L’autoritratto snob di Paolo Mieli

Di Pino Suriano
18 Agosto 2026
L’ex direttore del Corriere della Sera interviene sul caso Lavitola con orgoglioso autocompiacimento. Alla fine, ci risulta più simpatico il megalomane faccendiere
Paolo Mieli (foto Ansa)
Paolo Mieli (foto Ansa)

Ma Paolo Mieli non si fa un po’ pena da solo? Se l’è fatto da solo il ritratto autocompiaciuto dell’intellettuale snob, che guarda gli altri dall’alto verso il basso e li sfrutta per piccoli, piccolissimi piaceri.

Paolo Mieli è un giornalista e intellettuale, tra le voci più ascoltate in Italia, soprattutto sui temi di storia e politica. Nelle scorse settimane è finito, come è noto, nel valzer dei pettegolezzi legati al ristorante Cefalù di Valter Lavitola e così ha pensato bene di raccontare la propria parte nella vicenda in un’intervista a Tommaso Labate sul Corriere della Sera.

Dopo averla letta, ci siamo chiesti se le abbia effettivamente meditate, quelle parole e quell’immagine di sé che ha pensato di far trasparire. Per stima del suo intelletto siamo costretti a credere di sì, e pensiamo che l’autoritratto amorale che ne emerge non gli ponga alcun problema di immagine pubblica, e forse neppure riesca a cogliere quel contraccolpo di disistima che ha generato in noi la lettura.

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Fantastico cantastorie

L’autoracconto è il perfetto manuale dell’intellettuale cinico e snob, che guarda gli altri dall’alto verso il basso e sfrutta (non c’è parola più precisa) il proprio appeal e la propria autorevolezza per qualche piccolo (ma piccolo piccolo) piacere della vita e poi, con aria distaccata, si ritrae o finge interesse quando i cazzi propri vengono meno.

Il Paolo Mieli che si autoracconta è un uomo che finisce al Cefalù per caso, ma poi ci ritorna, conquistato da un’esperienza indimenticabile della vita: le vongole già sgusciate. Con questa “giocata”, il faccendiere-ristoratore Lavitola gli fa un’impressione «meravigliosa» (l’aggettivo è di Mieli) perché «col tempo che perdi a sgusciare le vongole, gli spaghetti si freddano e poi diventa complicato assaporarli…». È un’esperienza di vita così estrema che lo porta a tornare «diverse volte», anche se il proprietario che lo ha avvinto non è propriamente un oste anonimo ed è potenzialmente portatore di qualche grana.

Poi un giorno si guasta la macchina di Mieli e Lavitola si offre di accompagnarlo. Lui accetta. Solo la prima volta? No! Quella cosa diventa «una specie di rito»: andata in taxi e ritorno con Lavitola. Cosa si dicono in quella macchina? L’anziano giornalista si diletta con i racconti di quel fantastico “cantastorie”, che ha vissuto dal di dentro il potere berlusconiano e gli scontri tra Gianni Letta e Marcello Dell’Utri, ma poi, quando Lavitola parla di qualche suo interesse commerciale, tipo il carbon credit, Mieli – sempre parole sue – «spegne il motore dell’attenzione» e smette di ascoltarlo.

Impegnatissimo intellettuale

Il fatto è che questa forma snob del rapporto, il cui nome più preciso è maleducazione, viene raccontata con sottofondo orgoglioso e autocompiaciuto.

Si comporta anche peggio col sondaggio sulla popolarità di Sigfrido Ranucci. Un giorno Lavitola gli parla dell’ipotesi di discuterne in una riunione e a lui vengono i sudori freddi («con tutte le cose che ho da fare, figuriamoci perdere tempo con una faccenda del genere», magari si freddano le vongole). Ci mancherebbe…

L’impegnatissimo intellettuale si spende per dedicare un minuto di tempo a chi tanto ne dedica a lui? No, lui è così distante dalla cosa che non vuole neanche sapere chi sia la persona. Gli dice: «Mandamelo su Whatsapp». E quando “Valterino” glielo gira, lui neanche lo legge, ma lo prende in giro con un messaggio del tipo: «Va benissimo, è perfetto». Un’altra mancanza di rispetto raccontata con autocompiacimento.

Non abbiamo da fare alcuna morale al signor Mieli, che è libero di vivere come vuole e frequentare chi vuole (non è questo un luogo di moralismo da accatto), ma da educatori, questo siamo, accusiamo il colpo davanti all’idea che le figure a cui diamo ascolto, e che talvolta si atteggiano a guide valoriali, siano di una tale pochezza umana e di così poca sincerità nei rapporti (fatti di ingratitudine e di snobismo autodichiarato), e che soprattutto lo raccontino con aria autocompiaciuta e divertita.

Lavitola fa più simpatia

Ne esce male l’idea stessa di cultura, se l’uomo colto usa così l’autorevolezza che ne deriva. Don Milani non si stancò di insegnare quanto male potesse fare la conoscenza usata per il potere e non per l’incremento dell’umano.

E diciamolo pure: con le sue roboanti fantasie, con il suo velleitarismo fattivo, Lavitola, al netto di tutto, fa più simpatia: almeno ha un orizzonte più ampio, il suo fantasioso e megalomane desiderio di incidere sulla politica.

«Questo capitolo della storia è un pezzo di commedia all’italiana», dice Mieli nella stessa intervista. Siamo d’accordo con lui, purché si accorga di esserci finito dentro. Ci sembra uno di quei personaggi che, mentre pensano che tutti gli altri attorno facciano ridere, non si accorgono che a far ridere sono proprio loro. Il vecchio trombone è un personaggio che non manca mai.

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