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Vatti a fidare del Dragone. Cina e trucchetti sul Pil

febbraio 15, 2017 Leone Grotti

La Cina, nuova paladina della libera concorrenza a Davos, continua a truccare il suo Pil. E la globalizzazione in versione Xi Jinping somiglia tanto a una colonizzazione

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Nel 2007 Li Keqiang non era ancora primo ministro della Cina, numero due del partito comunista più grande del mondo e braccio destro dell’attuale segretario, nonché presidente del paese, Xi Jinping. Però era già un funzionario sulla rampa di lancio, che fin dall’università aveva imparato a dividere il suo tempo tra studi economici e impegno ideologico. Da segretario provinciale del partito di Liaoning, cuore pulsante dell’industria pesante cinese, si trovò una sera di marzo a Pechino seduto di fianco all’ambasciatore americano Clark Randt, che gli domandò: «Quanto sono affidabili i dati economici diffusi dalla Cina?».

Abbandonando per una volta la verbosa consuetudine dei papaveri comunisti di usare lunghe perifrasi per eludere le domande spinose, Li sorrise e rispose: «Sono inaffidabili, soprattutto quelli sul Pil. Ma ti fanno capire dove soffia il vento». Poi aggiunse: «Per sapere davvero a che velocità cresce l’economia cinese, io guardo tre fattori: il consumo di elettricità, il volume delle merci trasportate su rotaia e i prestiti bancari». Si trattava ovviamente di una confidenza, che l’ambasciatore riferì solo alla Casa Bianca, ma che nel 2010 divenne di dominio pubblico grazie a Wikileaks.

Oggi Li Keqiang è a capo del governo cinese e Pechino, complici le dichiarazioni di Donald Trump sul ritorno al protezionismo, si candida esplicitamente a riempire il vuoto che il presidente americano sembra volere lasciare. Così Xi Jinping si è presentato a gennaio nel salotto più capitalista del mondo, quello del World Economic Forum a Davos, per dare voce a un’accorata difesa della globalizzazione. Condannando il protezionismo, ha messo in guardia da una guerra commerciale «senza vincitori», promuovendo la Cina come nuovo alfiere del liberalismo e garante dell’economia globalizzata. Non lo ha fatto solo a slogan, ma annunciando che «nei prossimi cinque anni importeremo beni per ottomila miliardi di dollari, attraendo capitali stranieri per 600 miliardi e investendo nel mondo 750 miliardi».

«Purché catturi i topi»
Il discorso ha stuzzicato l’immaginazione di molti giornali e le cifre l’appetito di molti paesi, ma come suggerisce la confidenza del 2007 del premier cinese, il Dragone è tutt’altro che un partner affidabile. Quando si tratta di economia, la Cina segue ancora una massima del primo successore de facto di Mao Zedong, Deng Xiaoping: «Non importa se il gatto è bianco o nero, finché cattura i topi». Il partito comunista ha da tempo capito che la globalizzazione – molto più della guerra, dell’ideologia o della rivoluzione – è il modo migliore per “catturare i topi” e non ha mai messo in dubbio che anche in economia il fine giustifichi i mezzi.

La Cina attrae e stupisce il mondo facendo leva sulla sua incredibile crescita economica. Mentre l’Europa annaspava nella recessione, il Dragone ha dichiarato nel 2015 una crescita del Pil del 6,9 per cento (comunque il dato più basso degli ultimi 25 anni) e nel 2016 del 6,7 per cento. Nel 2017, ha annunciato il partito comunista, il Pil aumenterà invece del 6,5 per cento, il «nuovo normale». Ma sono in tanti a non avere fede nel miracolo cinese. «Questi numeri non sono credibili», dichiara a Tempi Mark Williams, capo economista per l’Asia di Capital Economics, importante società di consulenza e ricerche macroeconomiche londinese.
«Come possono avere uno dei più impressionanti tassi di crescita al mondo se anche i politici cinesi, al pari delle aziende, ammettono di essere in difficoltà? Poi c’è l’estrema stabilità delle statistiche che è sospetta: nei primi tre trimestri del 2016, ad esempio, Pechino è sempre cresciuta del 6,7 per cento. Un tasso che guarda caso combacia esattamente con le previsioni del partito fatte a inizio anno. Non è credibile».

Ce lo chiede il partito
C’è un secondo motivo che alimenta lo scetticismo degli esperti: «I dati sono così evidentemente manipolati che anche alcuni governatori provinciali hanno cominciato ad ammetterlo esplicitamente», spiega a Tempi Laura Eaton, economista specializzata sulla Cina della società londinese di consulenza finanziaria Fathom Consulting. Il riferimento è alle autorità della provincia di Liaoning, che per la prima volta nella storia della Repubblica popolare hanno ammesso pubblicamente di aver truccato i bilanci tra il 2011 e il 2014.
Il governatore Chen Qiufa ha sottolineato che «i dati falsi», gonfiati fino al 20 per cento in più, «hanno influenzato le valutazioni economiche del governo centrale». E poiché i risultati economici sono uno dei criteri principali per valutare eventuali promozioni all’interno del partito, è difficile credere che i funzionari del Liaoning siano gli unici a correggere al rialzo le statistiche.

Partendo dai criteri che Li Keqiang ritiene adeguati per calcolare la crescita cinese, sia Capital Economics che Fathom hanno elaborato un proprio sistema, considerando il consumo di elettricità, il numero di container presenti nei porti, il traffico di merci su rotaia, lo stato di avanzamento della costruzione di immobili e altri indicatori. «Secondo le mie stime – continua Williams – la Cina l’anno scorso non può essere cresciuta più del 5 per cento». Un calcolo ancora troppo ottimista per l’analista di Fathom: «In base al nostro China Momentum Index, il Dragone non è andato oltre il 3,1 per cento e anche questo tasso è drogato da prestiti bancari statali che non rendono, e lasciano buchi enormi, e da una politica di esportazioni facilitata dalla manipolazione del valore della moneta cinese, il renminbi».

A conclusioni simili è arrivato anche Wu Xiaoying Harry, senior advisor del Conference Board’s China Center, uno dei centri studi più accreditati sull’economia cinese, e docente presso l’università Hitotsubashi di Tokyo. Il professor Wu ha ideato uno dei metodi più avanzati (Maddison-Wu) per individuare la reale crescita cinese. «Non ho ancora finito di calcolare il Pil del 2016 ma in nessun modo potrà essere migliore di quello del 2015», confida a Tempi. «Due anni fa la Cina è cresciuta del 3,8 per cento e non del 6,9 come annunciato ufficialmente. Un aumento del Pil del 3,5 per cento per l’anno scorso potrebbe essere realistico».
Pechino, secondo il professor Wu, bara da sempre: «Da quando la Cina nel 2001 è entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), fino al 2008, ha millantato una crescita media annuale dell’11 per cento, mentre quella reale e più realistica è del 9,4», continua il docente. «Nel periodo post crisi finanziaria invece, dal 2009 al 2015, è cresciuta del 5,8 per cento e non dell’8,4».

L’Italia la più danneggiata
E va bene, si dirà, la Cina ogni anno aggiunge due o tre punti percentuali al suo Pil. E quindi? Resta comunque un’economia che viaggia a ritmi impressionanti, rispetto alla moribonda Europa, e che vuole investire all’estero gli enormi capitali di cui dispone approfittando del libero mercato. Il nodo, infatti, non è tanto economico quanto politico. La Cina usa la sua potenza industriale come arma e la recente diatriba con la Mongolia dimostra quanto sia efficace. Più del 50 per cento della popolazione mongola pratica il buddhismo di derivazione tibetana e a novembre il governo ha invitato per una visita di quattro giorni il Dalai Lama.

Pechino, che considera il leader spirituale un «pericoloso separatista», per punirla ha congelato un prestito di 4,2 miliardi e ha reintrodotto dazi letali sulle merci provenienti da Ulan Bator, costringendo il ministro degli Esteri Munkh-Orgil Tsend a umilianti scuse pubbliche: «La visita ha influenzato negativamente i rapporti tra noi e la Cina. Il governo è dispiaciuto e probabilmente non inviterà più il Dalai Lama». Pechino ha risposto augurandosi che «la Mongolia abbia davvero imparato la lezione. Speriamo che in futuro sappia rispettare i nostri interessi».

Se questa è la globalizzazione di cui il Dragone vuole farsi portabandiera, sarebbe meglio parlare di colonizzazione. L’Italia ne sa qualcosa, visto che «siamo il paese europeo che più ha sofferto il protagonismo industriale cinese», dice a Tempi Dario Di Vico, editorialista del Corriere della Sera. «Molte nostre produzioni erano troppo simili a quelle cinesi e quindi attaccabili. Noi non possiamo competere, ad esempio, con il costo del lavoro cinese. Tra borse dell’acqua calda, mollette per i panni, ombrelli e altro ancora, sono almeno un centinaio gli articoli che rappresentavano la vita delle nostre piccole e medie imprese. E che ora non facciamo più, perché loro li producono a costi non sostenibili». Questo, continua, «è uno dei tanti effetti della globalizzazione che ha penalizzato la nostra industria e l’occupazione. Anche nel campo dei servizi, dell’estetica e dei parrucchieri i prezzi si sono abbassati troppo: gli italiani non possono concorrere».

Ma c’è un’altra nota stonata nella sinfonia suonata dal presidente Xi Jinping a Davos. «Non si può dire che la Cina rispetti davvero la globalizzazione perché non ha mai aperto completamente il suo mercato», spiega il capo economista di Capital Economics, Williams. «Molto spesso per le imprese straniere è quasi impossibile operare in Cina. Le aziende statali infatti godono di sussidi, come i prestiti a tassi stracciati, ai quali i concorrenti stranieri non possono accedere. Si può dire che è un paese piuttosto protezionista».

«Più l’economia soffre e più Pechino diventa protezionista», concorda il professor Wu, che aggiunge: «La Cina ha bisogno della globalizzazione per esportare il suo surplus produttivo, ma non vuole che ad aggiustare i problemi della propria economia sia il mercato. Di conseguenza erige barriere agli stranieri, che oggi ad esempio non possono investire nelle industrie che realizzano questo surplus».

Morto Mao, resta solo la crescita
Il doppio gioco della Cina ha un ultimo obiettivo di fondo, al quale l’Occidente deve prestare attenzione. Pechino ha bisogno di mentire sulla sua economia non solo perché, come ipotizza Williams, «sarebbe imbarazzante per il partito comunista smentirsi ogni volta dopo una previsione». Ma anche perché, scava fino al cuore del problema il professor Wu, «massimizzare la crescita è l’unico modo per il partito di legittimare il regime».

Morto Mao, infatti, sono il nazionalismo e la capacità di far crescere un paese complesso di 1,3 miliardi di persone a giustificare la permanenza comunista al potere. «I governi regionali e provinciali non competono per migliorare la vita della gente, ma per la “crescita”, che è stata politicizzata. Di conseguenza manipolare i numeri è consentito se serve a raggiungere l’obiettivo politico». Prevedere oggi il futuro è difficile, ma una cosa è certa: «Nessuna economia può crescere per sempre e le menzogne prima o poi vengono a galla». Anche Eaton non ha dubbi: «Presto o tardi la bolla scoppierà».

Foto Ansa

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