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Se gli imprenditori stranieri non investono in Italia qualche motivo c’è. Ecco un elenco

novembre 12, 2013 Redazione

In Italia «licenziare è molto difficile, costoso e ha tempi eccessivamente lunghi», inoltre c’è «poca flessibilità e soprattutto incertezza del diritto», spiega il giuslavorista Pasquale Siciliani

Dobbiamo convincere gli stranieri a investire nel nostro paese. Come? Al di là delle esortazioni, sul Foglio di oggi, Pasquale Siciliani, giuslavorista, sottolinea le difficoltà di chi media fra imprese estere e leggi italiane: «Il dato di fatto è che la nostra disciplina spaventa e scoraggia l’investitore straniero invece di attrarlo».

ARTICOLO 18. Dal racconto di Siciliani emerge un’Italia tutt’altro che allettante per le aziende straniere. Cosa succede, per esempio, quando un manager delle risorse umane straniero chiama un giuslavorista italiano per avere informazioni sull’articolo 18? Il giuslavorista deve fare uno sforzo non indifferente per fargli capire la normativa italiana: «C’è il caso A se il licenziamento è discriminatorio, il caso B se il licenziamento è disciplinare e il caso C se il licenziamento è per motivi economici». Tuttavia «il caso C potrebbe celare il caso A o il caso B quindi li dobbiamo considerare tutti e tre». E «in realtà ci sarebbe anche il caso D qualora non venisse rispettata la procedura». «Quale procedura?», chiede il manager. Il giuslavorista deve spiegargli la complicata procedura di conciliazione. E cosa succede se un dipendente lavora male? Niente di più complesso di licenziarlo per sostituirlo con uno più bravo, gli spiega il giuslavorista: «Dovremo fare una dettagliatissima contestazione disciplinare comparando le prestazioni del dipendente con quelle di altri di pari livello, dimostrare che il rendimento è inaccettabile, che non è colpa della crisi, seguire la procedura disciplinare e via dicendo».

COSTI FISSI. «Sarebbe tuttavia riduttivo e ingenuo semplificare i problemi del mercato del lavoro con l’art. 18», prosegue Siciliani. Ulteriori problemi sono anche i costi fissi. Quali? «Il preavviso, le ferie, i permessi, le ferie sul preavviso, i ratei di 13ma e 14ma, il contributo Aspi, il Tfr normale e quello sul preavviso». «Le perplessità aumentano quando il cliente vuole attuare una ristrutturazione aziendale e si parla di procedura di licenziamento collettivo, del sistema di relazioni industriali, degli ammortizzatori sociali e dei rischi e costi connessi».
Questa, spiega Siciliani, è una situazione tipica nel nostro lavoro che però è lo specchio delle difficoltà che una multinazionale può incontrare nella gestione dei rapporti di lavoro nel nostro paese. Oltre al fatto che «licenziare in Italia è molto difficile, costoso e ha tempi eccessivamente lunghi», c’è anche «poca flessibilità e soprattutto incertezza del diritto». «La rigidità dei contratti a termine, l’eccessivo costo del lavoro, l’aleatorietà del lavoro parasubordinato e autonomo sono temi che destano puntualmente il disappunto (ma a volte anche lo sconcerto) dei clienti stranieri.

RIFORMARE LE REGOLE. Ridurre i tempi tra un contratto a termine e un altro o introdurre farraginose agevolazioni alle assunzioni non sono in grado di migliorare il lavoro e la produttività. «Per essere competitivi bisogna vagliare riforme che semplifichino le regole e che ci avvicinino maggiormente agli stati europei». Siciliani conclude con qualche suggerimento: «cancellare gran parte della riforma Fornero, elevare il numero dei dipendenti per l’applicazione dell’art. 18, alzare la soglia dei licenziamenti che determinano l’applicazione della procedura di mobilità, commisurare il risarcimento del danno da licenziamento illegittimo all’anzianità di servizio, eliminare la causale da tutti i contratti a termine, semplificare le agevolazioni alle assunzioni, ridurre (veramente) il cuneo fiscale».

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4 Commenti

  1. mike scrive:

    l’articolo potevate risparmarvelo. noi non siamo germania francia Inghilterra ed USA (aggiungiamo pure giappone cina e paesi baltici). tali paesi hanno le multinazionali che governale l’economia reale mondiale, e le banche che governano il sistema finanziario mondiale. in parole povere a loro l’economia andrà sempre bene, salvo se fa comodo che anche a loro vada male (certo se va male il problema è per i ricchi anzi per le lobbies che davvero reggono le sorti di interi paesi e del mondo). da loro uno può permettersi di perdere il lavoro o di volerne un altro. da noi no. a noi l’economia la fanno andare male apposta. e in più aumentano il costo della vita. per dirla in parole povere vogliono destabilizzare l’italia ed in genere il centro sud d’europa. o comunque, in tal modo, controllarci. con la scusa della poca affidabilità (dovuta a sentirli anche per la rigidità del lavoro) e di cose come il rapporto debito/pil molto spesso governano gente che sono molto graditi a bruxelles e a Washington. altrimenti non si spiega come mai i vari prodi, d’alema, anche Berlusconi, letta, da presidenti del consiglio ogni tanto andavano e vanno in america. a render conto. il problema del mercato del lavoro ed anzi del sistema economico è solo uno: che il lavoratore dipendente guadagna poco rispetto al costo della vita. aumentando i salari/stipendi l’economia girerebbe. se io prendo 1500 euro e non 1200 il televisore lo rifaccio ogni 3 anni e non ogni 5, ed il frigorifero ogni 5 e non ogni 7. tanto a mò di esempi. il sistema produzione-consumo è una cosa dalle potenzialità bloccate. o più semplicemente è un modo raffinato che è stato inventato per bloccare la vita della gente. anche, e non ultimo per importanza (anzi….!!!!!), a livello demografico. se i soldi sono pochi la gente tende a fare meno figli. ma qui ci si immischiano altre cose come l’ideale del divertimento.

  2. Aldo Cannavò scrive:

    Le leggi sindacali erano in voga anche negli anni del miracolo economico italiano e non ne hanno impedito la sua realizzazione.Non si tiene conto che i cittadini spendono denaro quando hanno certezza del loro futuro.La circolazione del denaro incrementa il lavoro e diventa un volano che fà girare l’economia.Il vero motivo che ha bloccato lo sviluppo economico italiano sono le eccessive leggi burocratiche che scoraggiano chi vuole iniziare un’attività,l’eccessivo carico fiscale e le lungagini della magistratura per eventuali cause giudiziarie.Gli stranieri per questi motivi preferiscono investire negli stati che danno maggior garanzie dell’Italia.Anche l’aver aumentato l’età per accedere alla pensione blocca l’economia italiana perchè rallenta l’ingresso dei giovani nel circolo produttivo.L’aver copiato la regola da altri stati europei dimostra l’incompetenza dei legislatori,poichè mentre gli altri stati hanno un’economia che permette alla loro giuventù di trovare lavoro ugualmente la nostra economia,per i motivi descritti,blocca l’accesso giovanile al lavoro.Il quadro viene completato dalla considerazione che personaggi che stanno ai vertici burocratici o ministeriali vi sono giunti per meriti politici o per conoscenze influenti o per appartenere a qualche potente confraternita e non per capacità specifiche.

    • Tommasodaquino scrive:

      La tassazione nell’epoca del miracolo italiano rispetto ad oggi era moooolto più bassa, la burocrazia era moooolto meno invasiva, le regole erano molto meno lesive dell’attività economica, debito pubblico bassissimo, i sistemi di controllo non erano come quelli odierni quindi molta più libertà di fare impresa. Per questo c’è stato il miracolo economico, oggi NON potrà esserci per gli stessi motivi.

    • mike scrive:

      tutto vero. le cose che lei dice (carico fiscale, burocrazia, innalzamento dell’età pensionabile) sono un insieme di mezzi con cui si cerca di bloccare l’economia italiana. e quindi anche la vita stessa degli italiani. si impedisce di guardare al futuro, di avere un futuro. anche di ricambio generazionale. in tal senso agiscono anche il costo della vita che sale, gli stipendi che non salgono, e gli italiani che sono abituati, ormai, solo a divertirsi o poco ci manca. e che se arrivano a 30 e pensano di fare famiglia si sono spesi tutti i soldi, ed il contorno certo non aiuta.

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