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Tutte le energie che servono per spostare il macigno

marzo 9, 2017 Francesca Parodi

Riduzione del debito e della spesa pubblica e il coinvolgimento del privato al centro dell’incontro “Energie per l’Italia” con Cottarelli, Parisi, Puglisi e Rossi

cottarelli

Il debito pubblico è come un iceberg e i vari governi italiani che si sono succeduti sono come il capitano della canzone di De Gregori che dice al mozzo: «Io non vedo niente, c’è solo un po’ di nebbia che annuncia il sole. Andiamo avanti tranquillamente». Con questa citazione si apre il libro Il Macigno dell’economista Carlo Cottarelli, al centro dell’incontro “Energie per l’Italia” che si è tenuto mercoledì 8 marzo a Palazzo Reale a Milano. Al tavolo, insieme a Cottarelli, erano seduti Stefano Parisi e gli economisti Nicola Rossi e Riccardo Puglisi per discutere della disastrosa situazione economica italiana e di come il paese può uscirne. La molla che ha spinto Cottarelli a scrivere questo libro è stata la constatazione che in Italia non si parla abbastanza del debito pubblico, perché la politica preferisce non vedere: lo stesso Cottarelli nel 2013è stato nominato dal governo Letta Commissario straordinario per la spending review e ha suggerito misure drastiche di intervento, ma nel 2014 ha abbandonato il ruolo perché Renzi lo ha designato per un incarico al Fondo monetario internazionale.

IL MACIGNO DEL DEBITO. Cottarelli ha messo in guardia dai rischi di un debito pubblico che oggi è ormai diventato insostenibile: ha superato il 133 per cento del pil, raggiungendo i 2230 miliardi di euro (il debito pro capite è quindi di 36.700 euro). È una situazione che si trascina da anni; basti pensare che il pareggio di bilancio lo abbiamo raggiunto solo nel 1875 e 1876. È evidente che un debito così alto che grava sulle nostre spalle (appunto «il macigno» del libro) impedisce alla nostra economia di crescere e svilupparsi. Peggio di noi ci sono solamente la Grecia e il Giappone, ma quest’ultimo caso è differente: mentre in Italia solo il 60 per cento del debito è detenuto da residenti, in Giappone ben il 90 per cento è in mano a giapponesi (ciò significa che la loro situazione è più a basso rischio, perché vuol dire che il paese è «indebitato con se stesso»). Oggi un elemento che ci viene in aiuto sono i bassi tassi di interesse sul debito pubblico, resi possibili grazie all’intervento delle varie banche centrali e della Bce, che comprano gran parte dei nostri titoli di Stato e immettono nel mercato capitali a basso tasso d’interessi (il cosiddetto quantitative easing). Il problema, sostiene Cottarelli, è che non potremo sempre contare sull’intervento delle banche centrali, soprattutto in seguito alla scadenza del mandato di presidenza della Bce di Mario Draghi.

BISOGNA CRESCERE. Cosa fare dunque? Cottarelli esamina varie ipotesi, ma per ciascuna ne individua le criticità: ripudiare il debito comporterebbe alti costi in termini di reputazione, e comunque non costituirebbe un’alternativa all’austerità (va ricordato che un’alta percentuale del debito è detenuto da italiani); il ritorno alla lira presenta molti rischi senza dare la certezza di risolvere il problema; mutuizzare il debito con gli altri paesi dell’Unione europea sarebbe un’utopia (una manovre simile non viene adottata nemmeno negli Stati federali). Dovremmo guardare all’estero e prendere come esempio positivo il modello di Spagna e Portogallo, dove i governi sono riusciti ad abbassare i costi di produzione (da noi e in Francia ancora troppo alti), tagliando le tasse e aumentando la produttività, col risultato di far crescere le esportazioni e, conseguentemente, la crescita economica del paese.

LUNGO PERIODO. In sostanza, la ricetta prescritta da Cottarelli per la rimessa in piedi dell’Italia consiste in: privatizzazioni, riforme strutturali e un moderato livello di austerità. Poiché all’aumentare del pil, il debito pubblico cala in percentuale, è necessario puntare ad aumentare la produttività, tagliare le tasse e la spesa pubblica, favorire gli investimenti e generare così più occupazione. Per favorire la crescita è fondamentale il risparmio: serve congelare la spesa primaria in termini reali al livello del 2016 fino al raggiungimento del pareggio di bilancio, che andrà mantenuto, in media, negli anni successivi.
Con queste misure, Cottarelli è fiducioso che potremo arrivare al 60 per cento del pil nel 2044. Certo, si parla di una crescita che richiede molto tempo, ma, come ha poi sostenuto Parisi, è inutile illudersi, qualsiasi soluzione al problema non può che essere di lungo periodo, mentre le politiche di Renzi (i vari bonus e sconti) erano solo «politiche di comunicazione». Serve invece un mandato lungo, di almeno cinque anni, perché quello che è davvero necessario è la stabilità politica. Parisi insiste sull’importanza degli investimenti privati invece di quelli pubblici per aumentare l’efficienza e tocca altri punti, come l’urgenza di una trasformazione digitale dell’amministrazione per aumentarne la trasparenza, e la necessità di nuovi modelli di contabilità, in cui i controlli non siano più affidati a giuristi, ma a personale con competenze economiche.

BASTA CURE PALLIATIVE. L’economista Puglisi concorda con Parisi sugli impatti negativi della costante instabilità del panorama politico sull’economia italiana: fuga degli investimenti, conseguente calo di produzione e occupazione. Concorda anche sul fatto sul fatto che un’uscita dall’euro implicherebbe più rischi che certezze e lancia un appello per abbandonare le «cure palliative» (interventi che colpiscono solo «la periferia» del problema) e concentrarsi invece su misure realmente d’impatto.
Più pessimista Nicola Rossi, che vede in un prossimo futuro la formazione di un asse franco-tedesco alla guida dell’Europa, a cui l’Italia si dovrà piegare a causa delle sue debolezze economiche. E la colpa, sostiene Rossi, è di una politica sorda e di una generale cecità davanti al problema della crescita troppo lenta e frenante del sud Italia.

Foto di Francesca Parodi

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