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Squalo chi legge

Pensare l’impensabile

Di Andrea Venanzoni
16 Agosto 2026
“La terra trema”, la suggestiva indagine della filosofa Lucrezia Ercoli su una delle più dolorose fragilità della mente umana: l’incapacità di stare di fronte alla catastrofe. Dal terremoto di Lisbona al sisma dell’Italia centrale
Una incisione raffigurante il terremoto che devastò Lisbona nel 1755
Una rappresentazione del terremoto che devastò Lisbona nel 1755

La catastrofe, scrive Lucrezia Ercoli, «rende visibili le fragilità strutturali che in tempi ordinari restano nascoste; è una lente che ingrandisce ciò che normalmente sfugge allo sguardo quotidiano».

Immaginare la catastrofe, pensarla, darle un senso, un contesto e un limite, è uno degli aspetti più dolorosi e difficoltosi per il pensiero umano, chiamato a confrontarsi con il peso di una devastazione talmente squassante da azzerare la voglia di confrontarsi con un orizzonte reso esso stesso impensabile. Il volume La terra trema. Filosofia della catastrofe, edito da Il Melangolo, è la risposta che la filosofa Lucrezia Ercoli, docente di Estetica all’Accademia di Belle Arti di Bologna e organizzatrice di “Popsophia”, offre al grande quesito della pensabilità stessa della catastrofe.

Voltaire e Rousseau davanti al disastro

Già il titolo richiama con limpida evidenza una tipologia precisa di catastrofe; il terremoto. Il volume si apre non per caso con il devastante terremoto che nel 1755 devastò Lisbona, suscitando un serrato dibattito nell’opinione pubblica e tra i filosofi, da Rousseau a Voltaire, che contemplando quelle rovine ancora fumanti ne trassero insegnamenti assai diversi. Il motivo per cui l’autrice sceglie di partire nella sua analisi proprio da questo episodio è lineare ed espressamente dichiarato: la catastrofe lusitana è la prima tragedia mediatizzata, capace di divenire perno nodale di discussioni, saggi, articoli, polemiche.

A Voltaire la tragedia ispira il cupamente pessimistico Poema sul disastro di Lisbona, un attacco frontale all’ottimismo che abusa del bene e che si gingilla con le impossibili chimere della negazione dei dolori degli esseri umani. Quello spettrale scenario di desolante devastazione è il simbolo di un ordine in frantumi, di un caos che erompe spezzando e disarticolando qualunque consolatoria illusione.

Nella risposta di Rousseau a Voltaire ci sono notazioni ancora oggi assai attuali. Non solo dal punto di vista concettuale e filosofico ma proprio nella prassi delle polemiche mediatiche, nella ricerca spasmodica dei colpevoli. Per il filosofo svizzero, gli uomini non possono assolversi imputando la catastrofe all’imprevedibile follia della natura. Una città gode di una sua razionalità urbanistica, la quale diventa così un piano morale, prima ancora che amministrativo. Edificare in maniera dissennata, ingorda, irrazionale rischia sempre di presentare un conto assai salato.

Il magnete della straordinarietà

Non so con quanta consapevolezza ma nella connessione tra campo morale, tecnica e catastrofe, Rousseau riesuma letteralmente una delle grandi questioni filosofiche del mondo classico; come leggere cioè le catastrofi. Ad esempio, riprendendo la lezione di Posidonio, Vitruvio, nel suo De architectura, si diffonde sui postulati dell’ordine naturale e di una tecnica utilizzata entro la cornice, accettabile, dell’ordine naturale medesimo. Ciò che sfida la natura, per quanto in apparenza razionale, si situa fuori dalla cornice dell’accettabile.

Un altro caso assai noto nell’antichità classica ebbe invece origine da una serie devastante di terremoti che pochi decenni prima della catastrofe di Pompei e di Ercolano interessò il Napoletano, lasciandosi alle spalle una stordente sequenza di morti, feriti e devastazione. Non casualmente il libro VI delle Naturales quaestiones di Seneca è dedicato alla interpretazione dei terremoti. L’attenzione di Seneca si appunta su due caratterizzazioni del tutto peculiari; da un lato sui mira, gli eventi straordinari e insoliti, quelli che oggi punteggerebbero la cronaca scandalistica, e dall’altro lato una profonda attenzione per i dettagli di ordine psichico sull’uomo posto davanti al pericolo e al rischio.

La straordinarietà come un magnete ci attira, ci trasforma. Non per caso Ercoli richiama la lezione di Kant, il quale pure si interessò del disastro di Lisbona, dedicandogli tre scritti assai documentati. È in fondo la grande lezione elaborata da Hans Jonas, secondo cui «agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra».

Icone della catastrofe

Ogni catastrofe, essendo difficile da pensare, è anche difficile da raffigurare. Riprendendo l’insegnamento di Susan Sontag, l’autrice si confronta con quell’arte, pittorica o fotografica, che maggiormente si è legata alla distruzione.

L’esposizione di sentimenti davanti al dolore degli altri: ciò che diveniamo, ciò che sentiamo e percepiamo, come quella sofferenza in apparenza priva di guarigione ci muta nel profondo. Quel percorso doloroso diventa però accettazione, se necessario, della caduta, della rovinosa catastrofe, per dirsi liberi, per affermare di aver tentato di vivere la propria libertà. È nella incertezza, nella insicurezza, nei bivi, nei nervi scattanti e tesi, lungo i sentieri poco battuti, nelle radure e nelle foreste nebbiose che prende forma l’epifania di una incontrastata libertà.

Mentre il senso comune artistico contemporaneo annega nel sordido squallore della burocratizzazione estetica e delle tematiche, affrontando e ritornando al dogma dell’impegno sociale, appiattito nei suoi rituali di elisione di qualunque severo rischio, ombelicalmente incordato alla forma della anticipazione della catastrofe, per prevenirne il posizionamento stesso nell’anima dell’uomo, la mistica estetica del rischio e l’affilata grazia della accettazione del rischio generano e producono una sensibilità della catastrofe. E per tale si intende l’autorappresentazione della inevitabilità della scelta, la sua sublime funzione di differenziazione tra paradigma primitivo, animale, fermo nella sua quieta stasi, e paradigma celeste dell’individuo consapevole e realizzato che affronta il mare, punteggiato di scogli dell’esistenza, incurante della possibilità della catastrofe. Non più concepita come patetico dramma di danno e colpevolezza, ma come tragedia nel suo storico ritorno all’origine di un tempo alternativo biforcato tra mille scelte e possibilità e rischi, che riproduce la propria lezione morale nella individualità di chi è chiamato, nel qui e nell’ora, a dover assumere una decisione.

Le icone della catastrofe sono così il ghiaccio artico di una escatologia intermittente che di tanto in tanto ci sottopone, nel modo più crudele possibile, il ricordo della tragedia e di ciò che siamo destinati ad essere per poterci dire davvero umani.

L’Italia trema

Non manca – come mai potrebbe? – la riflessione sulla terra italiana squassata nel corso della storia da devastanti terremoti. Reggio Calabria e Messina, agli inizi del XX secolo, tanto rovinosi da essere divenuti epitome incarnata di un lutto nazionale, tanto forte da aver persino spinto il fragorosamente rivoluzionario Marinetti a rimandare il lancio del futurismo su suolo italico.

Ci sono poi il Belice, il Friuli e l’Irpinia, tutti eventi dei quali conserviamo non solo memoria ma anche immagini e sensibilità innervata nella narrazione letteraria e cinematografica. E gli ultimi, tremendi terremoti; l’Aquila e l’Italia centrale. Qui si apre una pagina biografica, considerando che l’autrice è marchigiana e come tale segnata nella sua esistenza da quei momenti di terrore e di distruzione. Una condizione, come scrive la Ercoli, che sembra non finire mai. Perché al terremoto, ai suoi morti, ai suoi edifici franati, segue sempre il dibattito politico, seguono pure l’enfasi mediatica e le promesse di ricostruzione, il tentativo poi di razionalizzazione e di comprensione della dolorosa ferita da parte delle comunità locali. Una indeterminatezza che effigia in eterno, come una lapide virtuale, il senso di quella distruzione, da trasformarsi, per superarla davvero, in fatto condiviso, in esperienza di comunità.


Copertina del libro “La terra trema. Filosofia della catastrofe” di Lucrezia Ercoli

Lucrezia Ercoli, La terra trema. Filosofia della catastrofe, Il melangolo 2026, 160 pagine, 15 euro.


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