«Con l’Ai bisogna porsi una domanda sul “come” ma anche sul “perché”»
Una palestra per allenarsi a comprendere come utilizzare al meglio gli strumenti dell’intelligenza artificiale in azienda. Facendo rete e condividendo un percorso reale di conoscenza, «mentre tutti ne parlano soltanto per sentito dire». È il senso di MaestrIA, la “academy” promossa dalla Compagnia delle opere per accompagnare in particolar modo gli imprenditori e le figure apicali delle pmi di fronte a un «cambiamento epocale». A illustrarne genesi e obiettivi è il forlivese Paolo Casadei, amministratore delegato di Zal Telecomunicazioni, che a fine gennaio già l’aveva presentata al mercato presso la sede di Google a Milano. Un «imprenditore sufficientemente curioso», dice di sé, e «che ha voluto prendere sul serio in prima persona questa sfida per capire come affrontarla». In un paese dove, mette in guardia Casadei, «tutti diventano “esperti di Ai” dall’oggi al domani» così come era stato, a suo tempo, per i siti web e la bolla delle “dot-com”.
Come nasce MaestrIA quale proposta all’interno della Cdo?
L’idea emerge, appena dopo l’ultima edizione del Meeting di Rimini, a seguito di dialoghi con gli imprenditori e le sedi territoriali della Cdo, sollecitati dagli incontri organizzati sul tema e dalla mostra promossa da Cdo e intitolata “Ogni uomo al suo lavoro”. Con la presidenza dell’associazione, abbiamo individuato l’intelligenza artificiale quale tema strategico da approfondire e mi è stato chiesto di svilupparlo per impostare un percorso formativo da condividere con le sedi territoriali che, da un punto di vista di metodo, non fosse solamente tecnico, ma che mantenesse al centro la responsabilità della persona, dell’imprenditore.

Qual è stato il primo passo?
Il primo passo è stato ragionare insieme sugli ingredienti necessari, partendo da ciò che già sperimentavano alcune sedi territoriali. Ne abbiamo coinvolte alcune in un lavoro con importanti partner leader nell’intelligenza artificiale che ci hanno aiutato a trasmettere valore ai soci, trovando “coach” in grado di garantirci un impegno in presenza in tutte le sedi italiane che lo richiedessero e generando un “percorso Ai” che spazia dall’academy alla condivisione di alcune esperienze, come la Ai Week – il principale evento B2B europeo sul tema –, fino alla generazione di un ecosistema di aziende partner in grado di non lasciare soli i nostri soci. Tutto questo ci ha aiutato a comprendere meglio il contesto, ad approfondirlo, a farci più domande, non meno, che poi è la cosa che a noi interessa.
Qual è l’esigenza più diffusa tra gli imprenditori?
A margine di questi incontri, in molti, tanto gli imprenditori quanto le sedi territoriali di Cdo, ci hanno chiesto supporto: come affrontare il tema dell’Ai in azienda? Da dove partire? Come evitare approcci superficiali? Ho capito subito che, soprattutto nelle pmi, il nodo centrale è uno: l’imprenditore di fronte a questa sfida deve metterci la faccia. Perché se non acquisisce personalmente una consapevolezza di fondo, finisce per delegare la responsabilità al tecnico, al figlio “smanettone” o al dipendente curioso, ma così non può funzionare. Se non affronta in prima persona questo tema, non sarà in grado di prendere decisioni. È per questo che, con MaestrIA, invitiamo gli imprenditori a tornare in aula e, con umiltà, a rimettersi a imparare.
Quali sono i princìpi su cui si basa?
Prima del “come” deve essere chiaro il “perché”: senza capire le ragioni a sostegno dell’introduzione di strumenti e soluzioni di intelligenza artificiale in azienda, infatti, non c’è strategia riorganizzativa che tenga e non si possono prendere decisioni sensate. L’uomo deve restare al centro, ma non in senso retorico bensì come soggetto con tutte le sue domande e il bisogno di approfondire le risposte. Come confermano alcune autorevoli ricerche, infatti, di fronte alla sfida della sua implementazione, l’utilizzo effettivo dell’Ai è solo il 10 per cento del problema e la raccolta dati il 20 per cento; il restante 70 per cento, attiene alla riorganizzazione dei processi e alla mentalità delle persone.
Cosa si rischia senza affrontare con metodo una sfida così importante?
Al netto di un rischio non controllabile, che è quello sistemico dell’oligopolio con 4-5 attori globali che concentrano enormi quantità di dati e potere tecnocratico, il rischio principale è che le persone lavorino di più anziché di meno. Solitamente, infatti, gli strumenti di intelligenza artificiale sono utilizzati da singoli dipendenti che mettono in essere attività che non si integrano in alcun processo, e non all’interno di una suite aziendale, dunque senza criteri né policy chiari. E con diversi rischi non governabili, non ultimo per la sicurezza. Ecco perché dico che prima del “come” deve essere chiaro il “perché”. Poi, certo, serve la conoscenza di metodi e strumenti concreti, operativi, che noi abbiamo offerto tenendo ben presente le caratteristiche della base associativa della Cdo, che va dai professionisti alle aziende manifatturiere. Da qui l’impianto della proposta formativa di questa academy: un modulo introduttivo, quattro moduli settoriali, più tecnici, anche per chi già conosce gli strumenti di Ai, e un ultimo modulo di follow‑up. Con lezioni in presenza.
Benefici attesi?
Oltre alla conoscenza reale della materia, fondamentale per governare con maggiore consapevolezza culturale e professionale l’intelligenza artificiale, la possibilità – altrettanto caratterizzante il metodo di lavoro della Cdo – di relazionarsi con un network di aziende e professionisti in grado di offrire supporto nel rispondere a questa sfida. Non dimentichiamolo, l’Ai è una sfida che non si vince da soli, ma dentro una compagnia, con interlocutori di fiducia in grado di guidarci in un percorso, con consigli adeguati e soluzioni concrete. Oltre che di rispondere, come ci auguriamo, alle nuove domande che dovessero emergere dentro questo percorso di formazione. Questa, peraltro, è l’originalità con cui a nostra volta parteciperemo alla prossima edizione dell’Ai Week.
Cosa può dare l’Ai a una pmi?
Ci sono settori, come il marketing e la comunicazione, in cui il contributo è evidente. Per esempio, ormai bastano quattro clic per creare un piano editoriale, con una landing page, contenuti, video, immagini… ma più in generale si spazia dall’analisi dati alla manutenzione predittiva, dai flussi di lavoro automatizzati alla burocrazia, con risparmi di tempo fino al 70/80 per cento quando si tratta di produrre documentazione. In questo momento, il limite al potenziale applicativo dell’intelligenza artificiale è solo la fantasia! E, mi creda, sono diverse le aziende leader nei rispettivi distretti industriali che già la utilizzano con profitto, dall’agricoltura alla moda.
Non basta studiare da autodidatti come dare istruzioni alle macchine?
Il prompt engineering è decisivo, ma la qualità dell’output dipende dalla qualità della domanda. E la maggior parte delle persone non sa come interrogare una macchina e, nel farlo, spreca tempo ed energie. Fare buone domande, invece, è la competenza del futuro. È anche per questo motivo che abbiamo trovato molto utile un documento come la nota della Santa Sede sul rapporto tra intelligenza umana artificiale e umana, la Antiqua et nova, così come il recente messaggio del Papa per le comunicazioni sociali. Ci richiamano, entrambi, alla fatica della conoscenza e alla necessità di evitare scorciatoie. L’Ai rende ancora più urgente imparare a fare domande vere.
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