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Referendum, Scozia: conviene staccarsi da Londra per finire sotto Berlino?

gennaio 18, 2012 Daniele Ciacci

David Cameron ha annunciato un referendum per decidere la secessione della Scozia dal Regno Unito. Molti scozzesi però temono di dovere adottare l’euro e di finire sotto il regime tedesco. Gli inglesi, invece, hanno paura di perdere il petrolio che si trova nei mari del Nord. Edimburgo vuole anche posticipare la data perché oggi il partito della separazione perderebbe

«I nostri nemici possono toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà»: questa la conclusione della famosa arringa di William Wallace, che nel film Braveheart di Mel Gibson guida un esercito di scozzesi verso la vittoria della battaglia di Stirling Bridge. Ma l’entusiasmo dei guerrieri in kilt è molto diverso da quello che accompagna la situazione scozzese odierna. Nonostante David Cameron abbia annunciato che si farà un referendum per la secessione della Scozia dal Regno Unito, molti dubbi aleggiano nella mente dei cugini delle Highlands, che non sono per niente convinti della separazione.

Ci pensa però Alex Salmond, leader dello Scottish National Party e primo ministro del governo autonomo scozzese, a tenere alto il morale. Riferendosi al petrolio, annuncia: «Ce ne andremo con i nove decimi delle riserve del Regno». La maggior parte del greggio del Regno Unito viene estratto dalle falde nel mare del Nord. Da sempre l’Inghilterra investe fondi ingenti per l’estrazione del petrolio ma, ad oggi, le riserve soddisferebbero il fabbisogno energetico britannico solo fino al 2014. La Corona inglese ha dunque ancora molto bisogno della Scozia. A Downing Street la possibilità di non rifornirsi dell’oro nero scozzese preoccupa i membri del Parlamento, che vedono innalzarsi il vallo d’Adriano come frontiera insormontabile per il petrolio.

D’altra parte, la divisione storica risulterebbe rischiosa anche per i figli di Madre Scozia. George Osborne, ministro dell’Economia inglese, minaccia Edimburgo: «In caso di secessione, dovrete adottare l’euro». Questo spauracchio pesa nell’immaginario collettivo, nonostante Salmond abbia già aperto alla possibilità di mantenersi sotto la sterlina, trovando d’accordo anche il segretario di Stato Michael Moore. Soluzione non condivisa da tutto il Parlamento scozzese, aperto solo nel 2007. Si è visto, in Europa, a che cosa ha portato un’unione monetaria senza una sovranità fiscale. Sulla Scozia, d’altra parte, pesa un debito pubblico superiore agli 80 miliardi di sterline: l’entrata nell’Eurozona segnerebbe il suo accostamento alla situazione greca, italiana, portoghese e irlandese. Insomma, scappare da Londra per finire sotto Berlino. Ne vale la pena?

Intanto, David Cameron e Alex Salmond giocano a tira-e-molla sulla data del referendum. Mentre il primo ministro inglese vuole che si voti entro 18 mesi, sapendo che oggi i sondaggi danno la vittoria dei secessionisti al 32%, il leader del Snp vorrebbe ritardarlo al 2014, sperando su un’ondata emotiva. Correrebbe, infatti, il settimo centenario dalla battaglia di Bannockburn, decisiva per la vittoria nella prima guerra d’indipendenza. Robert Bruce, re di Scozia, fronteggiò l’esercito inglese ricco di cavalieri e di arcieri, circa tre volte superiori ai picchieri scozzesi. Una delle gesta più eroiche che costella la storia della regione. Quella che, per intenderci, viene narrata a conclusione di Braveheart, dopo la morte di William Wallace: «Nell’anno del Signore 1314, patrioti scozzesi affamati e soverchiati nel numero sfidarono il campo di Bannockburn. Si batterono come poeti guerrieri. Si batterono come scozzesi. E si guadagnarono la libertà». Vedremo se sarà così.

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