Il ritorno al futuro di Rino Gattuso

Di Sandro Bocchio
17 Ottobre 2026
Dato per finito da molti, Ringhio alla Lazio ha saputo rilanciare giocatori immalinconiti e registrare la miglior partenza della storia biancoceleste. E sfida la Juve da primo in classifica
L'allenatore della Lazio, Rino Gattuso, dà indicazioni ai suoi giocatori durante la sfida contro il Monza
L'allenatore della Lazio, Rino Gattuso (foto Ansa)

Sembra passata un’eternità, in realtà sono trascorsi appena sei mesi e mezzo da quella notte a Zenica. Da quel 31 marzo in cui la Bosnia Erzegovina si aggiudicò ai rigori lo spareggio che la portava alla fase finale dei Mondiali, negata per la terza volta consecutiva all’Italia. Da allora abbiamo avuto un presidente della Federcalcio trasformatosi in commissario della stessa Figc per una “distrazione” burocratica e pronto a succedere a breve a se stesso (Giovanni Malagò). Quindi dirigenti presi con consenso di popolo e presto dimissionari (Paolo Maldini e Leonardo). Commissari tecnici agognati (Guardiola), rigettati (Andrea Pirlo), beffati (Antonio Conte) e rientranti dopo feroci polemiche (Roberto Mancini). E per chi sedeva allora in panchina tutto si poteva immaginare tranne che rivederlo presto al lavoro e, soprattutto, primo in classifica.

Un rilancio inatteso

Pochi pensavano infatti che Rino Gattuso potesse avere ancora un futuro, eppure è stato così. Lo ha chiamato la Lazio, per un contratto con rinnovo automatico in caso di 12° posto che raccontava tutto delle ambizioni stagionali. All’apparenza una scelta disperata, la realtà dei fatti ha raccontato altro. Perché Gattuso aveva bisogno di un ambiente simile per rilanciarsi, dopo scelte sul filo del rasoio (il Palermo di un Maurizio Zamparini sempre pronto al licenziamento), le annate storte con Milan e Napoli (due volte fuori dalla zona Champions League per un punto), le esperienze poco brillanti all’estero (Valencia e Marsiglia). Poi quella Nazionale ereditata dalla gestione fallimentare di Luciano Spalletti che, dopo le vittorie iniziali, si è sbriciolata sotto i colpi della Norvegia, passata con un mortificante 4-1 a Milano, e si è persa tra le incertezze a Zenica.

A Roma avrebbe dovuto confrontarsi con un’altra situazione ribollente, determinata dalla contestazione permanente contro Claudio Lotito, dominus incontrastato del club dal 20 luglio 2004, ultima sponda di visibilità dopo aver tentato vanamente di fare altrettanto in Figc (ricordate l’elezione di Carlo Tavecchio?) e in Forza Italia, di cui è senatore per il Molise dal 2022. Una protesta che vive tra l’allontanamento volontario dei tifosi da un Olimpico sempre più vuoto e raccolte firme di successo, come quella avviata dai giornalisti Alberto Ciapparoni e Federico Marconi («Ci è stato tolto un sogno»).

Gattuso non si demoralizza mai

Tutto ciò non ha intimorito Gattuso: «Ho sempre detto no a Lotito, stavolta ho accettato perché so che questo è un posto dove trovare giocatori disposti a lottare». Non si è demoralizzato nemmeno dopo un mercato al ribasso, fatto più di cessioni corroboranti per le casse societarie (i 30 milioni del Milan per Gila) che di ingressi di grido. Un solo acquisto definitivo, Andrea Pinamonti dal Sassuolo. Quindi prestiti onerosi (Josip Sutalo e Davide Frattesi) o con diritto di riscatto (Albert Gudmundsson), più una squadra da costruire tra quanto c’era e quanto rientrava.

Il disastroso debutto in Coppa Italia del 16 agosto, eliminazione al primo turno perdendo in casa con il Mantova, non faceva che rafforzare il partito dei pessimisti. Poi è arrivato il campionato e la Lazio domenica sera si presenta da capolista a Torino con la Juventus, a pari merito con l’Inter: 16 punti frutto di cinque vittorie e del 2-2 interno con il Milan, dopo essere stati avanti 2-0. La migliore partenza in Serie A nella storia biancoceleste.

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Il merito? Nessuno ha dubbi: tutto dell’allenatore. Non più il Ringhio che sosteneva il centrocampo del Milan stellare di Silvio Berlusconi e dell’Italia campione del mondo con Marcello Lippi, ma il Rino Gattuso che – in panchina – ha saputo ragionare su errori e cose belle del passato per metterle in pratica a Formello. Certo, la componente caratteriale è rimasta quella di un tempo: se uno è diretto, non sa trasformarsi in politico. Ma è piaciuto ai giocatori, rilanciando un Mattia Zaccagni che si stava immalinconendo e convincendo un Frattesi a trasferirsi dall’Inter, rafforzando il legame nato in Nazionale («Per uno come lui si va in guerra senza remore», la sentenza dell’ex nerazzurro).

L’episodio più esplicito è stato il no all’eventuale ingaggio di Mauro Icardi in attacco perché il tecnico si era già impegnato con Pinamonti e Gudmundsson. Una chiarezza di rapporti servita a rimotivare gente finita in un cono d’ombra nella precedente sofferta stagione con Maurizio Sarri, come Nuno Tavares, o praticamente inutilizzata come Oliver Provstgaard, Reda Belahyane e Tijjani Noslin.

Un ambiente depresso e un “sogno” da restituire ai tifosi

Gattuso è stato poi bravo a valorizzare chi era stato mandato in eterno prestito come il portiere Christos Mandas o come il prodotto del vivaio Romano Floriani, che deve il nome di battesimo al nonno e il secondo cognome al bisnonno Benito (ovviamente Mussolini). Una chiarezza di rapporti che ha trovato un felice sviluppo nel gioco, in cui il tecnico ha miscelato al meglio esperienze passate quali l’assetto uomo contro uomo alla Gian Piero Gasperini, la gestione del pallone di scuola spagnola, il pressing alto. Un 4-3-3 mobile – attaccando anche con quattro uomini – divertente e produttivo, che ha mandato a segno otto giocatori differenti e prodotto qualche inevitabile distrazione, come accaduto nell’ultimo match contro un Monza ridotto in dieci.

Un calcio collettivo e senza stelle, che ha convinto la critica. In attesa di convincere i tifosi. Gli abbonati sono crollati da quasi 30.000 a 4.500, all’Olimpico si è finora registrata una media di 12.577 spettatori, “drogata”  dai 21.000 presenti con il Milan, vista la forte presenza di pubblico rossonero. Gattuso non si pone obiettivi a lungo termine, preferisce vivere alla giornata. Ma la prima vittoria più grande sarebbe far ritrovare ai tifosi quel “sogno” di cui oggi si sentono oggi privati.

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