Il “caso Jason Arday” è un caso di razzismo, ma al contrario
Scotland Yard ha definito la sua morte «non sospetta». Una formula delicata per indicare un probabile suicidio. E quando qualcuno si toglie la vita, nessuno dovrebbe sentirsi innocente. Dunque ha fatto bene Melanie McDonagh sullo Spectator a ricordare che Jason Arday era innanzitutto «un uomo, un padre, un figlio, un fratello e uno zio», prima ancora che un sociologo portato in palmo di mano da Cambridge come esempio vivente di inclusività e politiche Dei.
Ma Jason Arday non è il “caso Jason Arday”. Che invece rimane una fenomenale e tragica lezione di quali guasti abbia provocato nel mondo culturale ed accademico la gramigna woke: quella tendenza a sistemare le persone su un piedistallo istituzionale e intellettuale non tanto per i meriti acquisiti sul campo, quanto per il valore simbolico che rappresentano.
«Un linciaggio»
L’altro giorno il rettore del prestigioso istituto accademico, lord Chris Smith, ha denunciato la «caccia alle streghe, alimentata dal razzismo». Smith è soltanto l’ultimo, in ordine di tempo, di una lunga serie di prese di posizione in difesa di Arday, iniziate quando le prime accuse avevano cominciato a emergere. La stessa Cambridge aveva definito una «vile campagna di fango» quella scatenata contro di lui, per poi aprire un’indagine interna quando le contestazioni si erano fatte più consistenti. Il sindaco di Londra Sadiq Khan aveva parlato di «gogna pubblica perniciosa». La deputata laburista Zarah Sultana aveva detto che «se fosse stato un accademico bianco della classe media non sarebbe stato perseguitato dalla stampa britannica». Ibram X. Kendi, una sorta di santone dell’antirazzismo statunitense, aveva incolpato i media di aver linciato Arday.
E così molti altri. Per Jo Grady, segretaria generale dello University and College Union, lo studioso aveva subito «molestie disguste». Secondo Daniel Kebede, segretario generale del National Education Union, era stato sottoposto a «un attacco pubblico brutale e razzista». Per Weyman Bennett, co-coordinatore di Stand Up To Racism, la sua morte «è stata il risultato di una caccia alle streghe razzista». Black Lives Matter Uk ha liquidato la campagna mediatica contro di lui un «linciaggio della guerra culturale».
La preferenza è una cosa seria.
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Nessun dubbio
Nessuno di costoro si è però mai chiesto chi avesse creato il “caso Jason Arday”. Chi aveva fatto in modo che un uomo con una vita che pareva uscita da un film dei Monty Python, diventasse il vessillo intangibile della più spinta e corrosiva ideologia identitaria? Nessuno poteva permettersi di dubitare del suo curricuulm e dei suoi meriti accademici e sportivi. Perché, come ha ammesso con disarmante candore James O’Brien al Telegraph, chiunque mettesse in discussione il mito Arday rischiava di essere bollato seduta stante come «razzista. E siccome io non sono razzista, non mi è nemmeno passato per la testa di farlo».
Quindi, sì, il “caso Jason Arday” è un caso di razzismo, ma ribaltato. E a sentirsi responsabili del suo terribile epilogo dovrebbero essere in primo luogo proprio coloro che, pur di sventolare un simbolo, hanno finito per stritolare l’uomo.
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