Cent’anni dalla morte del sindacalista bianco Bepi Corazzin
Cento anni fa, il 18 novembre 1925, moriva a soli trentacinque anni Giuseppe Antonio Maria Corazzin, per tutti “Bepi”. Nato ad Arcade nel 1890 da un segretario comunale e da una maestra, cresciuto tra casa, scuola e chiesa, Bepi era gracile, ma tenace. I coetanei lo chiamavano «poenta e amoi crui», polenta e prugne acerbe, per la sua fragilità. Ma sotto quel corpo esile bruciava una volontà d’acciaio. Inizia così la storia del “sindacalista bianco”, tra i fondatori del libero sindacato, la Cil (precursore della Cisl), coraggioso giornalista e politico che Arcade sta celebrando in questi mesi per onorarne la scomparsa e l’impegno per l’abolizione della mezzadria e contro la minaccia fascista. Una vita enorme racchiusa in un piccolo libretto edito da Cisl Veneto con la collaborazione del circolo culturale “G. Corazzin” di cui è importante ricordare qualche passo.
Cent’anni dalla scomparsa. Chi era Bepi Corazzin
È ancora ragazzo, Bepi Corazzin, quando osserva i mezzadri sfrattati caricare le loro povere masserizie sul carro e sente accendersi la scintilla di un’idea semplice e assoluta: la giustizia comincia dalla terra. Studia a Conegliano, alla Scuola di viticoltura ed enologia: l’agronomia gli offre strumenti, la fede gli dà un orizzonte. A quindici anni guida già la Gioventù cattolica; il parroco lo descrive come «un cavallino pieno di sangue caldo», difficile da imbrigliare. Nel 1910 è segretario dell’Ufficio cattolico del lavoro e invita i giovani a entrare nelle leghe di resistenza: anche lo sciopero, dice, è lecito se resta «protesta ordinata di un popolo credente». Nello stesso anno fonda a Cittadella il Sindacato Veneto dei Lavoratori della Terra, primo tentativo di unire le unioni agricole cristiane. Firma come “Miles” su La Vita del Popolo delle noterelle agricole dove mescola concimazione e dignità del lavoro.
Nel 1911 parte per la guerra di Libia e si guadagna una medaglia al valore. Un’altra la riceverà sul Sabotino, nel 1915, quando un’esplosione lo ferisce alla gamba sinistra: resterà zoppo per sempre. Ma zoppo non vuol dire piegato.
Dalla terra alla guida delle leghe bianche
Tornato a Treviso anima la Casa del Soldato e predica la Rerum Novarum come vangelo dei reduci. Nel 1917 diventa segretario generale della Federazione Italiana dei Lavoratori dell’Agricoltura: Treviso è la capitale delle leghe bianche. Dopo Caporetto lavora a Milano con il cardinale Ferrari e con Achille Grandi, organizzando le operaie tessili venete. È tra i fondatori, nel 1918, della Confederazione Italiana dei Lavoratori: il sindacalismo cristiano si dà finalmente un volto autonomo.
Il 4 aprile 1919 sposa Emilia Calderino, maestra modenese. Benedetto XV li riceve e li benedice. Poi il vescovo Longhin lo richiama a Treviso: bisogna ricostruire la diocesi, le campagne e le anime. Corazzin rifonda l’Unione Popolare, guida l’Unione Reduci, rilancia Il Piave. Rifiuta la candidatura alle elezioni del ’19: politica e sindacato, dice, devono restare distinti.
La lotta contro la mezzadria e il fascismo
Tra il 1919 e il 1920 le leghe bianche raddoppiano: cooperative, casse rurali, federazioni. I suoi comizi attirano folle di contadini che lo ascoltano come un predicatore. Nel 1920 esplodono le lotte agrarie: l’Agraria rompe un accordo e Corazzin risponde con l’inadempienza concordata – nessuna consegna dei prodotti finché non ci saranno contratti giusti. È la stagione dei bozzoli della seta: una rivoluzione disciplinata. Nascono gli “arditi bianchi”, milizia contadina in bicicletta che canta Bandiera bianca sulle note di Bandiera rossa. Gli agrari lo accusano di eversione, ma la sua popolarità cresce.
A Melma, nell’estate 1920, un agguato organizzato da Girolamo Li Causi lo manda all’ospedale. Zoppo di guerra, ferito e invalido, ne esce vivo e più forte. Il 12 settembre viene eletto al Consiglio provinciale; l’11 novembre ne diventa presidente. Nel 1921 ottiene a Roma il lodo Micheli: la tenuta del cavaliere Giol passa a una cooperativa di contadini. Ma è anche l’anno della reazione. Arresti, calunnie, manganelli. Le sedi delle leghe vengono devastate, i camion caricano le masserizie dei disdettati. Corazzin resta nel suo ufficio, medaglie al petto. «Mi uccida», dice al capo-manipolo. «Vorrà dire che non sono morto di piombo tedesco né turco, ma di quello vile d’un italiano». La marcia su Roma cancella tutto: contratti, diritti, affitti.
Nel 1923 fonda L’Idea, settimanale per tenere accesa la fiaccola del sindacalismo cristiano. E trasforma lo slogan «la terra a chi la lavora» in un progetto concreto: va nell’Agro Romano e in Maremma, fonda due cooperative di ex combattenti – “Piave” e “Giuseppe Toniolo” – con il sostegno della Cassa di Risparmio di Treviso. Compra terreni malarici, li bonifica, li affida a trecento famiglie contadine. Gli agrari lo scherniscono: «Andate da Corazzin, là si va a morire di malaria». Ma Bepi risponde coi fatti.
L’agguato fascista e la morte
Nel 1924, dopo il delitto Matteotti, L’Idea denuncia apertamente la responsabilità del regime: «quello che accade, accade per mia precisa e diretta volontà», scrive citando il Duce sul giornale. La risposta è un’aggressione. Una sera d’ottobre, mentre passeggia con Emilia, una squadraccia li assale: lei gli fa scudo col corpo e perde il bambino.
Tra il 1924 e il 1925 Bepi si consuma tra redazione e bonifiche. Ignora un attacco di appendicite, già provato dai postumi dell’aggressione fascista; il secondo lo uccide. Muore di peritonite il 18 novembre 1925, alla clinica Carisi di Treviso. Due anni dopo, il prefetto scrive ancora al Viminale per «vigilare sul soggetto Corazzin». Era già morto, ma faceva ancora paura.
Resta Emilia, vedova senza mezzi, che chiede ospitalità in convento. Restano le casse rurali, le leghe, i giornali, i contadini dell’Agro Romano. Restano due immagini: Bepi che, zoppicando, sale sul palco e la folla che tace; e Bepi che, con le medaglie al petto, dice al capo-manipolo: «Allora mi uccida». Nella sua ostinazione a non odiare mentre combatte c’è la promessa – mantenuta da chi lo seguì – di un sindacato nuovo.
Il calendario delle celebrazioni ad Arcade
Oggi Arcade lo celebra con un autunno di iniziative, organizzate dal Circolo culturale Giuseppe Corazzin e dalla Cisl Veneto, fino alla celebrazione del centenario. Si comincia venerdì 7 novembre, con lo storico Ivano Sartor che tratteggerà la vita, il pensiero, l’opera e l’attualità del sindacalista.
Il 14 novembre, ospiti di realtà associative, cooperative, sindacali, dell’impresa, agricole e del terzo settore racconteranno “esperienze della solidarietà alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa”. Il 15 novembre ci sarà una conferenza su “Corazzin, Stefanini e Toniolo: il movimento cattolico trevigiano”. Domenica 16 novembre, Giornata Provinciale del Ringraziamento, ci sarà ala benedizione del nuovo Sacello con le spoglie di Giuseppe Corazzin presso il cimitero di Arcade, a seguire la santa messa presieduta dal vescovo di Treviso, monsignor Michele Tomasi. Le celebrazioni si concluderanno il 18 novembre, con l’inaugurazione targa commemorativa presso casa natale di Giuseppe Corazzin (luoghi, orari e dettagli in locandina).

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