Casca il mondo
Innamorarsi ancora
Potrebbe essere un esercizio ridicolo, e sensato, costruire un ritratto dell’umanità contemporanea usando le etichette inglesi che vengono appiccicate a ogni disagio, tendenza o nevrosi del momento. Ne verrebbe fuori un’enciclopedia a rovescio, un manuale d’istruzioni per fare l’esatto contrario. Il trucchetto di usare l’inglese è facilmente disinnescato: suona figo, ma è una scemenza. Uno dei tanti esempi recenti possibili è il “meat shaming”, la lettera scarlatta sul petto dei carnivori o, spiegato meglio, il biasimo sociale rivolto a chi consuma carne attraverso messaggi che puntano a generare vergogna, colpa o disagio.
Un’etichetta che meriterebbe più di un capitolo nel suddetto manuale è la “dating fatigue”, l’affaticamento e la frustrazione da uso eccessivo di app di incontri. È studiata anche in ambito universitario, e ha le caratteristiche di un burnout emotivo: scrollare profili, ricavarne conversazioni piatte e incontri deludenti, sentire sia l’ansia di performare, sia il desiderio di trovare l’anima gemella. Una definizione efficace che supera la sintesi brutale dell’inglese è: esaurimento da ricerca relazionale, prodotto dalla ripetizione di interazioni a bassa qualità o ad alto costo emotivo.
Dietro le app d’incontri c’è un business enorme, oggi in affanno. Nel Regno Unito, secondo Ofcom, Tinder ha perso 600 mila utenti rispetto all’anno precedente e sta correndo ai ripari con nuove strategie che suonano vecchissime: Events è una nuova funzione dell’app pensata per portare gli utenti fuori dalla chat e dentro eventi dal vivo. Che genialata, incontrarsi.
Secondo Venditti gli amori «fanno dei giri immensi e poi ritornano» ed è proprio questo il caso. Amore è la grande parola taciuta dietro un ritratto umano in cui i single sono in aumento, ma i siti d’incontri perdono terreno e clienti. Si parla di partner, di connessioni, di chimica, ma si tace quello che sotto sotto ogni anima spera: innamorarsi e cominciare un cammino di coppia che sia qualcosa di meno frustrante di “trovo il match perfetto”.
Fa sorridere, ma non troppo, che certe ovvietà irriducibili siano guardate, oggi, come novità clamorose. «Il Washington Post ha documentato un controesodo: molti giovani tornano a frequentare la parrocchia sperando di trovare risposte in tempi di profonda incertezza, conforto in un’epoca di solitudine, bellezza e significato nell’era della realtà artificiale. Ma, secondo molti intervistati, è anche uno spazio di incontro fisico dove conoscere un potenziale partner con gli stessi valori». C’è da immaginare che a Dante, dalla tomba, scappi una colorita espressione toscana, giusto per ricordarci che lui è così antico da essere ancora in tendenza, visto il suo primo incontro con Beatrice.
Possiamo pure dargli il nome di dating fatigue, ma il tema vero è la sfida dell’incarnazione, quel bisogno che i rapporti prendano carne nell’accadere, non si limitino a scrollare.
In Inghilterra hanno addirittura scoperto che andare al pub con gli amici è un bel modo per trovare l’anima gemella, molto meglio che stare sul divano a cercare profili virtuali. Dunque, torna di moda la birra in compagnia con un tocco, non necessario, di modernità. “Date My Mate” è un format di incontri dal vivo nei locali, in cui non è il single a presentarsi, ma i suoi amici a “venderlo” al pubblico, spesso con una breve presentazione PowerPoint ironica e affettuosa. Che fatica, davvero. Ma se restassimo alla birra in compagnia e basta?
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