Tentar (un giudizio) non nuoce
Se passa la legge del più forte, la politica smette di parlare
Davvero viviamo in un mondo che sta rapidamente cambiando, e questi primi giorni del 2026 lo rendono evidente come mai prima. Non solo perchƩ continuano vicende a cui ormai, purtroppo, siamo abituati: la guerra in Ucraina, dove non si intravede una soluzione a breve nonostante gli sforzi diplomatici, e la prosecuzione di quanto sta avvenendo a Gaza, anche lƬ con una fase due del cessate il fuoco che fatica ad avviarsi.
Allāinizio di questo 2026 abbiamo visto ben altro: lāattacco degli Stati Uniti al Venezuela il 3 gennaio, con lāarresto del presidente NicolĆ”s Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, nel corso di unāoperazione militare che ha provocato un centinaio di morti. Nelle stesse ore sono arrivate le pretese di Donald Trump e degli Stati Uniti sulla Groenlandia e, sullo sfondo delle proteste in Iran, la possibilitĆ concreta di un intervento anche in quel Paese a sostegno delle manifestazioni di piazza.
Al di lĆ del giudizio su un dittatore che va certamente condannato come Maduro, e su un regime spietato che mi auguro possa presto terminare, cosƬ come quello degli ayatollah in Iran, quanto sta accadendo negli Stati Uniti impone una riflessione più ampia. Qual ĆØ il limite del potere? In questi giorni Stephen Miller, vicecapo di gabinetto di Trump, ha affermato in unāintervista alla Cnn: Ā«Viviamo in un mondo, quello vero, governato dal potere e dalla forza. Ć una ferrea legge in vigore fin dallāalba dei tempi. Nel mondo reale vige la legge del più forteĀ». Dunque, il potere secondo questa concezione non avrebbe alcun limite se quello della propria forza e del proprio interesse. Lo stesso Trump in queste ore, in una intervista al NY Times, ha affermato: Ā«Non ho bisogno del diritto internazionale. Non ho intenzione di fare male a nessunoĀ», spiegando che il suo ruolo di presidente ĆØ limitato soltanto dalla sua āstessa moralitĆ ā. Discorso pericoloso se il confine della moralitĆ personale ĆØ soggettivo.
Patrimonio ideale e cultura politica
Ć questa visione, secondo cui le relazioni internazionali e i rapporti tra i popoli dovrebbero essere governati unicamente dalla forza, a essere tornata con prepotenza al centro del dibattito politico. A questa idea dobbiamo opporre anzitutto la cultura del dialogo e della pace che papa Leone indica ogni giorno, non come un appello morale astratto, ma come un criterio realistico per abitare un mondo attraversato dai conflitti, ricordando che la pace non nasce dallāimposizione, ma dal riconoscimento dellāaltro.
Ć la stessa cultura che lāEuropa ha saputo costruire nella sua storia recente, dopo aver conosciuto sulla propria pelle cosa significhi affidare il destino dei popoli alla legge del più forte. Un patrimonio fragile, mai definitivamente acquisito, ma che resta lāunica alternativa credibile alla regressione verso una politica fondata sulla forza e sulla paura.
Un patrimonio ideale e una cultura politica che hanno generato un ordine internazionale, architettato dopo la Seconda guerra mondiale col contributo determinante di Europa e Stati Uniti, che ha garantito il più lungo periodo di pace sistemica dai tempi dellāimpero romano e che ha permesso decenni di sviluppo in molteplici parti del mondo.
La pace ha il respiro dell’eterno
Accettare che tutto ciò non conti più nulla e possa affermarsi lāidea per cui il più forte può fare tutto, ignorando le regole del diritto internazionale e della convivenza civile, significa esporci a un futuro pericoloso. Su questo la nostra responsabilitĆ ĆØ grande e non possiamo venir meno. PerchĆ©, quando la forza diventa lāunico criterio di legittimazione, la politica smette di essere spazio di mediazione e torna a essere semplice amministrazione della violenza. E in un mondo cosƬ strutturato non sono solo i più deboli a perdere, ma anche le democrazie, che rinunciano progressivamente alla loro funzione storica di argine e di proposta. Ć questo il crinale su cui siamo chiamati a scegliere, oggi, se limitarsi ad assistere o tornare a prendere parola.
Come ha fatto Papa Leone nel suo messaggio del 1° gennaio per la Giornata mondiale della Pace, che invito a leggere integralmente e di cui richiamo solo un passaggio: Ā«Il contrasto fra tenebre e luce (…) ĆØ unāesperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa ĆØ necessario per non sprofondare nel buio (…). La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare lāintelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dellāeterno: mentre al male si grida ābastaā, alla pace si sussurra āper sempreā. Il contrario, cioĆØ, dimenticare la luce, ĆØ purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della pauraĀ». Conserviamo il realismo della speranza, non quello della paura!
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