«Io è un altro». Che cosa sostiene la nostra vita?
Domenica 15 giugno a Carate Brianza, nell’ambito di In-Festa, evento di fine anno della Cooperativa sociale In-Presa e dell’Istituto scolastico Don Carlo Gnocchi, alcuni studenti hanno dialogato sul titolo della festa, “Je est un autre – Chi sei tu senza cui non sono?”, con Giancarlo Cesana, professore onorario di Igiene e Sanità pubblica all’Università di Milano-Bicocca e firma di Tempi. Pubblichiamo di seguito ampi stralci della trascrizione dell’incontro, introdotto e moderato da Matteo Pirovano, preside del Liceo economico-sociale Don Gnocchi.
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Matteo Pirovano – Benvenuti a tutti a questo terzo incontro dell’edizione 2025 di In-Festa dal titolo «Je est un autre». Abbiamo imparato in questi giorni: «Io è un altro». Abbiamo cominciato venerdì sera problematizzando il significato di questo titolo grazie alla Fondazione Oasis con un incontro dal taglio geopolitico; ieri abbiamo ascoltato la preziosa testimonianza di Silvio Cattarina e dei lavori della comunità di recupero dalla tossicodipendenza da lui creata. Oggi vogliamo terminare con un’assemblea. Perché un’assemblea? Il titolo riguarda due questioni: il rapporto con gli altri e il rapporto con l’Altro, con la “A” maiuscola.
Sono due questioni che riguardano tutti; noi tutti siamo in rapporto con gli altri e almeno una volta nella vita ci siamo posti la questione, magari anche in modo problematico, del rapporto con Dio. Quindi abbiamo pensato di confrontarci direttamente con il titolo. Come l’abbiamo fatto? Innanzitutto lavorando con alcuni ragazzi. Quindi partiamo dalle domande formulate da loro e invitiamo, ringraziandolo per aver accettato, Giancarlo Cesana; non tanto per avere un jukebox di risposte su una questione che comunque è eterna, ma per aiutarci a metterla a fuoco e anche per entrare di più nel significato di queste due dimensioni.
Le domande dei ragazzi si svilupperanno su tre capitoli (lo dico in modo che tutti possano avere in mente la struttura). Primo capitolo: la natura del rapporto con l’altro; secondo capitolo: il rapporto con l’altro come dramma; terzo: la verità del rapporto con l’altro. Partiamo da questo gruppo di domande e poi naturalmente apriamo le danze per chi volesse dare un contributo.
Iniziamo dal primo capitolo: la natura del rapporto con l’altro.
Silvia – “Io è un altro” vuol dire che l’io ha sempre bisogno di un’altra persona su cui appoggiarsi per avere significato. Sicuramente per essere completi abbiamo bisogno di qualcun altro. Quindi chi siamo noi e in che modo l’altro ci completa? Serve davvero qualcuno per vivere?
Giancarlo Cesana – Sì, serve qualcuno e ci si potrebbe fermare qua. Perché noi non ci siamo fatti da noi, qualcuno ci ha fatto, ci ha fatto crescere, ci ha sostenuto. La nostra vita è dipendente. Noi siamo dipendenti; siamo dipendenti dagli altri, siamo dipendenti dall’aria, siamo dipendenti dal cibo, siamo dipendenti da quello che esiste. Senza di che noi non solo non avremmo significato, ma non esisteremmo. E questo è un punto, la prima risposta. Ma poi c’è anche qualcosa di più, che è appunto il problema del significato.
Il significato delle cose è il rapporto che esiste tra le cose; il significato di questa bottiglia è il rapporto che esiste tra questa bottiglia, me e voi, ed è così per tutto. Quindi il significato vuol dire che noi non siamo un caso, che non siamo un’emergenza dal caos incomprensibile, ma siamo qualcosa che in qualche modo è stato voluto, che ha senso, che ha un compito, che ha una strada. E il significato da questo punto di vista richiede che questo altro non sia semplicemente l’altra persona, il papà, la mamma, eccetera, ma sia il soffio di vita che tiene su me e gli altri. Come penso intendesse anche Rimbaud, che era un poeta, l’autore del titolo di questo incontro, c’è qualcosa di misterioso che sostiene la vita. Misterioso vuol dire qualcosa che si vede, ma non si possiede. La vita è un mistero, perché la vita noi la vediamo, la sentiamo, ma non la possediamo, la vita non è nostra.
Un mio amico prete che è morto qualche tempo fa diceva sempre: «Sèm chì pruvisori», cioè: «Siamo provvisori», perché prima non c’eravamo e fra un po’ non ci saremo più. Quindi che nesso c’è, che rapporto c’è tra noi e tutto il resto? Questo poi è il senso della vita, perché il senso della vita è il suo significato, il senso delle cose è il loro significato, è il rapporto che le cose hanno tra di loro. Non è solo il papà e la mamma, c’è qualcosa di più, c’è come un respiro che ci tiene vivi, senza il quale noi non esisteremmo.
Il cardinale Newman, che era un prete anglicano che si è convertito al cattolicesimo, quando gli fu richiesto di brindare al Papa, disse: «Prima di brindare al Papa, brindo alla coscienza», alla coscienza che ho di me, perché che cos’è la coscienza? La consapevolezza che ho di me, la consapevolezza che ho di me è praticamente la traccia di chi mi ha fatto in me, la traccia di Dio in me. Tant’è vero che la coscienza ci può rimordere, è proprio come un’altra presenza che c’è dentro di noi, è come un altro fattore che c’è dentro di noi oltre a noi stessi, è qualcosa di più grande. Per un poeta è anche l’ispirazione, è il vento dell’assoluto.
Ecco, noi viviamo di questo. Senza questo, senza questa alterità, noi non esisteremmo. D’altra parte, come abbiamo sentito anche oggi, nella festa della Trinità, Dio, cioè il senso di tutte le cose, è una comunità. Sono tre persone; sono tre persone, uno che vive per l’altro. Siamo chiamati a condividere il riconoscimento dell’alterità, che realizza la nostra vita e personalità.
M. Pirovano – Passiamo al secondo capitolo: il rapporto con l’altro come dramma.
Lucrezia – Come un rapporto può continuare se ho ricevuto delle delusioni in passato? E come faccio a continuare ad avere rapporti con gli altri se ho avuto tante delusioni?
G. Cesana – Hai avuto solo delusioni?
L. – No, ma la maggior parte delle volte sì.
G. Cesana – Allora, il fatto che noi abbiamo bisogno di altro per vivere indica una incompiutezza, cioè che noi non siamo compiuti, ma che noi siamo pieni di limiti, che hanno bisogno di appoggiarsi a qualcun altro. E l’altro a cui ci appoggiamo è incompiuto a sua volta. Anche lui è pieno di limiti e anche lui ha bisogno di attaccarsi a qualcun altro. Allora come si fa? Come si fa a reggere questa situazione così difficoltosa, che a volte può essere molto difficoltosa, a volte è addirittura disperante? Per esempio ci si innamora, baci e abbracci, qualche anno eccetera, poi si litiga, ci si lascia, come si fa? Che cosa ci vuole?
Che cosa ci vuole per far sì che i nostri limiti e che i limiti degli altri non siano quello che ci uccide, ma siano la strada, la scala, il gradino attraverso cui noi saliamo all’infinito, saliamo al nostro compimento, quello per cui siamo fatti? Perché tutto il problema della vita è cercare di capire quello per cui siamo fatti e andare verso quello per cui siamo fatti. Bisogna essere sostenuti da un terzo che non sbaglia. Per volersi bene tra due bisogna voler bene a un terzo. A un terzo che non sbaglia, che è più grande dei limiti che ci sono tra i due. E questo è Dio. Questa è la ragione per cui c’è il matrimonio cristiano. Questa è la ragione per cui i cristiani quando si sposano lo fanno davanti a Dio, cioè chiamano Dio a testimone di quello che loro fanno e a sostegno di quello che loro fanno.
I giudei a un certo punto domandano a Gesù: ma com’è che i nostri padri potevano ripudiare e divorziare? E Gesù dice ai giudei, agli scribi, ai farisei – non a quelli che gli volevano bene ma a quelli che lo sentivano come una pietra d’ inciampo –: Dio ha detto così per la durezza del vostro cuore. Ma, come ha detto sempre Dio fin dall’inizio, l’uomo non è fatto per vivere solo; lascerà il padre e la madre per mettersi con la donna, e l’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto. A questo punto gli apostoli – non i giudei, gli apostoli! – gli dicono: ma allora non vale la pena sposarsi. Quindi sono i suoi stessi seguaci ad essere scettici sulla possibilità di durata dell’amore fra l’uomo e la donna. E invece è la cosa fondamentale.
Nel rapporto la cosa fondamentale è che ci sia di mezzo, tra me e te, che ci sia qualcuno a cui noi possiamo ricorrere. Qualcuno che possa giudicare delle nostre azioni in modo da correggerci. “Correggere” vuol dire “reggere insieme”, in modo da tenerci insieme. Quindi per affrontare le delusioni bisogna essere appoggiati a qualcuno che sia più forte della nostra delusione. E questo è Dio. Perché, chi è Gesù? Gesù è la manifestazione dell’amicizia di Dio per l’uomo. Dio, vedendo l’uomo così incapace, pieno di mancanze, di peccati, ha detto: mi faccio uomo e faccio vedere all’uomo come si fa a essere uomini. Quindi Gesù è il gesto di amicizia di Dio per noi.
Ma come lo incontriamo? Noi come lo conosciamo Gesù? Chiudiamo gli occhi? Prendiamo l’immaginetta? Leggiamo la Bibbia? Sì, possiamo fare anche queste cose. Ma soprattutto Gesù è un corpo, è una compagnia, è un’amicizia, è la Chiesa, è la comunità, che si chiama corpo mistico di Cristo, cioè corpo misterioso di Cristo. Dentro lì c’è la verità di Dio, nella compagnia cristiana c’è la verità di Dio, in modo misterioso, in modo che ci sfugge, però c’è. Per cui, per far fronte alla delusione, per far fronte alla paura di non riuscire, bisogna appoggiarsi a una compagnia, fidarsi di una compagnia che sia come luogo della verità, come luogo di quello per cui noi siamo fatti. Perché la verità è quello per cui siamo fatti.
E quindi bisogna andare verso la verità, verso quello per cui noi siamo fatti. E quello per cui noi siamo fatti si è reso vicino a noi. Ecco, le scuole protagoniste di questa festa sono una manifestazione dell’umanità di Dio, che si è reso vicino a noi. Per cui se ci attacchiamo qui possiamo aiutarci, aiutare noi stessi e aiutare gli altri.
Poi non dobbiamo solo piangere su di noi, perché dobbiamo essere capaci anche noi di voler bene agli altri, ai limiti che hanno. Come diceva sempre Gesù: se tu vuoi bene a quelli che ti vogliono bene, che merito ne hai? Bisogna voler bene anche a quelli che non ti sono simpatici. Bisogna guardarli in faccia, bisogna metterci insieme, bisogna provarci. Però per far questo sono d’accordo che da soli ci si sente incapaci, ci si sente sgomenti, ci vuole una compagnia.
Giulia – Perché ho paura di fidarmi troppo di qualcuno e temo che le persone possano usare la mia fiducia nei loro confronti contro di me?
G. Cesana – È una domanda che va di pari passo con quella di prima. Fidarsi di qualcuno vuol dire affidarsi, cioè mettersi nelle sue mani, cioè rinunciare all’autonomia della nostra vita, rinunciare all’idea per cui io della mia vita posso fare quello che voglio. Questo fa paura perché poi non controlli più la tua vita. E questo non è sbagliato. Perché Geremia, il grande profeta, diceva: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo», perché l’altro è pieno di difetti. Per questo ci vuole Dio.
Senza Dio tutto questo nostro desiderio dell’altro, va tutto in cenere, decade. Bisogna invece avere la certezza che c’è qualcosa, che c’è qualcuno che ci sostiene. Qualcuno di misterioso, ma che c’è, che ci sostiene. Perché l’abbiamo visto. Io credo che anche tu, nonostante tutto, hai visto un’amicizia, hai visto una compagnia, hai visto qualcuno che ti vuole bene. Ecco, bisogna tenere a questo. Perché comunque la vita è fatta di queste cose. La Bibbia dice che la vita è una lotta, militia est vita hominis. Cioè la vita è una guerra. E per fare la guerra bisogna essere forti, bisogna essere soldati. Bisogna avere qualcuno che ti comanda, che ti porta avanti.
Cecilia – Quando vedo una corrispondenza in un rapporto, mi viene da viverlo in modo totalizzante e a perdere di vista il fatto che l’altro non è un mio possesso. Spesso nelle amicizie desidero che l’altro sia tutto e che io possa essere tutto per l’altro…
G. Cesana – È il modo migliore per guastare il rapporto.
Cecilia – Infatti. Come faccio a vivere il rapporto riconoscendo che l’altro non è mio, che è altro da me?
G. Cesana – Devi sapere tu di chi sei, quindi che non sei sua. Come lui non è tuo, tu non sei sua. E l’altro di chi è? È sempre il problema di Dio, quello che ho detto prima. Non c’è un altro modo. Non c’è veramente un altro modo. Ormai ho 77 anni e l’ho capito. Non c’ è un altro modo.
M. Pirovano – Terzo capitolo: quando un rapporto è vero?
Studente – Io ho un paio di domande. La prima è: quando un rapporto è ospitale? E penso che lei abbia già risposto quando ha parlato di compagnia come luogo della verità. L’altra domanda è: i mezzi digitali di cui disponiamo possono aiutare i rapporti? E perché avendo tante più occasioni di incontro siamo sempre più soli, come ha detto il Papa nell’omelia di domenica scorsa?
G. Cesana – Sì, senz’altro i mezzi digitali di cui disponiamo possono aiutare i rapporti, perché ci mettono in connessione con tutti gli altri. Stabiliscono un legame. Basta che noi non confondiamo l’utilizzo dei mezzi digitali con i rapporti. Perché il rapporto non è con un mezzo digitale, non è con il telefonino, è con una persona. Perché il telefonino è una cosa sproporzionata rispetto a quello di cui hai bisogno tu.
Poi ci si confonde proprio perché ci si illude in qualche modo di possedere i rapporti, di possedere gli altri, di dominare. Perché se tu controlli tutto sul computer ti sembra di possedere quello che stai facendo. Ma non è così. Tant’è vero che l’infelicità continua a sussistere e a volte peggiora, soprattutto quando questi mezzi non sono più utilizzati come mezzi ma diventano lo scopo. Anche se averli è meglio che non averli, come sapete tutti voi.
M. Pirovano – Rilancio la prima domanda: quando un rapporto è ospitale?
G. Cesana – È ospitale quando ti accoglie, cioè quando ti corrisponde. Corrispondere vuol dire quando lo senti fatto per te, quando vedi che ti viene incontro. Un rapporto ospitale è questo: un rapporto dove tu trovi quello che cercavi. E questa è una delle soddisfazioni più grandi della vita. Non è sempre così. Anzi, come hanno raccontato le tue amiche di prima, a volte sembrerebbe che non è proprio così. C’è tanta delusione. Però ogni tanto è così. Ogni tanto nella vita si trova una corrispondenza, e che si trovi una corrispondenza nella vita ti indica quello per cui la vita è fatta. Perché a questo punto devi decidere.
Don Luigi Giussani fa un bellissimo esempio nel Senso religioso. Dice: immagina di nascere dalla pancia di tua mamma con l’età, la capacità, l’intelligenza che hai adesso; tu esci dalla pancia di tua mamma, guardi in giro e resti meravigliato da quello che vedi. Se vai di fronte alle montagne, al mare, resti meravigliato. E dici: «Che bello!». Questa è la prima sensazione che si ha. La primissima no, perché quando un bambino nasce, piange, che vuol dire che gli manca qualcosa. E quando trova la mamma comincia a sorridere, che vuol dire che ha trovato quello che cercava. Comunque tu sei nato così, già grande come sei adesso, hai visto: «Che bello! Che bello!»… e intanto che dici «che bello, che bello», viene un terremoto e ti ammazza. Ammazza te, i tuoi amici, la tua mamma, il tuo papà. Vengono le bombe, arriva la guerra, eccetera. Allora che cosa devi fare? Devi decidere. Dove la parola “decidere” vuol dire darci un taglio. Devi decidere che cos’è che vale nella vita: la prima cosa, cioè l’entusiasmo per il bello che hai visto, o la seconda? Che la realtà addirittura ti viene addosso e tu ci lasci le penne?
Devi decidere. Perché se la vita è la seconda cosa, non vale la pena vivere. Cioè: tu sei nato ma sei praticamente già morto. Il massimo che puoi fare è l’impiegato di un campo di sterminio, perché muoiono tutti. Tutti moriamo. Invece, se è la prima cosa, devi cercare allora chi ti dà questa bellezza, chi risponde a quello che cerchi. E questo è il compito della vita. Compito durissimo, molto difficile. Tant’è vero che san Tommaso d’Aquino diceva che è come attraversare un fiume impetuoso, per cui pochi ce la fanno.
Pochi arrivano, si rassegnano a riconoscere la verità, a riconoscere quello da cui dipendono. Il problema della vita è che noi non riconosciamo quello da cui dipendiamo. Non riconosciamo che c’è qualcosa di più grande di noi. Pochi riescono. A meno che la verità stessa si riveli. E questo è il cristianesimo. Cioè all’uomo che cercava la verità e che, non sapendo dove era, la metteva nei gatti, nel sole, nelle stelle… è venuto invece incontro Dio stesso, in forma di uomo. Perché Dio, per parlare all’uomo, si è fatto uomo. E gli uomini cosa hanno fatto? L’hanno accoppato.
Giovanni – Io riconosco che nelle amicizie, nel rapporto con alcuni c’è un mistero che va oltre il mio limite e quello dell’altro, ma perché si chiama proprio Cristo? Perché è quell’uomo nato e vissuto 2000 anni fa che ha fatto quelle cose?
G. Cesana – Tu hai un’idea di chi può essere altrimenti?
Giovanni – Quello che più mi stupisce di questa cosa è che io mi fido tanto della compagnia e dell’ambiente in cui sono posto.
G. Cesana – Perché ti stupisce? Ti stupisci di te o ti stupisci degli altri?
Giovanni – Mi stupisco degli altri e anche di come io riesco a fidarmi di loro. Cioè io da solo non ce la posso fare: non ho paura di dire che è Lui perché ci sono altri che mi dicono che è così.
G. Cesana – Ti dico un’altra cosa. Allora, Cristo è il nome della verità, cioè del destino, di quello per cui siamo fatti. Di quello che ci ha fatto e di quello verso cui andiamo. E d’altra parte tu per cercare la verità come fai? Ti metti a studiare tutta la Bibbia, il Vangelo, le sue interpretazioni, il buddismo, l’islam, l’anglicanesimo? Non ti basta tutta la vita. Quindi devi fare un’altra cosa e questa è una legge fondamentale della vita. Devi cominciare da chi ti vuole bene, da chi ti è vicino, da quello che ti dicono quelli che ti sono vicini, che ti sono venuti incontro. E devi provare ad andare verso quella strada lì. E ti dirò, come sentii dire da Giussani la prima volta che l’ho incontrato: se trovi una strada, vieni a dirmi qual è, se no segui questa, e non perdere tempo.
Veronica – Io insegno a In-Presa. Facendo questo lavoro con i ragazzi mi sono accorta che non è così scontato che ci sia quella che tu chiami compagnia, e anche la fede credo sia un dono. Come si fa, come fa chi non ha questo tipo di incontro diretto, oppure chi, pur avendo questa compagnia, non riesce a ricondurre ciò che vive a Dio?
G. Cesana – Non si tratta solo dei ragazzi, si tratta di tutti. Non è che i ragazzi non abbiano idea della compagnia, perché vivono in gruppo. Ero qui ieri sera, c’erano dei ragazzi dell’In-Presa e si vedeva che erano un gruppo. Il problema è qual è la ragione di questo gruppo, perché a seconda della forza della ragione del gruppo, il gruppo sta insieme. Se la ragione del gruppo non è forte, il gruppo non regge. La ragione del gruppo deve essere una risposta alla ragione della persona.
La fede non è contro la ragione, ma la fede è riconoscere ciò che sta oltre la ragione, che sta oltre la ragione come mia capacità di misura delle cose. Il 99 per cento delle scelte che noi facciamo le facciamo per fede, non per ragione, soprattutto le scelte più importanti: l’innamoramento, a chi ti leghi… Quando tu finisci la scuola superiore, perché vai all’università a studiare, che ne so, Ingegneria? Per via della ragione, sì, puoi aver fatto tutti i calcoli, ma cosa ne sai davvero? Non hai mai fatto Ingegneria, quindi anche quella è una decisione di fede.
La fede è riconoscere che la ragione ti porta a qualcosa che è più grande di lei, a qualcuno meglio, che è più grande di lei. La fede è riconoscere questo e andare avanti cercando questa risposta, andare avanti per questa strada, perché la fede indica, la fede è come quando sei perso in un bosco, non sai la strada per andare a casa e a un certo punto c’è il cartello “Carate Brianza”. Non sei a Carate Brianza, vedi la strada per Carate Brianza, devi però fidarti. Ecco, la fede è questo. Pascal diceva che Dio è un Dio nascosto e che ci sono tante ragioni per credere come ce ne sono tante per non credere, perché nella fede si rischia la vita.
M. Pirovano – Si deve decidere, l’essere umano decide sempre, non esiste un momento in cui non si decide. L’uomo deve decidere tra seguire l’entusiasmo dello stupore oppure fermarsi alla fregatura del limite. Gesù l’hanno accoppato, la libertà sembra quindi un malfunzionamento. Provo a dirtela così, naturalmente esagerando, con un’iperbole: è un bene che ci sia la libertà nei rapporti, nel rapporto con l’altro?
G. Cesana – Sì, ma bisogna anche capire che cosa vuol dire libertà, perché l’idea più comune che c’è di libertà è che libertà è fare quello che si vuole. Però il problema è che noi non siamo in grado di fare tutto: siamo in grado di fare alcune cose, altre non siamo in grado. Non siamo capaci di volare anche se ci piacerebbe volare, non siamo capaci di voler bene, non siamo capaci di fare tante cose; il che vuol dire che la libertà è una dote che noi abbiamo per un fine, per uno scopo. Uno scopo che è uno, non sono dieci scopi, è uno scopo solo: aderire alla verità, cioè riconoscere quello per cui siamo fatti e aderire a questo. Nella misura in cui noi non riconosciamo quello per cui siamo fatti e non aderiamo, la nostra libertà diventa un’ostinazione che si rivolge contro di noi e che è la causa dell’infelicità. La causa della nostra infelicità è l’ostinazione in una libertà in cui noi ci sentiamo padroni della vita.
Da qui non si esce, perché abbiamo cominciato dicendo che «io è un altro» vuol dire che noi siamo fatti, cioè che siamo dipendenti, e allora se siamo dipendenti come facciamo a dire: «Faccio quello che voglio»? Non puoi, devi riconoscere da chi dipendi, la tua vita deve riconoscere da chi dipende. Se non riconosci questo vivi male, che è il problema.
Il cristianesimo è veramente una storia drammatica. Devi pensare a Gesù che è stato accoppato dopo tre anni di vita pubblica ed era uno che risuscitava i morti, che faceva i miracoli, faceva cose che non avevano mai visto, diceva delle cose che non avevano mai sentito, ma l’hanno accoppato lo stesso, perché? Perché non volevano dipendere, non volevano seguire, e questo è il problema della vita, perché questo è l’atteggiamento normale che abbiamo, tanto è vero che Gesù dice: ma quando il figlio dell’uomo, cioè lui, Gesù, tornerà sulla terra, ci sarà ancora la fede? Sì, noi ci siamo abituati a un cristianesimo di canti, di chitarra, di gioiosità un po’ infantile, ma la vita non è così.
M. Pirovano – C’è un’altra domanda che vogliamo condividere anche se la persona che l’ha fatta non è qui. È molto basic, però credo che possa coinvolgere tanti: come capisco se un rapporto è vero oppure se è frutto di un’abitudine?
G. Cesana – Dunque, come si fa a capire se un rapporto è vero? Si prova, cioè si fa esperienza del rapporto e si verifica. La parola “verifica” vuol dire “rendere vero”, verum facere. Verificare vuol dire vivere il rapporto come se fosse vero, perché il rapporto lo si vuole vero. Allora io ci sto con te fino in fondo e così mi renderò conto se quel rapporto è fatto per me o se alla fine si rivela contro di me. Da questo punto di vista il punto di partenza con chiunque, con tutte le persone che si incontrano, è sempre un affidamento, è sempre un’apertura al legame, non è mai una negazione, mai. Come diceva san Paolo, non giudicatevi mai migliori degli altri.
Caterina – Che differenza c’è, se c’è, tra fidarsi e affidarsi?
G. Cesana – Non c’è. È uguale. Fidarsi è come affidarsi, perché fidarsi vuol dire credere in qualcuno al punto tale da legare a lui la propria vita, quindi è un affidamento. È un atto di fede grandissimo. E come ci si arriva? Provandoci, cioè seguendo, andando dietro.
Quando Giovanni Battista ha incontrato i primi due apostoli, Andrea e Giovanni, che come tanti altri erano affascinati da lui contro il potere ha detto: «Voi non dovete venire da me, dovete andare da lui», indicando Gesù che stava venendo avanti. Loro sono andati da lui e gli hanno detto: «Ma tu chi sei?», o meglio, «dove abiti?» (che vuol dire: tu chi sei?). E lui non ha detto: «Sono la seconda persona della Trinità», «la mia mamma è vergine» eccetera, perché – come dico sempre io – sarebbe arrivato neanche alla croce se avesse parlato così. Lo avrebbero fatto fuori prima. Ha detto invece: «Venite e vedete». Cioè gli ha chiesto di affidarsi a lui. Loro andarono con lui, stettero fino a sera e il giorno dopo tornarono. Questo è credere, non c’è un credere diverso. Il credere coinvolge la vita, è un affidamento della vita.
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1 commento
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Bellissimo e profondo questo contributo, che aiuta a riflettere e interrogarsi sul significato, fondamento e compito della vita e del cristianesimo. Grazie.