San Siro, una partita persa a tavolino
197 milioni di euro per 280 mila metri quadrati di area. Ecco a quanto è stato venduto lo stadio Giuseppe Meazza dal Comune di Milano a Inter e Milan. Un incasso immediato, certo, che lascia una domanda sospesa: si poteva giocare diversamente? Ora che anche la capogruppo Pd Beatrice Uguccioni, rivolgendosi al sindaco Beppe Sala, ammette che è necessario «un cambio di passo sul metodo» con cui si è arrivati al voto in Consiglio comunale, è giunto il momento di fare un’analisi post-partita.
Gli highlights
Ma prima di rispondere, un breve passo indietro che possa aiutarci ad aver in mente lo schema di gioco. Perché, in effetti, il dibattito sul futuro di San Siro non è certo nato ieri. Se ne parla almeno da sei anni, quando Milan e Inter presentarono il primo progetto per abbattere il Meazza e costruire un nuovo stadio nello stesso luogo. All’epoca Sala chiedeva di valutare anche la possibilità di ristrutturare l’esistente. Poi più niente per un po’, fino a quando le società iniziarono a minacciare di costruire due stadi separati fuori dai territori del comune: un bluff confermato anche da una sentenza del Tar.
Quindi ancora niente e, infine, il ritorno a quello che era stato chiesto. Eccoci dove avevamo iniziato: 197 milioni di euro per 280 mila metri quadrati di area, con uno sconto di 22 milioni per la bonifica dell’area e per i lavori del tunnel Patroclo, a carico dei cittadini. Si sono quindi spente le luci a San Siro la sera, non di nebbia, del 30 settembre – Vecchioni docet.
Un possesso palla senza finalizzazione
La necessità di un impianto nuovo (o ristrutturato) non si discute. Le grandi capitali europee si sono dotate da tempo di stadi moderni e multifunzionali, capaci di vivere 365 giorni l’anno e di ospitare non solo partite, ma eventi culturali, commerciali e turistici. Milano non poteva restare indietro, senza neanche la possibilità di candidarsi ad eventi come la finale di Champions League 2027 e gli Europei del 2032. Sia il Comune che le squadre lo sapevano.
Ma è nella gestione del passaggio che il Comune ha perso la sua partita: ha scelto la strada della vendita senza una strategia, senza usare l’ultimatum della Soprintendenza sul secondo anello come leva verso le società, senza trasformare un patrimonio pubblico in un’occasione di sviluppo per il bene comune della città.

La “zona cesarini” che si poteva evitare
A Palazzo Marino hanno spiegato la vendita con due motivi principali. Da un lato, l’urgenza di incassare subito, prima che scattasse il vincolo sul secondo anello, dall’altro la volontà di liberarsi di un impianto ormai datato, destinato a richiedere costose manutenzioni, con il rischio che le squadre decidessero di abbandonare San Siro per rivolgersi ai comuni della prima cintura.
Argomenti che rivelano più di una debolezza: innanzitutto perché dimenticano che qualche anno fa fu lo stesso centrosinistra a votare una mozione con cui si subordinava tutta l’operazione al mantenimento del vecchio stadio, persino accanto a quello nuovo e al di là di ogni eventuale intervento della Soprintendenza ai beni culturali; in secondo luogo perché il 24 settembre (a ben sei giorni dal voto del Consiglio comunale) il Tar ha annullato una delibera del Comune di San Donato contenente la possibilità di realizzare in un’area verde un’arena del Milan, di fatto azzerando la minaccia delle squadre di abbandonare la nostra città.
Invece di usare San Siro come leva negoziale, il Comune ha accettato i tempi e le condizioni dettate dai club senza avanzare alcuna richiesta a favore di Milano. Nessuna contropartita per la città, nessun vincolo, nessun progetto chiaro sul futuro. Eppure, per le società sportive e per il Comune, “La Scala del calcio” era un vero e proprio motore economico. Nel 2023-2024 la società M-I Stadio ha registrato ricavi per 36,2 milioni di euro, mentre Milan e Inter corrispondevano un canone annuo di affitto di circa 11,1 milioni annui, a volte compensato da esigenze di manutenzione.
Meglio di un buon calciomercato estivo, per alcuni
Con la delibera approvata il 30 settembre scorso, però, gli affari appaiono tali solo per le società di Milan e Inter. Queste, infatti, “risparmiano” circa 77 milioni di euro in virtù degli scomputi dovuti ai costi delle bonifiche, del rifacimento del tunnel di via Patroclo che collega la Tangenziale ovest all’area e della sospensione dell’affitto annuo (comprensivo della manutenzione ordinaria e straordinaria) che attualmente le squadre pagano per lo stadio.
Il Comune di Milano “perde”, invece, circa 55 milioni di canone che Inter e Milan avrebbero dovuto pagare dal momento del rogito alla fine del periodo di concessione della struttura, cioè il 2030. Considerando il valore attribuito al solo manufatto del Meazza (73 milioni) e il prezzo al metro quadrato della superficie edificabile (1.261 euro per 9.321 metri quadrati), si giunge al giudizio che questa operazione risulti vantaggiosissima unicamente per la parte privata. Non solo. La politica cittadina sembra essersi limitata a discutere della vendita dell’area di San Siro, ma senza riflettere su una necessaria contropartita: le ricadute positive su un intero quadrante della città, anche solo in termini di oneri di urbanizzazione. I quartieri della zona ovest di Milano, infatti, noti per essere residenziali e adatti alle famiglie, sono stati quelli su cui si è investito di meno negli ultimi decenni: da Bande Nere a Lampugnano, dal QT8 a Uruguay, con aree degradate come il terminal bus di Lampugnano, l’ex Palasharp, le case popolari di piazzale Selinunte, via Zamagna, il parco dei Triangoli di Lampugnano, via Bolla e Bonola. Tutte aree urbane che meriterebbero progetti di riqualificazione. Non sono sufficienti il rifacimento del tunnel Patroclo e una “spruzzatina” di verde intorno al nuovo stadio, perché il gioco valga la candela.

Come poteva cambiare la partita
Altre città in passato hanno vinto partite simili. A Torino, la Juventus ottenne l’area del vecchio Delle Alpi e in cambio dovette riqualificare il quartiere Continassa, oggi un polo vivo con spazi verdi, museo, centro commerciale e nuove infrastrutture. A Londra, l’Arsenal costruì l’Emirates Stadium a Islington a condizione di finanziare più di duemila abitazioni popolari, un parco pubblico e la rigenerazione di un’intera area industriale. Sempre a Londra, il nuovo stadio del Tottenham ha portato infrastrutture viarie, housing sociale, scuole e programmi di inclusione per i giovani del quartiere. Tre esempi concreti che dimostrano come uno stadio possa diventare occasione di sviluppo urbano.
Da patrimonio pubblico che poteva produrre valore e servizi, San Siro e quei 280 mila metri quadrati sono diventati un affare esclusivamente privato. L’interesse pubblico è completamente sparito dai radar. Lo ribadiamo: Milano, per la sua storia e immagine di capitale economica del paese, merita uno stadio moderno, efficiente, di design, con ristoranti e aree commerciali. Ma è altrettanto chiaro, dopo tutti gli indicatori ormai noti – espulsione del ceto medio, caro affitti e mancanza di servizi per le famiglie –, che avrebbe dovuto esserci spazio per un’operazione più complessiva a beneficio di tutti.
L’esito di tutta questa vicenda è invece fallimentare: per i club un investimento senza dubbio positivo e di lungo periodo, ma per la città una resa. Con un sindaco precario, visto che la sua maggioranza si è sciolta come neve al sole proprio su questa partita.
Pietro Giuliani, Ludovico Cesare Boero e gli amici di Labora Milano
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