È una “partecipazione generativa” che richiede lo sforzo (spesso antipatico) di porre la domanda: cosa sto generando con chi? È sempre un “mettersi in ballo” con qualcuno
Il gioco è una cosa seria. Quando nel 1938 lo storico e antropologo Johan Huizinga scrisse il libro Homo Ludens, accese per la prima volta i riflettori su ciò che egli definiva una delle basi fondamentali della cultura umana: la civiltà nasce e si sviluppa nel gioco. Come tutte le cose serie, anche il gioco ha un non facile destino, una non facile gestione: le culture “giovani” giocano di più e giocano meglio. Le culture “avanzate” rischiano quello che Huizinga chiama “puerilismo”, una miscela di adolescenza e barbarie.
Qualche decennio più tardi, il sociologo francese Jean Baudrillard analizzava l’immaginario di Disneyland, definendolo come quella degenerazione grazie alla quale gli adulti «vengono qui a fare i bambini per illudersi sulla loro infantilità reale». Più recentemente Zigmunt Bauman indicava il “mondo-come-gioco”, quello in cui diventa comune dirsi: «Siamo adulti, lasciamoci da amici», quando il giocatore si ritira dal gioco del matrimonio. Il segno della maturità postmode...
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