Come uno che scriveva per il Foglio finì, senza alcuna garanzia, a lavorare per Tempi. Pensava fosse un giornale, invece era un ranch
Da sinistra, Federico Palmaroli, Piero Vietti, Mattia Ferraresi e Tommaso Cerno (foto di Nicola Marchesin - Nuove Tecniche)
Tempi era nel mio destino, qualcosa di inconsapevolmente atteso e poi trovato a tempo debito. Ricordo le copie del settimanale a casa del mio amico Luciano, a Torino, che sfogliavo quando andavo a trovarlo ai tempi dell’università. Di Tempi si parlava al Foglio, naturalmente, dove ho iniziato a muovere i primi passi del mestiere e dove tanti mi parlavano di Emanuele Boffi e Pietro Piccinini (allora soltanto dei nomi, oggi compagni d’avventura), che erano passati di lì prima di me. Il settimanale di Amicone e il quotidiano di Ferrara erano nati praticamente insieme, a lungo si sono scambiati autori e hanno condiviso battaglie.
Un flirt sottotraccia
Da stagista avevo dovuto un giorno raccogliere tutte le puntate di “Ottovolante”, la rubrica in cui Gigi parlava della sua famiglia con annessi e connessi, un diluvio di meravigliose follie; poi avevo dovuto “disegnare” le pagine della campagna fogliante-tempista su Eluana Englaro. Non solo, un giorno finii al ministero dell’Istruzione ...
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