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Casca il mondo

Inferni minori

Di Annalisa Teggi
16 Febbraio 2026
Il bambino abusato da dieci uomini durante una festa di “chemsex” in Francia. Il ragazzo picchiato per anni per tenere alta la media dei voti a scuola
Foto Depositphotos

A un anno dai fatti, la procura di Lille, in Francia, ha fatto sapere in questi giorni di aver indagato dieci uomini, tra i 29 e i 50 anni, per aver drogato e violentato un bambino di cinque anni durante una festa definita di “chemsex”, dove l’assunzione di sostanze psicoattive viene usata per facilitare l’attività sessuale. Uno degli indagati si è tolto la vita in carcere lo scorso giugno.

Tra gli indagati c’è anche il padre del bambino. L’uomo respinge le accuse e sostiene di essere stato a sua volta drogato e violentato da una coppia, e di non aver mai toccato il figlio. A proposito di quella notte ha parlato di «un blackout con flashback».

Il caso, oltre all’orrore della violenza su un minore, riporta alla luce il tema del “chemsex”. In un briefing tecnico di sanità pubblica inglese (Public Health England) si citano dati del Crime Survey for England and Wales (2011-2014) secondo cui, nel campione considerato, il consumo di droghe risulta circa tre volte più alto tra uomini gay e bisessuali rispetto agli eterosessuali; l’uso di stimolanti circa cinque volte più alto e quello di metanfetamina circa quindici volte superiore.

È facile finire nel calderone omofobo non appena si accenna a una criticità simile. Ci si deve affrettare ad aggiungere una serie di nota bene, tra cui il fatto che tra due o più adulti consapevoli si può scegliere la sollecitazione chimica senza diventare orchi. Aggiunti tutti i nota bene, resta una frontiera degradante, di uso abusato dei corpi.

Il bambino di Lille è stato affidato alla madre, i suoi genitori erano separati già prima dell’evento aberrante. Tra i reati contestati agli indagati non c’è solo lo stupro, ma anche atti di barbarie. Chissà se anche lui vive come «un blackout con flashback» quello che ha subìto. Che trovi sostegni granitici nell’accompagnarlo a guardarsi intero, non solo corroso da questo morso nero.

A Novara un quindicenne ha trovato il coraggio di chiedere aiuto dopo essersi confidato con un amico. Il ragazzo vive in una famiglia di origine bengalese e, secondo quanto riferito agli investigatori, subiva violenze in casa da anni: per lui, non per la sorella, scattavano punizioni legate al rendimento scolastico.

Sentito dalla polizia, l’adolescente ha raccontato «di essere stato picchiato con una cintura, con dei fili di carica batterie, con una scopa, con un bastone di legno, con degli utensili da cucina, con dei rami di albero». Le aggressioni, sempre stando al suo racconto, sarebbero iniziate quando aveva sei anni e si sarebbero ripetute con frequenza: l’obiettivo era tenere alta la media, puntare all’eccellenza, costruirsi una carriera di prestigio nell’ambito medico.

Prima di confidarsi con l’amico, il ragazzo avrebbe cercato una conferma interrogando un chatbot. La domanda era disarmante nella sua semplicità: è normale essere picchiati così in famiglia? La risposta è stata un no. E quel no ha fatto da innesco per parlare con un amico.

È facile impigrirsi nei referendum pro o contro l’intelligenza artificiale. Ma il punto, qui, sembra un altro: a salvare il ragazzo non è stata una tecnologia “buona” o “cattiva”, bensì un sostegno trovato dove poteva e poi la presenza concreta di un amico capace di ascoltare e accompagnarlo fuori dal silenzio.

Ben venga qualsiasi amo possa offrire un appiglio di soccorso e, qualunque scena futura si prospetterà per la tecnologia, la mano di un amico dovrà continuare a esserne parte.

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