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Tregua unilaterale

maggio 26, 1999 Tempi

editoriale

Ci scuseranno i nostri lettori ( e soprattutto i nostri politici) se la copertina potrebbe sembrare irriverente e ingenerosa nei confronti del tentativo italo-tedesco di fermare i bombardamenti. Ma lo spiraglio che Roma e Berlino hanno coraggiosamente aperto negli ultimi giorni è lo stesso di quello invocato da subito dal Papa e da quei politici che l’Europa hanno contribuito in modo decisivo a costruirla ( i Kohl e gli Andreotti) in decenni di esercizio di quelle arti politiche che sono il dialogo, il confronto, la diplomazia. Questo spiraglio, seppur tardivo e sebbene sia forse motivato dall’appressarsi della scadenza elettorale europea e dal crescente rigetto della guerra da parte della opinione pubblica, va evidentemente accolto e sostenuto con tutte le forze. Resta il problema: come uscire da un conflitto che, oltre alle vittime procurate da bombe alleate e brutale repressione serba, ha raso al suolo la Jugoslavia e contribuito a quella catastrofe umanitaria che voleva evitare? Le risposte ovviamente mancano e certo non lascia tranquilli la prospettiva di un comando alleato in cui la macchina della guerra sembra agire indifferente agli impulsi e alla guida della politica. È vero che la Nato uscirebbe scompaginata da un arresto unilaterale delle ostilità e che Milosevic darebbe stura a tutte le trombe della propaganda per sbandierare il risultato ottenuto grazie alla sua “fermezza” e all’“eroismo” del popolo serbo. Tutto ciò sarebbe lo scotto quasi inevitabile da pagare a quel meccanismo infernale che si è messo in moto da quel maledetto 24 marzo, giorno in cui la Nato iniziò il martellamento della Jugoslavia precludendosi e precludendo ad ogni altra diplomazia la possibilità di un intervento che avesse anzitutto di mira la protezione sul terreno degli abitanti del Kosovo, in fuga certamente a causa della repressione militare serba, ma anche dalle bombe alleate che tale repressione ha, di fatto, vieppiù attizzato. Ma per quale ragione, noi cittadini del mondo, dovremmo temere un contraccolpo interno alla Nato in caso di tregua unilaterale? Perché così vuole la stessa logica con cui si è pianificata l’uscita di scena di Milosevic e la firma da parte serba, sotto la minaccia di una pistola puntata alla tempia, dei famosi punti che impongono a Belgrado la rinuncia a parte della sua sovranità sul Kosovo, il ritorno dei profughi, il dispiegamento di una forza militare internazionale in Jugoslavia. Noi non vogliamo pensare che i comandi dell’Alleanza abbiano già previsto una tregua solo di qualche giorno per dare ai partner europei l’agio di non andare alle urne con addosso il fardello della guerra. Ma non vogliamo neanche immaginare un’estate al mare con le associazioni di pescatori e di albergatori della riviera adriatica preoccupati principalmente dei disagi procurati all’ittica e al turismo di massa dalle operazioni in corso sulla portaerea italiana. Noi ci auguriamo che la Nato disponga una tregua definitiva, che l’occidente si prenda cura dei profughi e che coinvolga l’Onu nel contenimento di Belgrado con ogni mezzo pacifico necessario (isolamento totale a livello internazionale, sanzioni, embargo e quant’altro se Milosevic non deponesse le sue attitudini). L’alternativa è attendere, a mollo nel bagnasciuga, che la macchina bellica concluda la sua corsa nello schianto finale. Che con tutte le conseguenze ancora lontano dall’immaginare, non può prevedere altro che un’opzione: l’intervento di terra. TEMPI

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