Più lavoro, meno Soviet

Di Degli Occhi Alessandro
12 Giugno 2003
Art. 18. In nome del ā€œtanto peggio, tanto meglioā€ va in scena (al costo di mille miliardi) un referendum contro l’occupazione. Non caschiamoci, tutti al mare

“Un sƬ per la democraziaā€. Con questo slogan ā€œaltisonanteā€ verdi, rifondatori comunisti e Cgil chiedono un voto per estendere l’art.18 dello statuto dei lavoratori anche alle aziende con meno di 16 dipendenti.

Il referendum dei demagoghi (ben occupati)
Ā«Chi racconta che oggi in Italia ci sia una libertĆ  indiscriminata di licenziamento o che si spinga sempre di più verso il licenziamento facile fa della demagogia a buon mercatoĀ» ci dice Enzo Peserico, consulente del lavoro. Ā«Tantomeno ĆØ vero che in termini di diritti il nostro ordinamento preveda lavoratori dipendenti di serie A e di serie B. Oggi i lavoratori dipendenti godono degli stessi diritti e non possono essere licenziati senza giusta causa o giustificato motivoĀ». Ma allora dove sarebbero questi fantomatici diritti in pericolo? La questione ĆØ un’altra, spiegano gli esperti: la differenza di trattamento non sta nei diritti (uguali per tutti), bensƬ nelle tutele previste per il lavoratore ingiustamente licenziato. Oggi nelle aziende con più di 15 dipendenti nel caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo il giudice annulla il licenziamento e ordina al datore di lavoro di reintegrare il dipendente (secondo l’articolo 18) nel posto che gli spetta. Ciò significa che l’azienda, oltre a reinserire il lavoratore, deve corrispondergli gli stipendi maturati per tutto il tempo in cui ĆØ durato il contenzioso e visto che le cause di lavoro in Italia possono durare anche dai 4 ai 7 anni ne consegue che l’impegno economico non ĆØ affatto trascurabile.

Come far fallire l’azienda-Italia
Cosa succede invece nelle aziende con meno di 16 dipendenti a cui Bertinotti e compagni vorrebbero estendere l’articolo 18? Nel caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo anche qui interviene il giudice a tutela del lavoratore. L’azienda però, in questo caso, non ĆØ obbligata al reintegro del dipendente, ma ĆØ condannta a risarcire il lavoratore con un esborso in denaro che può andare dai 2 mesi e mezzo di stipendio fino a 14 mensilitĆ . La difesa da un ingiusto licenziamento vale dunque per entrambi i tipi di lavoratori. PerchĆ© allora questa diversitĆ  nella tutela? Per non condannare a morte la piccola impresa con meno di 16 dipendenti, che se dovesse reintegrare obbligatoriamente dipendenti licenziati ingiustamente dovrebbe sobbarcarsi oneri economici che le consiglierebbero di non assumere più lavoratori a tempo indeterminato, di scivolare verso forme di lavoro nero e, nel peggiore dei casi, di chiudere l’attivitĆ . Il che significherebbe una perdita secca per il tessuto economico nazionale e meno lavoro per tutti. Il tutto a fronte di una ā€œvittoria di Pirroā€ del dipendente tutelato: prima reintegrato e pagato, ma poi (di nuovo) licenziato per la chiusura dell’azienda. Votare sƬ al referendum del 15 giugno significa quindi non affermare uguali diritti per tutti i lavoratori licenziati ingiustamente (che giĆ  la legge tutela), bensƬ chiedere un risarcimento uguale per tutti. Ovvero, affermare un principio astratto senza tenere conto della realtĆ  delle piccole imprese, delle loro dimensioni economico-finanziarie e delle loro possibilitĆ  di crescita. Si tratta di una posizione ideologica. Invece di osservare la realtĆ  e di capirne i problemi si cerca di calare sulla realtĆ  stessa uno schema pensato a tavolino che nella pratica produce difficoltĆ  e disoccupazione.

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