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Scendi dal muretto e cammina. Una parabola metropolitana

aprile 6, 2016 Luigi Amicone

Dalle periferie di Milano degli anni Sessanta alle Molenbeeck del terzo millennio. Perché è diventato così facile reclutare dal deserto di Raqqa giovani normali, “social” e istruiti?

immigrati-ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Come li riconosco i ragazzi di Molenbeeck che prendono a lanci di lattine i poliziotti dei corpi speciali entrati in quartiere per acciuffare Salah Abdeslam, 26 anni, marocchino naturalizzato belga, uno del commando Isis di Parigi che all’ultimo momento ha avuto paura ed è scappato invece che farsi saltare in aria. Come li riconosco gli adolescenti delle banlieue francesi che voltano la faccia alle lacrime per le vittime del massacro al Bataclan e gridano «merde» agli educatori che vogliono “redimerli” insegnando loro il valore dell’umanità, la laïcité républicaine, la sottomissione all’altare di Voltaire. Continueranno ad avere un bel daffare con questi figli di immigrati turchi e magrebini di seconda e terza generazione, i poliziotti e i professori che fanno il loro dovere. Seguiteranno a dare ordini, a monitorare e a reprimere, i funzionari dello Stato che fanno il loro mestiere a riguardo dei quartieri ad alta o totale concentrazione di popolazione islamica immigrata in Europa. E non cambierà niente.

Il senatore belga intervistato da Leone Grotti dopo la strage di Bruxelles non poteva essere più chiaro in proposito. «Hanno frequentato per 15 anni le nostre scuole. E sono diventati terroristi per uccidere i loro concittadini. Cosa può cambiarli?». Cambiamento. Parola magica e carina sulla bocca delle leadership europee. Loro pensano all’innovazione, al digitale, alla rivoluzione della tecnica e a quelle belle menti di bravi ragazzi che corrono dietro tutte queste belle cose. E poi, quanto all’etica, l’eterna insufficiente etica che dovrebbe sorreggere la corsa al “cambiamento”, cosa si dice? Legalità e sicurezza. Regole da rispettare e intelligence per prevenire. Non fa una piega. L’Europa kantiana dovrebbe funzionare così. Perché l’Europa è pacifica, aperta, liberale, libertina, multikulti, relativista, indifferentista. Tranne cercare la verità della vita, puoi avere tutto ed essere la monade che vuoi su questo continente-contenitore. Basta rispettare le regole. Con il tuo corpo, le tue emozioni da coltivare a palla, col tuo facebook, il tuo twitter, la tua comunicazione emotiva, le tue coperture di diritto e di diritti, puoi cambiare connotati, cambiare sesso, provare piaceri da morirci dentro, impasticcarti, scopicchiare, urlare a squarciagola, indignarti, collezionare gattini, riempirti la lingua di piercing, coprirti di tatuaggi, mandare a quel paese la prof, mettere su Youtube il video del telefonino che ti fa da fido maestro e amico sostituto. Liberi da tutto, libero da tutti. Affacciati alla finestra del Club Mediterraneo, si pratica il piacere che piace, si lavora sotto le direttive dell’Unione Europea, si fa il turista umanitario che conviene. Eppure, corsi e ricorsi della storia, scrisse l’Amos biblico: «Verranno giorni – dice Dio, il Signore – in cui io manderò la carestia in questa regione. Non di pane avranno fame, non di acqua avranno sete, ma di ascoltare la parola del Signore. Ovunque cercheranno con ansia la parola di Dio, da nord a sud e da ovest a est. Ma non la troveranno». La sete?

Sono anch’io un figlio di immigrati. Anni Cinquanta del secolo breve. Invece dell’ultimo iPhone c’era la prima tv. Invece dell’iPad, c’erano i frigoriferi. Invece delle notti psichdeliche davanti a un video e la follia del branco ammucchiato sui materassi, c’era il giardinetto e l’angolo di via Lario. Mutatis mutandis, la periferia metropolitana di sempre. Quella dell’immigrazione indigena di artigiani, operai, contadini abruzzesi, pugliesi, calabresi e di tutto quel sud strapaesano che negli anni ’50-’60 del secolo scorso veniva su a Milano e a Torino col bagaglio di cartone tenuto insieme dallo spago. E quella di oggi (la foto è la stessa, stesso cartone, stesso spago, stesse facce scure) in cui il nome più diffuso, a Bruxelles come a Milano, non è più Giuseppe, ma Muhammad. Nella Milano in bianco e nero della periferia anni Sessanta i ragazzi della via Stelvio angolo Farini erano i figli della prima immigrazione. Davanti ai loro muretti si stendevano i primi palazzoni e dietro la campagna, la nebbia, i grandi capannoni di logistica e autotrasportatori. Adesso la periferia si è spostata più in là. Là dove oggi gli immigrati con nomi e tradizioni diversi dai nostri, adesso conquistano muretti, bar, circoli, dopolavoro, crocicchi delle strade, campagne e nuovi palazzoni. Sono marocchini e ispanici, rumeni e albanesi.

Come si impossessano dei cervelli
Ma insomma, i loro figli – e stiamo parlando della popolazione dei “regolari” e sedentarizzati, non dei clandestini e nomadi della criminalità internazionale – fanno la stessa esperienza dei loro avi italiani. Scuola dell’obbligo. Molta evasione scolastica. Drop out. Marginalizzazione rispetto agli adolesecnti indigeni. Però sono tutti mediamente istruiti, integrati, digeriti dalla città allettante, moderna, cosmopolita. E allora com’è che arrivano ad abbracciare la doppia vita e il doppio lavoro dello studente e del terrorista, dell’impiegato e del fabbricatore di cinture esplosive? Perché l’Isis che sta nel deserto di Raqqa li ingaggia così facilmente, davanti al video e nelle sale giochi? Come fanno a impossessarsi dei cervelli, convincerli che vivere e far vivere è indifferente, e se un Allah senza volto chiama è tempo di morire e di dare la morte?

Se penso a quei figli di immigrati che eravamo rivedo questo. Partite al calcetto con compagnie improvvisate. Un retro di uno dei primi cinema a luci rosse usato come porta. I primi horror con Dracula, i primi porno soft con Helga e Michelle. Rivedo zuffe che finiscono a sassate. E lanci di bussolotti con la punta a spilli incollati per ferire il viaggiatore in piedi davanti al finestrino aperto del tram 8 o della filovia 91. Rivedo arrampicate e discese dalle finestre di palazzi. E corse a perdifiato in bicicletta, verso la periferia, verso un altrove geografico per incontrare nuove compagnie, nuove bravate, infiltrazioni dentro palazzine fatiscenti. Non c’era la droga allora, arriverà col Sessantotto, con i figli dei borghesi, con il soldo facile di chi se lo poteva permettere. Però una certa storia si ripete. Succede così. Perché non ci puoi fare niente all’assenza di figure adulte, alla noia della scuola-casa-chiesa. A noi, generazione di figli di immigrati del primo boom, capitò il ’68. A questi qui, seconde e terze generazioni di immigrati del sud non italiano, capita il ’68 in versione islamica. Pigi Battista ha ragione nel vedere una analogia con gli anni Settanta italiani. C’erano le centinaia intruppati nei gruppi terroristici. Ma dietro e di fianco, c’erano i centomila del settembre 1977 a Bologna. Allorché Cossiga, ministro degli Interni, per garantire la sicurezza dovette mandare in piazza Maggiore i carri armati. E così, mentre allora c’erano gli Eco e i Fo che si schieravano né con lo Stato né con le Br, c’è ancora una quantità di intellettuali, arabi e non arabi europei, che fiancheggiavano con dissimulazione la violenza islamista.

Hooligans di quartiere
E così anch’io, sul finire degli anni Sessanta, mi rivedo bruciare la bandiera spagnola alla notizia del garrotamento dell’anarchico Puig Antich. Mi rivedo sbagliare corteo, finire tra gli stalinisti della Statale che inalberano minacciosi spranghe e chiavi inglesi. Mi rivedo risparmiare sulla paghetta di papà per comprare la divisa eskimo, casco e occhiali da motociclista del rivoluzionario. Tutto simile. Certo, dal rosso marx-lenista occidentale, al nero Corano orientale ci passa un mare. D’altra parte, il meccanismo implacabile dell’ideologia che mangia i cervelli e inventa il terrorismo «come doppio lavoro di chi si è rotto le balle» (Metropoli, bimestrale dell’Autonomia, numero 1, 1980, chiedere a Toni Negri e Lanfranco Pace) è identico (chiedere a Hannah Arendt). Non a caso oggi si parla (a ragione) di nazi-islamismo o islamofascismo.

D’altra parte: non potendo essere afferrati dalle antiche ideologie nostrane, annoiati dal nichilismo giulivo occidentale, cos’è il fenomeno dei giovani europei diventati foreign fighters? Lo ha raccontato a Tagadà di Tiziana Panella l’inviato del Tg1 rimasto per 11 giorni prigioniero di un centinaio di giovani dell’Isis, tutti di provenienza occidentale. L’islamismo è l’altra faccia del nichilismo dolce. C’è poco da esultare per il trionfo secolarista. Guardarsi intorno per registrare bruttezza e violenza sterminata. Siamo nel mondo degli hooligans. Hooligans allo stadio. Hooligans all’happy hour. Hooligans nelle scuole (lo chiamano bullismo). E hooligans, appunto, nei quartieri controllati dalle gang islamiste. Mai successe queste cose? È vero il contrario. Nei suoi Scritti corsari, il secolarismo montante in nichilismo lo aveva già intravisto Pasolini. Questi ragazzi, diceva dei giovani di allora, gareggiano nel rendersi brutti, ferirsi, buttarsi via. E quando ti vengono incontro, «il loro ghigno può precedere un abbraccio o una coltellata».

Dove sarei ora?
Mi rivedo. E mi richiedo: ma dove sarei andato a finire se non avessi incontrato lui, don Giorgio e la compagnia dei ragazzi legati dalla proposta di farsi discepoli di Cristo nelle scuole annegate dalla rivoluzione di Marx? Settimana scorsa sono sceso a Colli a Volturno. Un paesino di mille anime sperso nel Sannio, su invito di una quarantenne dirigente scolastica. La scusa era la storia dei “diritti”. In quattro e quattr’otto, abbiamo familiarizzato e molti adulti in platea hanno preso parola per dire la loro. Non come opinione, ma come esperienza. Un ingegnere si alza e dice: «Qualsiasi funzionario dello Stato può farti male quando vuole, perché lui sa che è un intoccabile. Però, come sarebbe giusto recuperare un senso di comunità, un senso del destino comune: questo sarebbe un cambiamento. Ecco, quello che ci ha detto lei questa sera non è da giornalista, è da educatore. Ed è di educatori che noi abbiamo bisogno». E così, rimettendomi per strada, rimettendomi su un treno delle 3.38 del mattino sulla tratta pendolare Cassino-Roma, mi rivedo come ero ieri e come sono adesso. Abbiamo bisogno di tutto. È così. Ma specialmente di sentire il problema umano. Il mio, quello dei nostri ragazzi, quello di Muhammad.

Foto Ansa


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3 Commenti

  1. Aragorn scrive:

    Ti sono amico e fratello in ciò che hai vissuto e vivi-anche se fisicamente,per ora, non ti ho incontrato-.
    Anch’io ,nel piccolo della mia provincia,per rabbia di non essere un “paesano” o dovuto farmi largo con le mani tra le bande del paese e i problemi di mia madre e padre di dieci figli. Cercavo il Senso alla mia vita da
    strada; e credo che le preghiere della zia di ma madre ,suora e educatrice, abbiano fatto il resto.
    Volevo “contare” nel paese degli anni 60/70 ; di getto milito nella Giovane Italia perchè papà era un fascista.
    Giocavo e rompevo le…scatole in oratorio, con le immancabili risse. Un giorno mi parlo un diacono di come
    è Cristo e non l’ideologia- a mè che ero un incosciente ignorante come a scuola- il senso della vita .
    Me lo ritrovai prete del movimento, grazie all’inquietudine religiosa di un’amico di OrdineNuovo, orfano da
    tempo del padre e morto dopo che non lo seguito ad uscire dal movimento per un male che volutamente non
    ha voluto curare bene. Chissà perchè…. Oggi posso dire” si vive con Un Senso,con Cristo”. Altro che Vasco Rossi o altri che vendono fantasmi per ingannarti- oggi l’ho posso dire- ideologicamente o edonisti-
    camente. Grazie Luigi; buon lavoro e scusami sè a volte sono ripetitivo sul sito.

  2. Sebastiano scrive:

    Stupendo.

  3. Menelik scrive:

    Mi hai fatto venire in mente il titolo di una raccolta dei Perigeo, di tanti anni fa:
    Abbiamo tutti un blues da piangere.

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