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S&P declassa 34 banche italiane. Una “notizia” di sei mesi fa

febbraio 13, 2012 Massimo Giardina

La società di rating Standard & Poor’s ha declassato 34 banche italiane. Il commento del premier Mario Monti è stato lapidario: «È in gran parte un effetto atteso da precedenti decisioni». Non si può dar torto a Monti. Infatti un downgrade avrebbe avuto senso sei mesi fa, quando le banche manifestavano seri problemi di liquidità al limite del credit crunch.

La società di rating Standard & Poor’s ha declassato 34 banche italiane. Lo scorso mese, la stessa  S&P, che con le tre famose letterine cerca di dare un giudizio sintetico alle realtà in esame, aveva imposto il proprio downgrade a Francia, Italia, Spagna e Austria scatenando uno strano risultato: l’ascesa degli indici di borsa.
Già si è parlato (clicca qui) della poca influenza che le società di rating e in modo particolare S&P hanno sui mercati finanziari e il declassamento operato venerdì verso le aziende di credito italiane rende ancor più evidente una forte cecità, una incapacità di osservare le componenti in gioco in una prospettiva futura.

Il commento del premier Mario Monti è stato lapidario: «È in gran parte un effetto atteso da precedenti decisioni». Non si può dar torto a Monti. Infatti un downgrade avrebbe avuto senso sei mesi fa, quando le banche manifestavano seri problemi di liquidità al limite del credit crunch. Questi problemi ora sono sorpassati, e per spiegarlo si prenda il paradigma della banca più scambiata nel Ftse Mib del 2012: Unicredit.

L’azienda di Piazza Cordusio nel novembre 2011 era sottocapitalizzata, aveva un grave problema chiamato «trasformazione delle scadenze», da sommarsi ad una forte difficoltà nel ricollocamento dei titoli di debito in scadenza e all’obbligo imposto dall’Autorità bancaria europea di ricapitalizzarsi.
All’interno di uno scenario così strutturato l’abbattimento del rating sarebbe stato più che ragionevole. Per fortuna la situazione è decisamente cambiata: la banca ha attuato una ricapitalizzazione di successo che ha significato un arricchimento per le proprie casseforti di 7,5 miliardi di euro; ha partecipato massicciamente all’asta della Bce portandosi a casa una parte dei 116 miliardi entrati in Italia. Unicredit, con i capitali prestati dalla banca governata da Mario Draghi, si è mossa in modo intelligente attraverso l’attività di Buy-back generando utili interessanti. Gli indicatori di solidità patrimoniale di Piazza Cordusio, così facendo, sono divenuti buoni: il Core Tier 1 è al di sopra del 9 per cento e a fine mese ci sarà una nuova asta della Bce che immetterà nuovamente liquidità illimitata nel sistema.
Twitter: @giardser

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