Lo spirito del tempo
Creatività
Nel 2020 Ross Douthat scrive in The decadent society (Avid Reader Press / Simon & Schuster) come dietro la frenesia dei social media e di una politica da reality show, le verità profonde della nostra epoca siano l’incompetenza delle élite, una cultura esausta, e la fuga dalla realtà verso la fantasia. The decadent society spiega che cosa avviene quando una superpotente società cessa di progredire e come questa “frenata” sia un prodotto dell’incontro di ricchezza e competenza tecnologica con stagnazione economica, stallo politico e declino demografico. Un incontro che provoca una originale crisi della civilizzazione.
Douthat passa in rassegna la futilità degli odierni dibattiti ideologici americani, la ripetitività dell’attuale cultura pop, il declino della sessualità e dell’impegno ad allevare bambini fino alla fuga cercata nell’uso di qualche droga. Così la nostra epoca sarebbe contraddistinta dal disincanto, dalla sensazione che non vi siano più frontiere da esplorare, che l’unica prospettiva sia aspettare la morte.
Secondo l’editorialista del New York Times, è dalla consapevolezza di questo stato di cose, di come si è finiti in una situazione bloccata, che bisognerebbe ripartire, senza ottimismi ma neanche visioni apocalittiche.
Remake, sequel, revival
Per Douthat, dagli anni 2000 in poi, vivremmo in una sorta di circolo vizioso della nostalgia: remake, sequel, revival, citazioni, estetiche retrò e combinazioni di elementi già esistenti. Con una quantità enorme di contenuti, ma pochissime opere che risultino davvero originali rispetto alle categorie culturali del 1999.
E così una società molto ricca e tecnologicamente avanzata è arrivata a una situazione paradossale: ha enormi capacità produttive, ma non riesce più a immaginare un futuro radicalmente diverso dal presente.
Il problema non sarebbe che oggi non si producano opere di qualità. Anzi, si può vivere una vita culturale ricca con artisti, film, romanzi e fenomeni musicali contemporanei non di rado eccellenti. Il problema sarebbe una cultura che non sa più “andare avanti”. La nostra civiltà avrebbe perso la capacità di generare nuove direzioni culturali.
Secondo Douthat bisognerebbe cercare una nuova “Great american fantasy”, una grande opera fantastica capace di offrire un’immaginazione diversa da quella ormai dominante, una nuova epica. E per raggiungere questo obiettivo la domanda fondamentale non sarebbe se “l’uomo sta perdendo la creatività?”, ma: “Che cosa succede alla creatività quando una società diventa estremamente efficiente nel produrre variazioni di ciò che già conosce?”.

Dopo Oppenheimer e Odissea
Nell’articolo “Why Culture Has Come to a Standstill” (perché la cultura è arrivata a un punto morto), pubblicato sul New York Times il 10 ottobre 2023, il critico d’arte Jason Farago sostiene, in sintonia con Douthat, che il XXI secolo sia stato il periodo meno innovativo per le arti degli ultimi 500 anni. Nel Novecento ogni periodo sembrava produrre una rottura riconoscibile con quello precedente: Impressionismo → Cubismo → Dada → Pop → Minimalismo, e così via: si potevano distinguere abbastanza chiaramente gli anni ’50, ’60, ’70, ’80 e ’90. Oggi questo non succede più.
Douthat, dalla sua, fa un paragone analogo con il cinema: il successo di una grande opera creativa come Oppenheimer (2023), scritto e diretto da Christopher Nolan, è accompagnato dall’ottima riuscita commerciale nei mesi e nell’anno successivo di Dune 2, Indiana Jones and the dial of destiny, Inside out 2, Oceania 2, Cattivissimo 4, Kung fu Panda 4, Gladiatore 2, Ghostbusters missione glaciale, Wonka prequel.
E, aggiungo io, nel 2026 la realtà della cinematografia è analoga: un altro capolavoro di Nolan (Odissea), è accompagnato da Spider-Man: Brand New Day, Toy story 5, The Super Mario Galaxy Movie, The Devil Wears Prada 2, Oceania 3, Scream 7, Scary movie 7, Mortal kombat 2, Resident evil 7, Dune parte 3.
La preferenza è una cosa seria.
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Niente di nuovo
In qualche modo alcune mie letture estive mi pare che confermino questa tendenza del ristagno della creatività, che in molti casi non significa tanto perdita di qualità, quanto difficoltà a trovare nuove vie.
Prendiamo Il problema finale (2025 Edizioni Settecolori) di Arturo Pérez-Reverte: lo scrittore spagnolo, affidandosi a Sherlock Holmes, è bravissimo a costruire un’ennesima opera di metaletteratura come il suo Club Dumas (editore Tropea 1997), un romanzo sostanzialmente ambientato ne I tre moschettieri. Però al fondo deve affidarsi al detective di Baker street per insaporire il suo racconto, così nella citazione che riporto:
«”Ci vorrebbe un poliziotto” suggerì qualcuno. “Un detective.”
“Ne abbiamo uno” disse Foxá.
Tutti seguirono la direzione del suo sguardo.
“È ridicolo” protestai. “Siete diventati pazzi?”
“Lei è stato Sherlock Holmes.”
“Nessuno è stato Sherlock Holmes. Non è mai esistito. È un’invenzione letteraria.”
“Che lei incarnò in modo straordinario.”
“Sì, ma al cinema. Non aveva niente a che vedere con la realtà. Io sono soltanto un attore.” Mi guardavano con speranza, e la verità è che anch’io cominciavo a sentirmi come in scena, come se si fossero appena accese le luci e percepissi il sussurro della cinepresa che gira. Decisi comunque di restare in silenzio, le dita intrecciate sotto il mento. Non mi divertivo tanto dai tempi de Il mastino dei Baskerville».
Alla fine si conferma così la tesi di Douthat: la civiltà occidentale produce ancora qualità, ma ha difficoltà a inventare il nuovo.
Agatha Harding e Agatha Christie
Questo segno dello Zeitgeist mi sembra confermato anche da Il crimine del Paradiso (La Nave di Teseo 2026) di Guillaume Musso che così descrive una delle protagoniste del “giallo”:
«Il successo le consentì di guadagnarsi parecchio denaro, di comprarsi una Bugatti, un appartamento a Chelsea e di soggiornare in vacanza nei palace. Tre anni prima aveva cambiato editore per rinegoziare i termini del suo contratto e assicurarsi maggiore indipendenza e autonomia. E da allora fu lei ad avere l’ultima parola sulle scelte delle copertine sulla promozione dei romanzi. Due anni prima era uscito in Inghilterra il suo quarto romanzo, L’assassino dell’Osservatorio, che aveva suscitato molto entusiasmo. Alcuni avevano gridato al genio, altri l’avevano accusata di “tradire la fiducia del lettore e le regole della narrazione”. Ma lei non se ne curò e quelle condanne ebbero l’effetto contrario. Tutti vollero leggere il romanzo così famoso da essere ormai di dominio pubblico. Risultato. Decine di migliaia di copie vendute e una capitolazione della stampa che l’aveva eletta “regina del crimine”, un titolo che, tutto sommato, non le dispiacque. Guadagnò ancor più denaro e riuscì a riscattare la casa della sua infanzia, nella quale la madre, al momento, continuava a vivere. Il suo nome era diventato un brand e il mondo intero aspettava il prossimo Agatha Harding».
Ed ecco così l’ennesimo giallo in cui la protagonista è una appena appena mascherata Agatha Christie. Cosa direbbe lo Zeitgeist? “Come volevasi dimostrare”.
Doppio carpiato
Il terzo giallo che prendo in considerazione per sostenere la tesi della crisi della creatività, rappresenta un caso anomalo. Si tratta di Loro che non dormono (Rizzoli 2026) di Dolores Redondo.
Leggete questa citazione (si riferisce a una poliziotta che agisce nel giallo):
«“È quella dei romanzi di Dolores Redondo” disse Beth. “Redondo ha raccontato la storia del caso Basajuan, nel ‘Guardiano invisibile’, e nella sua trilogia di romanzi, è la cosa più bella che è riuscita a convincere la gente che la Salazar sia un personaggio di fantasia: anche quando vengono a fare le visite guidate, ormai ce ne sono tantissime, e vanno a vedere il commissariato, perfino i poliziotti dicono che è un personaggio inventato. E invece è reale. A volte vediamo i turisti con il libro in mano che visitano i luoghi della storia e cercano la casa della zia Engrasi: quella che appare nel romanzo è un’altra, naturalmente, non è quella vera. Lì l’autrice è stata furba”».
La difficoltà a innovare qui fa un salto di lato, non ci si appoggia più ad altri autori di gialli di successo per compensare le difficoltà inventive, bensì è la stessa autrice che viene citata nel libro che lei stessa sta scrivendo. Un ripiegamento inventivo da tuffo doppio carpiato.
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