La doppia catastrofe in Nepal, dove la realtà ha perso contro l’Ai
Le devastanti inondazioni che la settimana scorsa hanno martoriato il Nepal – scatenate dal crollo di un ghiacciaio sul fiume Bhote Koshi che ha inghiottito interi villaggi, ponti ed enormi porzioni di territorio – non appartengono alla letteratura dell’invenzione. Sono fango reale, freddo, macerie e una tragedia che conta migliaia di morti e dispersi.
Eppure, la crudezza dell’evento reale pare non possedere più la forza di penetrare la corazza cognitiva dello spettatore contemporaneo. Per catturare l’attenzione e fermare lo scroll compulsivo sulle piattaforme digitali si è preteso un «supplemento di realtà»: immagini iperboliche, generate dall’intelligenza artificiale, modellate per apparire visivamente più drammatiche, spettacolari e apocalittiche della catastrofe stessa.
Il Nepal non è Hollywood
Nelle stesse ore in cui i soccorritori scavavano nel fango vero, la rete veniva infatti inondata da un’altra alluvione: immagini sintetiche, modellate dall’algoritmo per mostrare un disastro ancora più epico, più fotogenico.Iil governo nepalese ha chiesto a Meta e TikTok di fare piazza pulita di ogni contenuto generato dall’Ai (e dagli sciacalli che romuovono finte raccolte fondi), i grandi network internazionali – dalla Bbc a Reuters fino a France 24 – hanno dovuto allestire veri e propri laboratori di verifica per spiegare ai lettori che no, quelle montagne che crollavano come in un blockbuster di Hollywood non erano il Nepal, ma un algoritmo.
La notizia, dunque, non è l’ennesima bufala creata per ingannare, ma qualcosa di ben più inquietante: l’inadeguatezza della realtà. L’uomo si scopre analfabeta davanti all’evento nudo e la tragedia autentica viene “scartata” perché visivamente imperfetta, lontana, priva di quel senso del dramma a cui ci ha assuefatti lo schermo. Serve una realtà che ci catturi meglio, che “funzioni” meglio.
Il dubbio come unico criterio di accesso al reale
Ed eccoci tutti trasformati, nostro malgrado, nei piccoli addetti di un ufficio permanente di controllo della realtà. Davanti a uno scatto non basta più chiedersi che cosa vediamo: occorre vivisezionare l’immagine, domandarsi da quale account provenga, con quale strumento, se il meteo sia coerente, se le ombre siano geometricamente rette, se il satellite confermi o il video originale sia reperibile. Le redazioni erigono intere divisioni per verificare ciò che un tempo la fotografia serviva proprio a documentare. È un apparente progresso del giornalismo, ma è soprattutto un fatto antropologico perverso: per poter vedere, dobbiamo prima imparare a dubitare metodicamente di ciò che vediamo. Il dubbio, da strumento del pensiero, diventa l’unico criterio di accesso al reale.
È una mutazione profonda, che trova nel laboratorio delle guerre e della politica la sua applicazione più brutale. Donald Trump può pubblicare in rete il filmato di un attacco al terminal iraniano di Kharg Island mai avvenuto – trattando la devastazione fittizia alla stregua di un argomento politico ordinario – e la tecnologia mostrare tutta la sua perversa efficienza. Quando il Reuters Institute testa i modelli di intelligenza artificiale, scopre che l’Ai tuttavia non distingue la verità dal verosimile: fotogrammi finti vengono corredati da precise geolocalizzazioni inventate, mentre fotografie drammaticamente vere – come le tombe delle bambine massacrate a Minab, in Iran – vengono disconosciute dagli algoritmi e attribuite a vecchi terremoti.
Il falso come misura per giudicare il vero
Il cortocircuito è totale. Perfino la dimostrazione involontaria di Google Earth – costretta a frenare sui propri strumenti di generazione tridimensionale perché permettevano di innestare guerre o catastrofi fittizie su mappe reali – racconta la medesima nevrosi. La realtà non ha l’obbligo di attirare l’attenzione, non si cura delle nostre aspettative: è fatta di attese, inquadrature storte, luci sbagliate, volti spenti. L’intelligenza artificiale, al contrario, è la risposta al nostro desiderio di spettacolarizzazione: ci restituisce il nemico come vogliamo immaginarlo e il disastro come pretendiamo debba apparire per commuoverci. O anche solo interessarci.
Non siamo più di fronte al falso che imita il vero per trarre in errore, ma al falso che rischia di diventare il metro con cui giudichiamo il vero. Se perfino la tragedia del Nepal ha dovuto chiedere in prestito la carne dell’invenzione per meritarsi l’orrore del nostro sguardo, significa che la realtà è stata definitivamente squalificata, bocciata come insufficiente se non si sottomette al canone dello spettacolo.
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