza i dati consolidati relativi all’anno 2018.

Riservando un esame più approfondito di quanto da essa riportato, appaiono significativi, fra gli altri, tre dati: il primo riguarda il numero di Ivg realizzate nel periodo di riferimento, 76.328, che conferma la costante diminuzione del fenomeno (-5,5% rispetto al 2017) e si allontana dal picco del 1983, allorché fu riscontrata la quantità più elevata in Italia, pari a 234.801 casi. Il ministro Roberto Speranza, che firma una articolata introduzione alla relazione, precisa che ciò costituisce un riflesso dell’incremento dell’uso della c.d. contraccezione di emergenza, cioè dell’assunzione di sostanze potenzialmente o attualmente abortive, al di fuori della registrazione da parte del Servizio sanitario; e aggiunge testualmente che “per tali farmaci, per i quali è stato abolito l’obbligo di prescrizione medica per le maggiorenni, è indispensabile una corretta informazione alle donne per evitarne un uso inappropriato”: il che vuol dire che  un’informazione corretta ancora non è diffusa, al pari di un uso non appropriato.

Il secondo elemento di riflessione riguarda l’obiezione di coscienza, oggetto di ricorrenti attacchi, che muovono dal presupposto che il presunto scarso numero di medici non obiettori costituirebbe un ostacolo alla pratica dell’aborto “legale”. Il ministro della Salute, presentando dati obiettivi, precisa che non è così, sulla base di tre parametri: il primo si collega all’“offerta del servizio IVG in relazione al numero assoluto di strutture disponibili”, e informa che “il numero totale di sedi fisiche (stabilimenti) delle strutture con reparto di ostetricia e/o ginecologia, nel 2018, risulta pari a 558, mentre il numero di quelle che effettuano le IVG risulta pari a 362, cioè il 64.9% del totale”; il che “conferma, anche per l’anno 2018, l’adeguata copertura della rete di offerta”. Il secondo prende in considerazione l’“offerta del servizio IVG in relazione alla popolazione femminile in età fertile e ai punti nascita” e comunica che il rapporto “fra i punti nascita e punti IVG è di 1,1 a 1 come per l’anno precedente. (…) A livello nazionale, ogni 100.000 donne in età fertile (15-49 anni), si contano 3,0 punti nascita, contro 2,9 punti IVG”. Ne consegue che “la numerosità dei punti IVG appare più che adeguata”. Il terzo parametro riferisce del “carico di lavoro medio settimanale di IVG per ogni ginecologo non obiettore”, che solo per due Regioni è “superiore alle 9 IVG a settimana (14,6 in Puglia e 9,5 in Calabria)”. Discriminare i medici obiettori, oltre a confliggere con la legge 194 e con la Costituzione, non ha comunque alcuna necessità in fatto per la funzionalità della rete degli aborto “legali”.

Il terzo elemento riguarda le gestanti straniere, o che “permangono (…) una popolazione a maggior rischio di abortire rispetto alle italiane: per tutte le classi di età le straniere hanno tassi di abortività più elevati delle italiane di 2-3 volte”. Tante polemiche sull’accoglienza e sull’integrazione trascurano un elemento di non poco rilievo: la donna non italiana vive la gravidanza come una condizione di particolare abbandono e disagio, ma nessuno pare interessarsene.

Ne riparleremo.

Tratto dal Centro Studi Livatino – Foto Ansa