Ci sono vite semplici, che durante tutto il tragitto dell’esistenza sono trascorse senza eclatanti salti mortali. Appaiono banali, seppure faremmo tutti bene a recuperare il significato etimologico di alcuni termini. Nel Medioevo con “banalità” si intendeva tutto ciò che veniva messo a disposizione della collettività, anche quello che prima apparteneva solo al feudatario: un mulino, un passaggio stradale, un acquedotto. Tutto ciò che era privato veniva restituito alla comunità, messo in comune.
Ecco, la storia di Giorgio, ospite di una residenza per anziani, ci insegna proprio questo. Un uomo “qualunque” senza spiccate doti, ma con un amore per la terra, il verde. Così il parco della residenza è diventato il suo “polmone”, in tutti i sensi. Essendo molto autonomo, ha iniziato a darsi da fare, a predisporre l’orto, a piantare fiori e a donare tutto il suo raccolto alla struttura e agli ospiti della comunità.
Con le spalle al muro
“Rendere comune, restituire agli altri”. Giorgio ama fare e ama donare. Quando è entrata in struttura Marcella, una giovane donna, di soli 52 anni, afflitta da alcuni problemi legati a una forte depressione, causati, tra le altre cose, anche da una fibromialgia particolarmente invalidante, lui si è rivelato per lei una figura di sostegno e di aiuto straordinario.
La sua era una permanenza “riabilitativa”, atta a risolvere o perlomeno ad attenuare, attraverso la terapia del dolore, le sofferenze causate dalla malattia, e a riacquisire un minimo di stabilità emotiva e di sicurezza personale per affrontare la vita. Appena entrata, Marcella era una donna carica di tristezza per un’esistenza che sembrava non darle tregua, respiro. A infliggerle il colpo finale era stata la morte del padre, che l’aveva fatta entrare in un tunnel luttuoso, che le stava prosciugando l’anima oltre che le residue forze fisiche. Pur consapevole che aveva bisogno di aiuto, perché donna colta e intelligente, entrare in una struttura per anziani la poneva spalle al muro, come se la sua aspettativa di vita si fosse d’improvviso dimezzata. Era in una condizione difficile da accettare.
Marcella aveva bisogno di risposte raffinate e non solo di base. La sofferenza cronica che causa la fibromialgia l’aveva condotta a uno stato depressivo e questa combinazione di sofferenze costituiva una sorta di doppia lettera scarlatta, come un segno indelebile cucito letteralmente sul corpo. Con lei l’équipe ha lavorato sulla sua capacità di attivare competenze, di riprendere in mano il timone di una nave che sembrava andare verso la deriva. È stato un lavoro psicologico e relazionale importante e anche unico, considerate le sue caratteristiche personali e umane.
Un padre acquisito
In poco tempo, in verità, la vera figura di riferimento di Marcella è diventata Giorgio. Tra loro è nata immediatamente un’intesa, un rapporto solidale di comprensione. A permettere alla donna di rimettere in fila l’ordine delle sue priorità è stata proprio l’accoglienza da parte di questo padre acquisito. Un uomo semplice, appunto, ma con una capacità innata di abbracciare, stringere a sé, di donarsi come una figura paterna.
Marcella ha fatto il suo percorso terapeutico, ha migliorato la sua condizione fisica e psicologica e come previsto è potuta ritornare a domicilio, con la prospettiva di ricostruirsi una vita lavorativa e personale, ma Giorgio è rimasto un punto fermo della sua vita.
“Rendere comune, restituire agli altri”. Oggi Giorgio e Marcella si sentono al telefono ogni sera, si raccontano i giorni, la vita, la speranza e l’abbraccio, la “banalità” di un giorno qualunque.
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