A chi fa comodo gettare il paese nel caos? Cosa insegna la vicenda Formigoni

La crisi delle istituzioni non si risolve col furore di certi pm e dei loro complici. Troppi poteri hanno interesse a mantenere il paese nel caos. Per uscirne non servono scandali ma il ritorno della politica. Come insegna la vicenda Formigoni

L’Italia vIve una stagione drammatica. All’orizzonte, se va bene, c’è una lunga stagnazione. Intanto cresce la crisi verticale dello Stato tallonata dal comprensibile rancore di ampi settori della società. La causa principale è una Costituzione, segnata dai compromessi per evitare una nuova guerra civile, madre di una Repubblica più dei partiti che dei cittadini, con corrispondenti meccanismi decisionali spesso paralizzanti e corpi dello Stato “separati” per sottrarli (ma svuotando così la democrazia) allo scontro partitico. Da qui istituzioni (sia pure suscitatrici anche di tante grandi conquiste civili e di libertà) non prive di aspetti oligarchici in continuità con gli Stati sabaudo e fascista. Questo equilibrio (con i corrispondenti effetti socio-economici) traeva la sua legittimità dalla Guerra fredda: finita questa andava modificato. Ma le forze costituenti residue (ex Pci, dossettiani e neo-azionisti rappresentati dalla Repubblica) d’intesa con gli ambienti più beneficati, nello Stato e nell’establishment, da questi assetti non hanno voluto per convenienza cambiare gli elementi “paralizzanti” della Costituzione: la troppa centralità del Parlamento, l’ultrapotere corporativo di una magistratura assurdamente unificata, la fragilità degli esecutivi, alcuni poteri anomali della presidenza della Repubblica, la non separazione dell’amministrazione dalla politica, un sistema di decentramento non razionale. E il centrodestra per debolezza culturale e di potere non ha indicato vere vie di uscita. E così viviamo in una Repubblica di Weimar da venti anni.

NON TUTTI I SOLDI PUZZANO. Il marciume ridondante è frutto di questa situazione non causa. Quel che è avvenuto in Lazio, per esempio, deriva pure da un ceto politico ancora peggiore del resto d’Italia perché il partito di maggioranza relativa non riuscì a presentare le liste sia per sua cialtroneria sia per malizia della solita magistratura. Con un po’ di senso dello Stato si sarebbe, dopo l’episodio, dovuto riformare il meccanismo delle candidature: bastava imporre di presentare subito le liste e poi dare tempo di raccogliere le firme per spezzare le risse correntizie suscitatrici di guasti. Ciò non conveniva però non solo a destre, centri e sinistre che dominano a stento i loro partiti ma neanche ai moralisti pelosi che lucrano sulle loro denunce – con articoli, libri, show in tv – centinaia di milioni di euro. Perpetuare la crisi dello Stato è punto di incontro di interessi molteplici.

IL CASO ZAMBETTI. Consideriamo il caso di Domenico Zambetti che si sarebbe comprato le preferenze dalla ’ndrangheta. Esiste un sistema d’influenza della mala calabrese diffuso nel milanese con particolare attenzione al settore della movimentazione terra nel campo delle costruzioni, con un diffondersi di esercizi minori controllati dai criminali e con enclave di elettorato “organico”. Stando alle cronache non si registrano ancora livelli di influenza analoghi a quelli che si realizzarono con il caso Sindona (non privo di amichetti alla fine degli anni Sessanta oggi alla testa della banda degli onesti) arrivando a intimidire persino Enrico Cuccia. Quando si legge che i criminali ricattavano l’assessore fellone, certo in vista della mitica Expo, ma intanto per avere un posto da parrucchiera per una parente, si ha la sensazione del pericolo incombente ma come questo non sia ancora arrivato a livelli catastrofici. Di fronte a tale situazione è bene agire a 360 gradi, interrogandosi anche sull’efficienza della repressione penale. Per esempio, perché in presenza di tanto gravi rischi la pm responsabile dell’antimafia ha perso molto del suo tempo a investigare dove Silvio Berlusconi toccava le sue avvenenti ospiti? Perché sappiamo quanti gamberetti ha mangiato nel Capodanno 2008 Roberto Formigoni e conosciamo così poco dei vari Eugenio Costantino in circolazione? Non pochi imprenditori del settore edile, il più esposto a microricatti, segnalano che proprio l’usare mezzi eccezionali – che in uno Stato libero e ordinato vanno utilizzati solo per la criminalità organizzata – per “altri” casi, perlopiù “politici”, indebolisce l’azione preventiva e repressiva dello Stato verso organizzazioni non ancora egemoni nella società ma composte da belve pericolose. D’altra parte se si ragiona sulla tempestività necessaria a circoscrivere e colpire il crimine non si può non notare come un anno fa Formigoni abbia chiesto di segnalargli chi trafficava con la ’ndrangheta e invece si è lasciato macerare un caso come quello Zambetti scoperto ben un anno e mezzo fa.

LA SANITÀ LOMBARDA. Non è male, poi, riflettere sulla famosa inchiesta intorno alla sanità lombarda. Qui si è messo sotto processo il lobbismo che due gruppi della sanità privata hanno fatto verso il Pirellone per programmare il proprio sviluppo. È evidente come vi siano numerose questioni da regolare (e alcune illegalità da perseguire) ma con razionalità e nella legalità non con peloso furore moralistico e torture varie. Per esempio se i soldi dati da alcune società del settore a Pierluigi Daccò e Antonio Simone sono troppi, che cosa sono le risorse che tanti tra i principali gruppi privati della sanità investono nella stampa quotidiana? Se i profitti fatti dalla Maugeri (e in percentuale passati ai suoi lobbisti) sono sottratti ai malati, che cosa sono i profitti fatti dai gruppi della sanità privata intrecciati alle proprietà di tanti quotidiani spesso con forti perdite di bilancio? Anche in questo caso la crisi dello Stato (per esempio la non regolazione del lobbismo e dei contributi alla stampa) produce degenerazioni che non trovano una vera cura nell’azione di certi pm. Si consideri pure la partita della bancarotta inesistente del San Raffaele che ha portato a una condanna a quindici anni di carcere (con un terzo della pena scontato per il rito immediato) di Daccò. Può funzionare una giustizia e uno Stato in cui vi sono procedimenti fallimentari ostili e altri amichevoli? Come sono finite, in questo senso, le vicende di Luigi Zunino che aveva problemi finanziari anche superiori a quelli del povero don Luigi Verzé? Che cosa si è saputo del caso dell’area Falck – decisiva nelle disavventure dell’imprenditore di Cuneo – il cui acquisto una grande banca (altro che quel pellegrino di Filippo Penati) impose per “evitare che Franco Caltagirone entrasse a Sesto San Giovanni”? È evidente che certe scelte processuali debbano aiutare a risolvere i problemi generali invece che aggravarli: in questo senso siamo più con il tribunale di Torino per la sua saggezza verso il gruppo Fiat che con le follie di quelli che chiudono acciaierie o tengono bordone agli estremisti della Fiom. Però la saggezza è risorsa da distribuire equamente non a corrente alternata se no diventa prevaricazione. Esito, peraltro, probabile quando un potere politico come quello dell’accusa (diverso da quello dei giudici che deve essere del tutto indipendente) si costituisce in potere che non risponde e spesso si contrappone alle istituzioni democratiche.

UN QUADRO OSCURO. Insomma il nocciolo della questione italiana sta nella crisi dello Stato. Circolano idee e buoni propositi per ricostruire uno Stato di tutti i cittadini e dotato di sovranità reale: andrebbero perseguiti parallelamente (e con ampie convergenze) a una ripresa della dialettica politica indispensabile per la democrazia. Ma in questi momenti è bene analizzare il quadro oscuro che abbiamo davanti prima di intraprendere azioni positive. Nel novembre del 2011 quando si varò il governo Monti previdi (anche su Tempi) che dopo l’azione “tecnica” sarebbe arrivata una gigantesca repressione giudiziaria, in parte giustificata dai cialtroni che la crisi dello Stato ha incrementato, in parte dalle distorsioni in atto che hanno fatto sbagliare anche persone per bene, in parte dalla persecuzione di uomini assolutamente onesti ma che in quanto tali costituiscono un ostacolo ai progetti di devitalizzare la democrazia italiana. La crisi del nostro Stato spinge i vari ambienti politici e finanziari internazionali che considerano l’Italia fondamentale geopoliticamente ed economicamente per gli equilibri globali, a svuotare la nostra sovranità e trovano nella crisi dello Stato stesso (con annesso sbandamento dei suoi apparati e istituzioni) la via per farlo. È una tendenza che si può contrastare? Boh. Sicuramente no, se non se ne prende atto.