La preghiera del mattino
Dopo Jane Doe tutti parlano di «cultura dello stupro». Ma manca un pezzo
Scrive Simona Siri sulla Stampa:
«È la sera del 19 ottobre 2024 quando una studentessa di 20 anni della Cornell University (e che negli atti risulta come Jane Doe, il nome che si attribuisce alle vittime che denunciano e vogliono rimanere anonime) va a trovare un amico alla Chi Phi, la confraternita maschile dell’università. […] La ragazza viene costretta a bere e a sniffare ketamina, viene stuprata per ore […], e mentre è incosciente uno dei ragazzi del branco manda un messaggio al gruppo Snapchat chiamato “Chi Phi Actives” con scritto “free pussy upstairs” […]. Nei due anni successivi, dell’intera vicenda non si sa quasi nulla, nonostante la ragazza denunci alle autorità universitarie e alla polizia tre settimane dopo il fatto e che Cornell avvii un’indagine interna che porta alla sospensione temporanea dei sette studenti coinvolti: due vengono poi espulsi e gli altri cinque se la cavano con l’obbligo di dover partecipare a “corsi di sensibilizzazione” e con la possibilità di ridurre ulteriormente le conseguenze disciplinari scrivendo un tema. Un compito in classe, in sostanza, come punizione per uno stupro di gruppo».
Perché se ne parla oggi? Perché il 16 settembre Jane Doe scorso ha citato in giudizio davanti alla Corte Suprema di New York la Cornell, i suoi vertici, la confraternita Chi Phi e i sette ragazzi, più una sorority (la confraternita femminile che non ha protetto la ragazza) e un bar fuori dal campus. La vicenda diventa «il caso che ha sconvolto la nazione e gettato nel caos una delle sue istituzioni d’élite» (copy Nyt).
* * *
Il 21 settembre il giornale studentesco The Cornell Daily Sun pubblica i nomi dei sette ragazzi imputati:
«La Cornell ha fallito nel proteggere i suoi studenti. La Cornell ha fallito nell’affrontare il crescente problema delle aggressioni sessuali nel campus con la sua patetica task force. La Cornell ha deluso la studentessa che sarebbe stata violentata da quei sette uomini alla confraternita Chi Phi nell’ottobre del 2024. La Cornell ha deluso lei. La Cornell ha deluso noi. A [segue lista dei nomi degli imputati, ndr]: sappiamo chi siete e ci rifiutiamo di permettervi di trarre vantaggio dall’occultamento di questa Università».
* * *
Si legge sull’Ansa:
«“Voglio la verità”, ha detto la governatrice di New York Kathy Hochul strappando l’inchiesta ai magistrati della contea di Tompkins, dove si trova l’ateneo della Lega dell’Edera, per affidarla all’Attorney General statale Letitia James che in passato ha già avuto nel mirino il presidente Donald Trump […]. A quasi 10 anni dall’esplosione del #MeToo, dilaga intanto la protesta sui social all’insegna del “Siamo tutte Jane Doe”».
La risposta di Donald Trump, già inquisito da James, non si fa attendere: «È totalmente corrotta, e mi dispiace per chiunque stia prendendo di mira perché non avrà un trattamento equo». In una settimana il caso ha già una cornice politica: una governatrice, un procuratore generale, Trump, l’hasthag d’ordinanza.
* * *
Intervenendo a un incontro pubblico organizzato a Ithaca, Alexandria Ocasio-Cortez ha detto:
«Voglio essere chiara: la cultura dello stupro, delle aggressioni sessuali e della pedofilia è tollerata nelle istituzioni d’élite di tutti gli Stati Uniti, inclusa l’Università Cornell in questo caso. Tutto ciò deve finire».
* * *
Il New York Times ha avuto i documenti inediti del procedimento a porte chiuse iniziato nel 2024. Pubblica tutto, anche i messaggi «amichevoli» scambiati tra la ragazza e alcuni imputati, per fare luce sul «cruciale periodo di tre settimane intercorso tra la festa della confraternita e la decisione di Jane Doe di denunciare l’accaduto alla polizia del campus». In sintesi:
«Jane Doe considerava due degli uomini amici. Lei e gli uomini coinvolti quella notte avevano assunto ketamina. Le cose erano iniziate in modo consensuale, sebbene lei fosse ubriaca, e alcuni dei suoi ricordi erano confusi […]. Aveva perso il controllo. Il suo primo impulso era stato quello di tacere su quanto accaduto. Ma nel giro di un giorno o due, “tutti coloro che facevano parte della vita delle confraternite e delle sororities sapevano cosa era successo”, ha raccontato agli inquirenti. La maggior parte dei pettegolezzi la incolpava, definendola “una puttana che ha fatto un’orgia con i ragazzi della Chi Phi”. […] Ha raccontato agli inquirenti di aver avuto un’illuminazione leggendo un commento online che definiva i membri della confraternita Chi Phi “persone terribili, hanno stuprato in gruppo una studentessa del secondo anno”. “Ed è stato allora che ho capito di essere stata vittima di uno stupro di gruppo, di un’aggressione di gruppo, o come la si voglia chiamare; ecco cosa è successo”».
Nel primo verbale (dopo un interrogatorio di ore in cui venne omesso che la ragazza fosse certa di essere stata violentata e che non portò a nessuna incriminazione) Jane Doe parlava di un incontro consensuale diventato «qualcosa che non ero riuscita a fermare e a cui non avevo acconsentito». Oggi dice di essere stata «talmente ubriaca da non essere in grado di dare il proprio consenso».
* * *
Scrive Claudia Torrisi su Valigia Blu:
«Nel caso della Cornell University ci sono delle specificità che riguardano la società e la politica statunitensi. Ad esempio, l’indebolimento durante la seconda amministrazione Trump del cosiddetto Title IX, la norma federale del 1972 che vieta le discriminazioni sessuali nei luoghi di studio e tutela da molestie e violenze. O il vuoto normativo nelle leggi locali dello Stato di New York in materia di stupro e capacità di prestare consenso quando l’intossicazione da alcolici o sostanze è volontaria. […] Ridotta all’essenziale, la vicenda della Cornell University ci dice anche molto di come funzioni la cultura dello stupro e di quanto sia pervasiva e radicata nelle maglie di società strutturalmente misogine».
* * *
La narrazione e le inevitabili articolesse contro le confraternite storicamente frequentate da bianchi etero benestanti e i loro stupidi riti d’iniziazione, la sicurezza nei campus, l’uso di alcol e droghe come strumenti di affermazione del diritto, l’assenza di educazione sul consenso, evitano tuttavia quasi scientificamente di interrogarsi sul contesto culturale plasmato da quel preciso ateneo. A rompere lo schema è Jared Lederman, studente dell’ultimo anno di economia alla Cornell, su The Free Press. E vale la pena di leggerlo attentamente:
«[…] Ciò che manca in questo dibattito è un aspetto fondamentale: la Cornell ha un problema con l’educazione sessuale. Per anni, l’università ha promosso l’idea di essere profondamente impegnata nel benessere degli studenti, pur fornendo loro costantemente indicazioni su attività sessuali che sono in totale contrasto con tale obiettivo. Il servizio sanitario della Cornell è sconvolgente per la sua volgarità, offrendo agli studenti istruzioni su come esplorare il bondage e fornendo una lista di controllo per identificare l’interesse in varie forme di sesso di gruppo. La Cornell ha anche organizzato lotterie di sex toy con tanto di dimostrazioni».
Poi i documenti:
«Nel 2019, l’ente sanitario ufficiale dell’università, Cornell Health, ha pubblicato una guida intitolata “Piacere sessuale: trovare il punto giusto”. Il documento si apre affermando che il sesso può rappresentare una “pausa studio fantastica”. Gli studenti sono incoraggiati a esplorare le proprie fantasie sessuali e a prendere in considerazione l’utilizzo di accessori fetish. L’esposizione alla pornografia, assicura Cornell, è “assolutamente normale” e la guida indirizza gli studenti verso la “pornografia etica” e i “Feminist Porn Awards”. Oggi, questo rapporto è disponibile all’interno di una biblioteca di risorse sulla salute sessuale, “selezionata personalmente dal nostro staff”. Nello stesso anno, Cornell Health pubblicò Self-Exploration, un documento che diceva agli studenti di avere “il diritto di sperimentare tutto il piacere” che i loro corpi potevano offrire e li invitava a dedicare del tempo privato al perseguimento di questo obiettivo. Un’altra guida, Sensate Focus, descriveva meticolosamente esercizi di contatto tra partner e affermava che “la nudità è ottimale”».
La “Lista delle preferenze sessuali” per aiutare gli studenti a sentirsi a proprio agio nell’esplorare la propria sessualità pare a questo proposito un menu di PornHub:
«[…] include sesso con due persone contemporaneamente; sesso con tre persone contemporaneamente; sesso con più di tre persone contemporaneamente; cybersex; relazioni sessuali aperte; sex toys; bendaggio; morsi; graffi; sculacciate e schiaffi a scopo di piacere sessuale; morsetti sessuali; e attività sessuali che coinvolgono vari fluidi corporei. Agli studenti viene chiesto di indicare la propria disponibilità a questi atti rispondendo sì, no, forse, fantasia o non so».
Dalla teoria alla pratica:
«Nell’ottobre del 2017, il dipartimento “Cornell Residential & New Student Programs” ha sponsorizzato “Sex Toys 101” presso il centro comunitario nella zona del campus adibita ad alloggi per le matricole. L’annuncio dell’evento pubblicizzava una “festa dei sex toys”, durante la quale gli studenti erano invitati a “sperimentare l’uso, gli scopi e le dimostrazioni dei sex toys”. Cinque anni dopo, una newsletter ufficiale del dormitorio pubblicizzò “Sesso al buio” presso l’Appel Commons, un centro comunitario del campus, invitando gli studenti a sedersi al buio mentre degli “esperti di sesso” rispondevano alle loro “domande più profonde e intime”. La partecipazione era accompagnata da braccialetti fosforescenti gratuiti e dalla possibilità di partecipare a un’estrazione a premi per vincere giocattoli per adulti».
Quanto al rapporto del 2026 della Task Force della Cornell sulle aggressioni sessuali:
«Include una campagna di sensibilizzazione sulla salute pubblica a favore della sessualità positiva, che prevede azioni per “normalizzare, destigmatizzare ed educare gli studenti su sesso, salute sessuale, esperienze sessuali positive e sviluppo come cittadini sessuali consapevoli”. Il rapporto raccomanda di introdurre la “positività sessuale” nei programmi per le matricole e suggerisce una “Giornata della salute sessuale” nel campus, che metta in evidenza “i diritti sessuali, la giustizia e il piacere per tutti”».
Dunque per anni alla Cornell, come in ogni università molto progressivamente aggiornata che si rispetti, non si è fatto altro che liberare il sesso, dire che è un’ottima pausa studio, che il gruppo è una casella da spuntare, che la pornografia è «assolutamente normale», che il piacere è un diritto. Educazione al limite o al pudore, in questo catalogo, non compare. Non diciamo che la pedagogia libertina produca stupratori, ma che chi educa risponde anche di ciò che insegna sì. Il dibattito americano, e il nostro che gli va dietro, è tutto qui: “cultura dello stupro”, “misoginia strutturale”, “società patriarcale”. Per fare un passo avanti verso il concreto e non l’astrazione bisognerebbe citofonare alla Cornell chiamandola a rispondere non solo delle sue task force per prevenire abusi ma delle dimostrazioni con i sex toys. Ma per farlo bisognerebbe ammettere che il libertinaggio istituzionale non è la cura della violenza, che anzi, forse forse le prepara il terreno.
La preferenza è una cosa seria.
Aggiungi Tempi alle tue “fonti preferite” di Google:
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!