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Terremoto: al bando sentimentalismi e polemiche. «Mettiamoci a disposizione»

agosto 26, 2016 Caterina Giojelli

Intervista a don Antonio Villa, il prete che quarant’anni fa in Friuli costruì una scuola sulle macerie del sisma. «Siamo presenti nel dolore, con la preghiera, l’amicizia e il coraggio della speranza»

«Tornavo a Tarcento da Rimini, dopo aver avvertito scosse durante la mattina e mi chiedevo: se fossi stato a scuola, con i miei piccoli, il terremoto e il titolo del Meeting “Tu sei un bene per me” in tasca, come avrei messo insieme queste cose? Avrei chiesto loro “siamo capaci di dire anche adesso ‘Tu, Gesù, sei un bene per me’?” e alla loro probabile faccia scura avrei risposto: “Gesù, tu sei un bene per me, ma cerca di farcelo capire perché noi ora non ne siamo capaci”. Non occorrono altre parole, non siamo poi diversi da quei bambini, ma da uomini possiamo e dobbiamo affermarlo, anche ora e contro ogni evidenza che quello che sta accadendo misteriosamente, scandalosamente, incomprensibilmente è un bene per noi».
Don Antonio Villa è appena rientrato in Friuli dopo i giorni del Meeting di Rimini, dove è stato presente ogni giorno tra i pannelli della mostra “La carità costruisce per sempre. Friuli 1976-2016. Il terremoto, i volontari, don Villa, la scuola e Radio Camilla”, il racconto di un’esperienza educativa scaturita da un’altra tragedia avvenuta esattamente 40 anni fa, quando la sera del 6 maggio 1976 un terremoto rase al suolo interi paesi tra le province di Udine e Pordenone, causando un migliaio di vittime.

«E oggi come 40 anni fa, le uniche parole che possiamo fare nostre sono quelle pronunciate da Paolo VI durante il Regina Coeli, il 9 maggio di quel terribile anno: “Oh! noi non vogliamo dire di più davanti ai lutti e alle rovine dalle dimensioni tragiche, che sembrano superare ogni misura e rifiutare ogni conforto. Vogliamo comprendere e raccogliere in silenzio riverente il grido ineffabile di questa acerbissima pena. Ma una parola non possiamo tacere per i cuori forti, per gli animi buoni: niente disperazione! niente cecità del fato! la nostra incapacità a dare una spiegazione, che rientri negli schemi abituali della nostra breve e miope logica, non annulla la nostra superiore fiducia nella misteriosa, ma sempre provvida e paterna presenza della bontà divina, che sa risolvere a nostro vantaggio anche le più gravi e incomprensibili sciagure”». A quarant’anni da quei minuti che distrussero vite, case, chiese, palazzi, fabbriche lasciando più di 60 mila persone senza un’abitazione, «so che aveva ragione. Oggi come allora dobbiamo avere il coraggio di dire proprio ora, in questo momento, in questo rincorrersi isterico delle notizie e delle immagini che ingozzano la nostra quotidianità di paure e sentimentalismo, che contro ogni evidenza “tu sei un bene per me”. Guardare alla sostanza di un bene certo, pregando per chi in questo momento sta vivendo la stessa prova che abbiamo vissuto in Friuli 40 anni fa. Il cristiano è l’uomo certo nella prova contro ogni evidenza del mondo».
Per don Villa non è il momento dei sentimentalismi facili e delle iniziative tenere alla coscienza: «L’unica cosa che possiamo fare concretamente per aiutare chi sta lavorando in queste ore è metterci a disposizione delle organizzazioni di soccorso, delle strutture e della Chiesa, e agire secondo le loro indicazioni. Ricordo in Friuli l’arrivo di interi camion carichi di viveri e cose bellissime che non esistendo un posto dove scaricarle e conservarle finirono bruciate».

Quando inizia la mobilitazione per i terremotati del Friuli don Luigi Giussani si precipita ad offrire la disponibilità di tutto il movimento di Cl all’arcivescovo di Udine Alfredo Battisti, il quale lo invita a dare aiuto direttamente ai parroci della zona. Per tutta l’estate oltre trecento volontari raggiungono la zona tra Gemona e Tarcento, dove le tendopoli scoppiano di ragazzi e bambini, alcuni non la lasciano più. Tra questi, don Villa che insieme a un gruppo di amici si ritrova ad iniziare e condividere insieme alla popolazione friulana un’avventura educativa che dura da quarant’anni e porta il nome di scuola media Monsignor Camillo Di Gasparo: una cooperativa scolastica gestita dai genitori, dagli insegnanti e dai ragazzi stessi coinvolti nella responsabilità di viverla, ognuno secondo il proprio compito, che registra il tutto esaurito e stupisce i visitatori della mostra: «I nostri ragazzi sono certi dell’amicizia e del bene che li ha voluti lì, non hanno paura e il loro entusiasmo è contagioso per chiunque li veda tornare a casa, per chiunque conosca la storia della nostra scuola, nata contro ogni evidenza dalle macerie di una regione distrutta». Ancora stordito dall’entusiasmo e la commozione dei tanti in visita alla mostra del Meeting don Villa si trova dunque a Rimini la notte del 24 agosto: «Dormivo in albergo e avendo purtroppo una buona esperienza di scosse appena il letto ha iniziato a ballare ho indovinato subito l’intensità del terremoto e la distanza dell’epicentro. Ho pregato quindi per le persone che stavano vivendo quei minuti di terrore».

Il giorno dopo, va da sé, il bombardamento di notizie scatena la solidarietà del paese e il bisogno umanissimo di partecipare come è possibile al dolore delle persone coinvolte. Don Villa sorride: «C’è un detto dei padri del deserto: “Se vedi uno cadere e puoi aiutarlo, tendigli il tuo bastone e fallo risalire. Ma se non puoi tirarlo su, lasciagli il tuo bastone e non perderti anche tu insieme a lui. Se gli dai la mano e non puoi tirarlo su, sarà lui a trascinarti in basso e morirete tutti e due”. Sarà impopolare, ma valga questo per il cristiano che vive queste ore: ciascuno può e deve aiutare ma secondo le sue possibilità. Non bisogna presumere che la salvezza sia nelle nostre mani ma avere il coraggio di affermare che la vita è nelle mani di Dio e Dio non fa errori. Mettiamoci a disposizione delle richieste di chi sta lavorando, senza cedere alla tentazione cretina di giudicare il loro lavoro – polemiche che non servono e non portano nessun beneficio a chi sta vivendo ore di angoscia per i propri cari intrappolati dalle macerie – e di dare fiato al nostro ingombrante dolore di “spettatori” inermi, cercando spiegazioni e soluzioni accomodanti la nostra “breve e miope logica”. Siamo presenti nel dolore, accanto a chi soffre, con la preghiera, l’amicizia e soprattutto il coraggio della speranza, realizzando la presenza di Cristo che porta la resurrezione nel mondo».

Foto Ansa

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