Perché c’è bisogno di “Communio”, oggi

Di Massimo Camisasca
24 Agosto 2026
L'intervento del vescovo emerito di Reggio Emilia al Meeting di Rimini in occasione della ripubbicazione della rivista nell'edizione svizzero-italiana. «Deve porsi alla testa di una Chiesa rinnovata, piccolo resto che porta su di sé la profezia di Cristo»
Da sinistra, Massimo Camisasca, Paolo Prosperi, René Roux, Marco Lamanna al Meeting di Rimini
Da sinistra, Massimo Camisasca, Paolo Prosperi, René Roux, Marco Lamanna


È rinata quest’anno un’edizione in lingua italiana con sede a Lugano della rivista internazionale Communio, dodici anni dopo la chiusura della prima Communio italiana. Il Meeting di Rimini ha dedicato all’iniziativa un incontro dal titolo “Cristiani nel mondo” nel corso del quale hanno preso la parola mons. Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia, René Roux, rettore della Facoltà di Teologia di Lugano e direttore della nuova edizione, don Paolo Prosperi, condirettore, e Marco Lamanna, segretario di redazione e docente della Facoltà di Teologia di Lugano, che ha letto l’intervento di Elio Guerriero.

Communio è nata nel 1972 dall’incontro di quattro giovani studiosi italiani – il futuro cardinale Angelo Scola, Sante Bagnoli, fondatore della casa editrice Jaca Book, il teologo svizzero Eugenio Corecco (poi vescovo di Lugano) e il teologo catanese Giuseppe Ruggieri con due teologi di lingua tedesca già allora molto affermati che portavano i nomi di Joseph Ratzinger e Hans Urs Von Balthasar. Inizialmente la rivista fu pubblicata in due edizioni distinte in italiano e in tedesco. Si aggiunsero poi altre edizioni in altre lingue, fra le quali il francese, l’inglese e lo spagnolo. Oggi esistono edizioni di Communio in una dozzina di lingue diverse. Tutte le edizioni devono avere l’approvazione di Communio Internationalis, che ha sede a Parigi. Henri De Lubac, Von Balthasar e Ratzinger sono riconosciuti come i padri nobili di Communio, che nacque sull’onda degli eventi ecclesiali del post-Concilio Vaticano II. Le loro opere vennero tradotte in italiano da Jaca Book.

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L’intervento di monsignor Camisasca all’incontro di Rimini.

A cavallo tra gli anni 1972-1973 ho abitato a Milano con don Angelo Scola, in un appartamento che – sino a poco tempo prima – era stata la casa di Sante Bagnoli, il creatore dell’editrice Jaca Book. Mi trovavo dunque a partecipare alle conversazioni e ad attingere ai ricordi recenti di due tra i più autorevoli artefici dell’avventura, da poco iniziata, di Communio.

Sia il cardinal Scola che il cardinal Ratzinger, nelle loro autobiografie e in altre occasioni, hanno parlato di quella nascita. Hanno rievocato il famoso “pomeriggio di Ratisbona” del 1971 quando Scola, Corecco, Bagnoli incontrarono Ratzinger per coinvolgerlo in quella iniziativa e l’incontro del 1972 a Monaco con De Lubac e von Balthasar con altri autorevoli teologi per il varo della rivista.

Nasceva un periodico che voleva essere, attraverso la riflessione e la penna di grandi pensatori, espressione della coscienza ecclesiale di un popolo e nelle stesso tempo esegesi profonda della lettera e dello spirito del Vaticano II, senza mai disgiungere i due livelli, la storia e lo spirito. Era questo il grande compito lasciato aperto dal dramma ancora recente del modernismo.

Di questa coniugazione di storia e spirito uno di loro, Josef Ratzinger, poi papa Benedetto, sarà la cifra sintetica di tutta la sua enorme riflessione teologica e spirituale.

Communio nasceva dopo una gestazione di tre anni, dal 1969 al 1972, a soli sette anni dalla chiusura dei lavori del Concilio, nel tempo della iniziale, grandiosa e talvolta problematica applicazione dei suoi documenti.

Era un tempo (lo posso dire con la necessaria umiltà, ma confortato dalle accorate parole di Paolo VI, il martire del post Concilio) di grande confusione nella Chiesa e nella società. Si pensi ai movimenti neo-marxisti nati agli inizi degli anni Sessanta che avevano attratto molte migliaia di ragazzi e giovani anche di estrazione cattolica; alle speranze rivoluzionarie che attraversavano ogni strato della società, alla contestazione ecclesiale che sembrava mettere in discussione secoli di dogmi e tradizioni. Tutti eravamo impreparati.

Noi, la generazione nata attorno a don Giussani nel decennio singolare 1954-1965, capivamo una sola cosa: che Cristo era l’unico salvatore, che la Chiesa ce lo presentava vivo e attuale, anche nelle sue stanchezze, ma pur sempre nella sua gloriosa tradizione di preghiera, canto, liturgia, missione, carità.

Attraverso l’insegnamento e l’opera educativa di don Giussani, l’esperienza comunitaria che noi vivevamo, custodiva una profezia che ancora non aveva tutte le parole per esprimersi adeguatamente, ma le cercava e sapeva che le avrebbe trovate.

Il nome “Comunione e liberazione” del 1969 (si noti la coincidenza di date) era uno di questi temi fondamentali.

Veniamo ora al titolo Communio. Esso fu proposto, secondo Scola, non a caso, da Bagnoli e Corecco: la sintesi geniale di quel momento e potrà esserla anche di questo, ma di ciò parlerò più avanti.

Perché Communio?

Giussani già nel 1964, nelle sue meditazioni della settimana santa a Varigotti, aveva fatto della comunione il cuore della esperienza cristiana cui voleva introdurci. Parlò, coraggiosamente a ragazzi liceali, della comunione trinitaria. Il nome di CL dunque non nasce dal nulla, così come non nasce dal nulla il titolo Communio. Facendo un grande balzo in avanti ricordiamo che nel 1985 il cardinal Ratzinger propose l’ecclesiologia di comunione come la cifra sintetica e dinamica dell’intero insegnamento conciliare.

Communio è innanzitutto la comunione trinitaria. Questa considerazione radica l’evento della salvezza dell’uomo e del cosmo in una ontologia che non permette nessuna riduzione sociologica, tantomeno rivoluzionaria, o psicologica, come l’apertura all’altro in quanto espressione di una bontà naturale o di una ricerca di equilibrio e benessere.

Communio è il nome dell’evento ecclesiale, profezia dell’unità di tutto il genere umano, una unità che non nasce dal basso ma dall’alto, dall’obbedienza pasquale (morte e resurrezione) di Cristo al Padre.

Questa mirabile tensione semantica tra Trinità, Incarnazione, Chiesa conferiva e conferisce all’espressione communio una ricchezza di riferimenti a cui nessun altro termine può aspirare.

Molti, in diversi momenti della storia umana e anche ecclesiale, si sono esercitati nel raffronto tra epoche vicine o lontane per trovare un aiuto a leggere il presente che stavano vivendo.

È questo un esercizio interessante ma molto rischioso, perché gli innegabili punti di somiglianza tra un’epoca e un’altra annegano in contesti culturali, antropologici, scientifici… spesso profondamente cambiati.

Tutto ciò vale sommamente per il nostro tempo, quando la storia sembra correre precipitosamente rendendo arduo se non impossibile ogni raffronto.
Eppure, pur tenendo presente quanto detto, ha un senso chiedersi: quali erano le attese o le necessità del mondo ecclesiale all’inizio degli anni Settanta e quali oggi? Se infatti negassimo ogni valore a questa domanda, dovremmo concludere con l’impossibilità di ogni ricerca storica, che è sempre un passaggio dal presente al passato per indagare il cammino dell’uomo.
Negli anni Settanta si affermò una distonia tra verità e bellezza che oggi è divenuta abissale.

In realtà non si può mai disgiungere la verità dalla bellezza. Senza bellezza la verità risulterebbe solo aridità intellettuale priva di fascino e interesse per la persona. Ma una bellezza che non conducesse alla verità e ne fosse solo una visibilità misteriosa rimarrebbe un puro accento estetico passeggero incapace di dare alle attese della vita una loro speranza di compimento.

Si può notare così (lo affermo senza approfondimenti) la profonda vicinanza di animo e progetto tra Giussani e von Balthasar, che è anche una angolatura a cui guardare per comprendere l’inizio di Communio nel 1972.

L’ontologia di Giussani è la comunione e la sua estetica è la comunità, con la sua vita, i suoi incontri, i suoi canti, le sue parole eccetera, una estetica vissuta che conduce in una escatologia anticipata alla persona di Cristo, rivelazione del Padre e pienezza dell’umano.

Di questo aveva bisogno il popolo cristiano negli anni Settanta: uscire da un corto circuito tra annuncio ed etica che non rivelava il fascino e la promessa umana dell’incontro con Cristo.

Oggi l’etica di quei tempi è sparita sostituita da un’etica laica molto più gravosa e l’annuncio si è fatto sempre più flebile.

Sessant’anni fa ancora esistevano brandelli di popolo cristiano. Oggi non più. O meglio oggi esistono piccoli praticelli di erba nuova al di fuori di ogni catalogazione preventiva. Essi vivono dentro e fuori i movimenti laicali post conciliari, sono in alcune parrocchie là dove la burocrazia conservatrice- progressista non la fa da padrone uccidendo tutto, in alcuni monasteri o conventi, attorno alla adorazione eucaristica, alla meditazione della scrittura, … avranno un futuro? Non lo sappiamo ma certo sono frutto dello Spirito che vuole rompere le gabbie create dagli uomini per costruire una chiesa puramente orizzontale.

Alle nuove generazioni che saranno la Chiesa di domani non interessano le questioni di politica ecclesiastica (i ministeri o il diaconato femminile, i confini delle parrocchie e la loro trasformazione secondo nuovi criteri pastorali, non interessa la pastorale) interessa l’acqua fresca della persona di Gesù e le sue proposte di sequela personale e comunitaria in cui trovare luce e forza per la vita.

Negli anni Settanta si trattava di indicare la strada a un popolo in grande difficoltà, oggi si tratta di accompagnare un nuovo mondo che sta nascendo (sto ovviamente parlando dell’Europa) innestato nell’antico ma alla ricerca di nuove forme storiche di espressione ecclesiale.

Il pensiero liberale-progressista vede la Chiesa secondo categorie antiche, clericali, di potere, come d’altronde il pensiero reazionario.

Noi non dobbiamo tanto pensare ma guardare, guardare l’opera dello Spirito senza ingabbiarla, dobbiamo darle un argine di verità perché non si disperda ma trovi alimento nella sostanza di una tradizione bimillenaria.

C’è un istinto di verità che va condotto alla sua maturità, attraverso una introduzione ai misteri (come faceva sant’Ambrogio) fatta di preghiera e canto, una preghiera nutrita dalla parola di Dio, una carità nuda spogliata dei pesi ideologici e politici che la sottraggono alla gratuità.

Sono tracce di un cammino che possono ispirare alcuni passi di Communio, la rivista deve coraggiosamente porsi alla testa non di una nuova Chiesa ma di una Chiesa rinnovata, piccolo resto che porta su di sé la profezia di Cristo.

Essa non è né una nuova politica, né un’etica universale, ma una sfida e una promessa: vuoi entrare nella luminosa umanità di Cristo? Sarà lei a condurti verso ciò che neppure sai immaginare.

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