La preghiera del mattino di Lodovico Festa
Che cosa insegna la crescita dei partiti conservatori in Europa
Sulla Nuova bussola quotidiana Luca Volontè scrive: «Per quanto riguarda la Romania l’Autorità elettorale permanente (AEP) ha pubblicato domenica sera i primi risultati parziali ufficiali del secondo turno delle elezioni presidenziali rumene. Nicusor Dan è il chiaro vincitore con oltre 6 milioni di voti. Dopo il conteggio di tutti i voti (100% in Romania e all’estero), Nicusor Dan ha vinto le elezioni con il 53,60% mentre il candidato conservatore George Simion ha ottenuto il 46,40%. L’affluenza alle urne si è attestata al 64,58%, ma degli 11.278.291 romeni che hanno partecipato al voto, 9.680.618 lo hanno fatto in patria, gli altri all’estero, con un voto della diaspora che è raddoppiato rispetto al primo turno. Proprio dall’estero era giunto il maggior sostegno finale al candidato liberale Dan: era stato il presidente francese Emmanuel Macron a interferire pesantemente sabato, il giorno prima del voto. Macron elogiava in una diretta video telefonica Nicusor Dan e ricordava le profonde relazioni e l’eredità di Francia e Romania, concludendo che “la posta in gioco in queste elezioni è ovviamente la chiave del destino non solo della Romania, ma anche del nostro continente, è essenziale avere un partner pro-europeo coinvolto nella sicurezza collettiva e nella modernità economica”. Una interferenza senza precedenti nella storia di un Paese europeo e un silenzio sconcertante delle istituzioni di Bucarest e Bruxelles».
Come spiegano bene e ampiamente Ben Hall, Raphael Minder, Marton Dunai e Barney Johnson sul Financial Times il voto di domenica 18 maggio indica come l’influenza di un certo conservatorismo radicale è in ascesa. Pesano le questioni delle migrazioni, quelle del rapporto con gli Stati Uniti, le preoccupazioni per la pace che s’intrecciano in taluni casi con l’influenza di Mosca, una forte resistenza alle politiche woke soprattutto nei paesi ex comunisti e specialmente in quelli ortodossi, nonché il fastidio per settori degli establishment nazionali ed europei che tendono a svuotare la concreta democrazia politica. Così spinta da diversi fattori una destra molto esplicita continua ad avanzare nelle varie elezioni nazionali. Il voto rumeno, anche se boccia il candidato di destra favorito nei sondaggi, non è nettamente in controtendenza perché è collegato a una realtà parlamentare dove il centro e la sinistra avranno molte difficoltà a governare senza perdere consensi. Bucarest, poi, come spiega bene Volontè rappresenta anche un caso di ampissima ingerenza innanzi tutto francese, che potrebbe avere conseguenze negative sugli orientamenti elettorali nel medio periodo.
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Su Bbc News Adam Easton scrive: «Warsaw’s liberal mayor Rafal Trzaskowski won a narrow victory in Poland’s presidential election, but a second-round run-off with conservative historian Karol Nawrocki will be required to decide the country’s next president. The state electoral commission (PKW) said Trzaskowski, a deputy leader of prime minister Donald Tusk‘s centrist Civic Platform (PO) party, won 31.3% of the vote. Nawrocki came second with 29.5% of the vote. Final official results are not expected until later on Monday. Turnout was over 67%. Trzaskowski and Nawrocki are now set to compete in a second-round on 1 June as none of the 13 candidates won more than 50% of the vote».
Il voto polacco spiega che cosa potrebbe succedere in Romania nel medio periodo: dopo una vittoria con un fronte che andava da settori del progressismo polacco a conservatori pentiti in rottura con il PiS (il partito conservatore Giustizia e Libertà al governo in Varsavia , dopo una prima esperienza, interrottamente dal 2015 al 2023) il voto del 18 maggio ha visto un testa a testa tra un candidato espressione di ampia alleanza civica sostenuta da Donald Tusk, arrivata più o meno alla pari (intorno al 30 per cento) con quella del candidato del PiS, mentre due formazioni ancora più a destra del PiS, una delle due con qualche collegamento con Mosca, hanno preso (contandole insieme) circa il 20 per cento dei voti. Questi risultati dimostrano come la pratica di demonizzare un’ampia parte dell’elettorato non regge che per un breve periodo di tempo, poi i cittadini chiedono coerenza e risultati che con liste di pasticciati simil fronti popolari stentano a essere raggiunti.
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Su Scenari economici Fabio Lugano scrive: «Il dato più eclatante di queste elezioni [in Portogallo, ndr] è l’ascesa vertiginosa di Chega!, il partito populista guidato da André Ventura. Il partito ha ottenuto un risultato senza precedenti, superando ampiamente le aspettative e affermandosi come la seconda forza politica del paese. Questo risultato rappresenta una svolta epocale nella politica portoghese, segnando la fine del tabù che aveva finora impedito all’estrema destra di ottenere un ruolo di primo piano. La crescita di Chega! riflette un malcontento diffuso nell’elettorato, alimentato da temi come l’immigrazione, la corruzione e la crisi economica».
Olanda, Svezia, Finlandia, Belgio (oltre all’Italia) sono governati da coalizioni di conservatori moderati e conservatori radicali, e in qualche caso liberali: e questi accordi aiutano l’Unione europea a stare insieme e magari consentiranno anche alla sinistra di riconquistare una qualche capacità programmatica e di preparare, nel tempo, vere alternative. Il crollo dei socialisti portoghesi che pur hanno avuto sino a pochi anni fa un premier di grande capacità come Antonio Costa, dimostra qual è il prezzo che si paga a voler emarginare fette considerevoli di elettorato e a costruire innaturali connubi consociativi, che peraltro generalmente aumentano anche le occasioni di corruzione.
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Su Politico eu Victor Goury-Laffont scrive: «French Interior Minister Bruno Retailleau won the race to become the next leader of the country’s main conservative party, Les Républicains, further raising his profile ahead of a possible presidential run two years from now. Retailleau, a staunch conservative likely to push the party further to the right, has seen his popularity skyrocket since joining the government in September and was widely expected to unseat current Les Républicains leader Laurent Wauquiez, who was running for reelection. Retailleau obtained upwards of 74 percent of votes, according to the party’s official figures».
Le elezioni del 18 maggio parlano molto alla Francia, dove non si sa se il governo Bayrou resterà in sella dopo luglio. Intanto un gollista rigorosamente conservatore Retailleau è stato scelto dai Républicains come candidato per le presidenziali che al più tardi si terranno nel 2027. Questo candidato potrebbe rubare qualche voto al Rassemblement national, ma ne porterà via di più a Edouard Philippe, ex gollista abbastanza di destra che Emmanuel Macron ha scelto per mettere in difficoltà il Rn e avere un candidato che poi dovrebbe fare al secondo turno il pieno di voti antilepeniani. Le manovre disperate di un Président che ha disgregato la democrazia francese potrebbero fallire miseramente, anche perché i suoi scomposti comportamenti potrebbero alla fine far convergere socialisti ed estremisti melanchoniani su una candidata come Marine Tondelier, leader dei Verdi. C’è una grande aria a Parigi e dintorni di volpacchiotti che si apprestano a finire a disposizione di qualche pellicceria.
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