A 157 anni dalle apparizioni il primo miracolo è sempre che a Lourdes «la vita assume una dimensione più vera»

Intervista al presidente dell’Unitalsi, che da cinquant’anni porta i malati in pellegrinaggio dalla Vergine. «Non è mai una parentesi per sentirsi “più buoni”»

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Lourdes, la cittadina Francese dove nel 1858 la Madonna apparve alla piccola Bernadette, una povera contadina analfabeta, e sede di numerosi miracoli e conversioni, in questi giorni ricorda l’anniversario delle apparizioni, cominciate l’11 febbraio di 157 anni fa. Fra le migliaia di fedeli accorsi in pellegrinaggio c’è anche Salvatore Pagliuca, presidente di Unitalsi (Unione nazionale italiana trasporto ammalati a Lourdes), che in questa intervista descrive a tempi.it i frutti della venuta della Vergine Maria. E dell’opera che da 111 anni «porta amore e speranza ai malati e a quanti come noi stanno loro vicini».

Ieri si è celebrata anche la Giornata mondiale del malato istituita da san Giovanni Paolo II nel 1992. Come state festeggiando?
Siamo qui con tantissimi italiani, in una percentuale maggiore rispetto a quella delle altre nazionalità presenti: tenendo conto dei partecipanti alla Messa di questa mattina in basilica, siamo tra i 3 e 4 mila italiani. I volontari di Unitalsi, invece, sono circa 400. Per noi la festa delle apparizioni della Vergine Maria a Bernadette qui a Lourdes rappresenta un momento di richiamo necessario al senso del servizio che ci prepariamo a offrire tutto l’anno. Preghiamo, facciamo festa e programmiamo insieme i pellegrinaggi a venire. Ovviamente ci sono anche tanti malati, a cui era dedicata anche la giornata di oggi, proprio perché sono fra i più cari alla Vergine, che già nei giorni in cui apparve a Bernadette cominciò a guarire i pellegrini, chiedendo alla bambina di far sapere che bisognava venire a Lourdes in processione.

Papa Francesco ha inviato questo messaggio in occasione della Giornata del malato: «Il tempo passato accanto al malato è un tempo santo»; è una «menzogna» indurre a credere che alcune vite «non sarebbero degne di essere vissute» solo perché toccate dalla malattia, anzi «le persone immerse nel mistero della sofferenza e del dolore (…) possono diventare testimoni viventi della fede».
Questa è una verità che tocchiamo con mano in pellegrinaggio come nella vita a casa. Sembra un modo di dire, ma quanti vengono come volontari di Unitalsi ci dicono sempre di ricevere più di quanto danno: è così per tutti, da quelli che vengono per la prima volta a chi, come me, viene da quasi cinquant’anni. È un momento di liberazione dell’animo, in cui la vita assume la sua vera dimensione e in cui chi dà riceve amore, gratitudine, amicizia e molta fede.

L’anno scorso eravate preoccupati a causa della riduzione dei treni speciali da parte delle ferrovie francesi. Per questo vi siete rivolti a Trenitalia. Quale esito hanno avuto le trattative?
La vicenda non è ancora conclusa. Non sono trattative semplici, anche se ci sono buoni presupposti perché siano messe a punto e concluse quest’anno. Serviranno a permetterci di proseguire un servizio che dura da oltre cent’anni e che altrimenti correrebbe il rischio fermarsi, a danno degli ammalati e di tutti coloro che li accompagnano.

Perché è così importante che il viaggio si svolga in determinate condizioni?
Deve provare a immaginarsi un vero e proprio paesino di 500-600 persone che non solo devono provvedere ai bisogni normali come il pranzo e la cena, ma che necessitano di una farmacia, di medici, attrezzature speciali e così via. Ma i nostri treni non servono solo per rispondere a un bisogno materiale, bensì a creare un rapporto di prossimità: il pellegrinaggio comincia con il viaggio di andata e finisce con quello di ritorno. All’andata ci si conosce e si prepara il cuore ad aprirsi all’incontro con la Vergine, al ritorno ci si mette nell’ottica di trasportare l’amore ricevuto nella proprie realtà di lavoro, di condominio, di paese. È così che lo spirito che cammina con i nostri treni investe poi tutti.

Con un solo pellegrinaggio?
L’incontro con la Madonna non si conclude qui. Altrimenti sarebbe una parentesi di una settimana appena sufficiente forse a sentirsi “più buoni”. Quello che noi cerchiamo non è questo, ma una condivisione, un cammino di fede, un’amicizia fra persone tutte in qualche modo bisognose. Nel Dna dell’Unitalsi è inscritto un episodio importantissimo successivo alle apparizioni: quando Bernadette tornò a casa e la madre vedendola sconvolta le chiese le ragioni di tanto stupore, la bimba rispose: «Perché Lei mi guardava come una persona». Così è l’amicizia che ci unisce. Tu non sei l’avvocato, l’operaio, il malato o il volontario, tu sei innanzitutto una persona come me.