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“Preghiamo per l’Italia in pericolo”. Cosa disse don Giussani nel 1996

novembre 2, 2011 Luigi Amicone

Ripubblichiamo un’intervista al fondatore di Comunione e Liberazione apparsa quindici anni fa sulla Stampa. Rispondendo alle domande di Pierluigi Battista, il sacerdote tracciava un ritratto della società e della politica italiana che riteniamo fondamentale per comprendere anche l’attuale difficile passaggio del nostro paese.

Esattamente quindici anni fa, in un’intervista a Pierluigi Battista, allora inviato per la Stampa di Torino e oggi autorevole editorialista al Corriere della Sera di Milano, il fondatore di Comunione e Liberazione, monsignor Luigi Giussani, rispondeva alla domanda clou sulle prospettive aperte dalla cosiddetta “rivoluzione” di Mani Pulite, con un «la situazione è grave per lo smarrimento totale di un punto di riferimento naturale oggettivo per la coscienza del popolo, per cui il popolo stesso venga spinto a ricercare le cause reali del malessere e a salvarsi così dagli idoli. Questo smarrimento comporta una inevitabile, se non progettata, distruzione dello stato di benessere, che risulta così totalmente minato nella tranquillità del suo farsi. Perché riprendere, bisogna pur riprendere!».
Venerdi 4 novembre, quindici anni dopo queste parole di don Giussani, Cl ha organizzato una manifestazione in cui l’attuale Presidente della Fraternità ciellina, don Julian Carron, e i professori di economia Giulio Sapelli e Luigi Campiglio, illustreranno il giudizio sulla crisi italiana esposto in un volantino-manifesto (qui allegato) dello stesso movimento. Documento in cui non si fa alcun cenno sul ruolo che ha avuto (e ha) un certo modo di praticare la giustizia e del sistema di informazione ad esso collegato nella crisi che da oltre tre lustri insiste sull’Italia e che ha raggiunto il suo acme nel baillamme finanziario di questi giorni. Forse, però, può avere una qualche utilità riprendere contenuti – su ciò che qualifica una presenza cattolica in politica piuttosto che la vera “questione morale” di una società come quella italiana – espressi con tanta chiarezza, profondità e libertà laica dal Luigi Giussani di quindici anni fa.

Preghiamo per l’Italia in pericolo
intervista a don Luigi Giussani di Pierluigi Battista

Un valore che ha un suo fondamento filologico ed etimologico. E perciò le parole sulla politica del fondatore di un movimento ecclesiale che con la politica italiana della Prima Repubblica, a cominciare dall’ormai sciolto braccio «secolare» del Movimento Popolare, ha avuto rapporti intensi e tumultuosi, sono parole calibrate e meditate. La parola «integralista», comunemente applicata dai giornali a un movimento che ha pure suscitato avversioni furibonde come Cl, fa per esempio sorridere don Giussani («sono costretti a dire balle», si lascia sfuggire in un impeto di buon umore). La parola «avvenimento» è invece cruciale per un uomo di 72 anni il quale, sin da quando insegnava agli studenti del Liceo Classico Berchet di Milano, ha fatto dell’«avvenimento» centrale del «Fatto cristiano» l’orizzonte di una più che quarantennale esperienza culturale. Parole. E giudizi che entrano nel vivo delle questioni politiche (e anche «giudiziarie») dell’Italia.

Lei ritiene che sia un bene la fine dell’unità politica dei cattolici?
Non so se è un bene. È un fatto, perfettamente previsto dall’autorità della Chiesa e prevedibile nel fatto di libertà della coscienza cristiana. Anche se, là dove l’unità che i cattolici hanno come oggetto di fede – membra di un solo Corpo per la comunione battesimale – quando si realizzasse anche a un livello socio-politico, sarebbe sempre per la società umana, qualunque posizione uno avesse, un esempio confortante. Unità in funzione della Chiesa e non di un partito politico o di uno schieramento. Lo ha ribadito il Papa a Palermo e al Te Deum del 31 dicembre.

Ma lei si sente più garantito da un «cristiano» al governo?
No. Il problema è la sincera dedizione al bene comune e una competenza reale e adeguata. Ci può essere un cristiano ingolfato nei problemi ecclesiastici la cui onestà naturale e la cui competenza possono lasciare dubbi. Preferisco che non sia così. Come, secondo me, non è così per De Gasperi, La Pira, Moro e Andreotti.

Lei usa frequentemente termini come «umanità» e «giustizia». Perché, le pare forse che stiamo procedendo verso un mondo più umano e più giusto?
Il nostro punto di vista è di offrire il metodo per la risposta. Ma nessun metodo può affrontare le due parole – umanità e giustizia – con significativa approssimazione di verità. Per incominciare a comprendere parole che sovranamente sono indice di quel che c’è di più dignitoso nell’esperienza della natura a livello dell’io e quindi della società, occorre partecipare a un avvenimento. In tale avvenimento il significato di queste parole si gioca in modo drammaticamente scoperto, con un brivido di solitudine e dentro un orizzonte sempre inadeguato. Tutto calcolato, manca sempre qualcosa di definitivamente illuminante ed importante: manca sempre un di più per cui più si ricordano le esigenze sintetizzanti queste parole, più l’avvenimento da indagare e da ascoltare corrisponde a un “imprevisto” di cui parla Montale. Il contenuto dell’avvenimento è un incontro – nel senso banalmente reale del termine – con una realtà integralmente umana, come si incontra per la strada l’antico maestro che dica frasi buone: frasi buone su umanità e giustizia. Deve accadere quello che il popolo ebraico in tutta la sua storia ha atteso e che solo una esigua minoranza avrebbe riconosciuto quando è accaduto. Ed è per questo che noi viviamo un dolore per il popolo ebraico prima ancora che una forma di gratitudine per quanto è avvenuto.

«Giustizia». In Italia, però, questa parola è quasi diventata sinonimo di «rivoluzione giudiziaria». Quali conseguenze derivano da questa sovrapposizione?
Una parte esigua di tutto il popolo si erige a maestro illuminato e a giudice di tutti. È il concetto caratteristico di qualsiasi tentativo rivoluzionario. Da questa pretesa deriva la sovrapposizione di una “classe” a tutto il popolo, l’esasperazione di un particolare che crea nel popolo l’immagine del magistrato come il “puro” per natura, come accadde tra i maestri catari e albigesi. È la fanatizzazione di un particolare, per cui facilmente si trascurano le leggi che il progresso della civiltà ha pensato proprio per salvare l’azione di questo particolare in rapporto all’utilità del tutto. Ma l’esaltazione di un particolare fa dimenticare le regole; si annullano diritti della persona e quasi ogni sentimento di pietà, assicurando una idolatria agli attori in scena. No. Tutto questo non annulla la necessità di indagare e punire i colpevoli. L’avere assolto, sia pure in modo manomesso, questo compito, è l’apporto di utilità realizzato dagli esponenti di questa “rivoluzione”.

Eppure lei ha lasciato intendere che la «rivoluzione giudiziaria» sia foriera di gravi sciagure. Perché Cl ha invitato a pregare la Madonna di Loreto e i Santi Patroni per la salvezza del nostro Paese?
La situazione è grave per lo smarrimento totale di un punto di riferimento naturale oggettivo per la coscienza del popolo, per cui il popolo stesso venga spinto a ricercare le cause reali del malessere e a salvarsi così dagli idoli.
Questo smarrimento comporta una inevitabile, se non progettata, distruzione dello stato di benessere, che risulta così totalmente minato nella tranquillità del suo farsi. Perché riprendere, bisogna pur riprendere!

Lei ritiene che questo sentimento sia condiviso dai giovani a contatto dei quali lei, sin dai tempi dei «giovani del Berchet», continuamente vive?
I giovani di oggi provengono da una traiettoria storica in cui la cultura è più omologata come rivoluzione che come più approfondito discernimento delle cause delle cose. Perciò si trovano più deboli di fronte allo scenario degli avvenimenti: sono più umanamente insicuri. Il bisogno della verità risulta invece fugacemente acuito. Come le masse dei bambini bosniaci e jugoslavi in ricerca della dimora. E i giovani di oggi non sanno che cosa sia la verità, perché nessuno glielo dice e nessuno li coinvolge in un cammino positivamente finalizzato. Il ritirato credito alla educazione per cui scetticismo, ironia negativa e non sufficiente fiducia rendono «polvere al vento», come dice il salmo 1, l’attività più appassionatamente umana che si possa concepire, cioè l’educazione.

A proposito di educazione, che influenza ha avuto sulla sua formazione il rapporto con un padre fervente socialista?
Quando uno ha un padre che chiede al figlio che è in vacanza dalla dura routine del Seminario: «Ti sei dato le ragioni di tutto quello che cerchi di definire e che fai?», continuamente traendo dalla sua appassionata, giovanile ma accanita discepolanza all'”umanità nuova” dei Turati e delle Kuliscioff un accento di umanità commovente e – sembrava – più persuasiva di quella tradizionale, allora la partecipazione ad una proposta nuova che tutto cercava di sommuovere, rendeva più figlio chi lo ascoltava e grato per un’educazione per cui le implicazioni della vita fiorivano. Per questo per noi l’educazione è introduzione continua alla scoperta di un significato del reale. Cioè della verità.

Lei ha sempre incoraggiato chi vuole esprimere il proprio impegno politico. Oggi quali sono gli errori che suggerirebbe di non commettere?
Qualsiasi lesione programmata o permessa alla libertà della persona oppure il tollerare qualsiasi limite posto alla creatività del singolo o del singolo gruppo o unità di popolo. Il limite inerente a questo è la consapevole e responsabile accettazione del condizionamento in cui storicamente la libertà del singolo è posta dalla libertà degli altri. La libertà tradizionalmente intesa è condizionata dalla categoria del possibile in cui confluisce l’attenzione alle scelte altrui. Questo implica l’etica della democrazia.

Lei, quando pensa alla politica, insiste sull’idea di popolo. Perché, cos’è il «popolo» per lei?
Un popolo nasce da un avvenimento, si costituisce come realtà che vuole affermarsi in difesa della sua tipica vita contro chi la minaccia. Immaginiamo due famiglie su palafitte in mezzo a un fiume che si ingrossa. L’unità di queste due famiglie, e poi di cinque, di dieci famiglie, man mano che si ingrossa la generazione, è una lotta per la sopravvivenza e, ultimamente, una lotta per affermare la vita. Senza volerlo, affermano un ideale che è la vita. Così la gente che dice di riferirsi a un popolo reputa inesorabilmente positiva la vita. Per la conoscenza razionalmente impegnata che ho della vita del singolo e della società, queste condizioni dell’idea di popolo toccano il vertice di concezione e di attuazione nell’annuncio del Fatto cristiano, nel quale per noi si compie quello che ha qualificato in tutta la sua storia il grande ethos del popolo ebraico e la sua tensione a cambiare la Terra. Il rabbino capo di Roma Toaff nel suo ultimo libro dice che i cristiani vogliono portare l’uomo in Cielo, gli ebrei vogliono portare Dio in Terra. Ma proprio per questo li sentiamo fratelli. Mi permetto di dire così, perché è lo stesso termine che ha usato Paul Elkann in un suo biglietto di ringraziamento per un telegramma di condoglianze da noi fatte al Premier israeliano per l’uccisione di Rabin.

Con la fine del comunismo, la Chiesa ha accentuato le sue critiche al modello «edonista» e «materialista» dell’Occidente. Ma l’anticomunismo, la critica del totalitarismo politico, non è stato forse uno dei cavalli di battaglia di Cl?
Il totalitarismo politico può assumere tante formule: anche quella di certa democrazia liberale o del capitalismo senza regole o dell’intransigenza rivoluzionaria, a stento camuffata di ogni tipo di manipolazione arbitraria della parola popolo, ciò che certo sindacalismo fa. In ogni caso il totalitarismo politico deve essere colto nella sua derivazione da un dogmatismo culturale.

Il nostro continua a definirsi un “Paese cristiano”. Cl insiste nell’affermare che in Italia i cattolici siano una “minoranza”?
Cattolici veri, reali, autentici sono esigua minoranza. Parlo di quelli che pongono l’essenziale contributo della Tradizione a principio sintetico della vita e dei rapporti sociali, soprattutto nell’identificare lo scopo ultimo di tutta la storia (che viene prima dell’Apocalisse) nella costruzione nella storia stessa della gloria umana di Cristo attraverso non egemonie ricercate ad ogni costo, ma la potenza enigmatica di Dio. Il problema è di chi guida. Però una esposizione limpida della Tradizione trova l’opposizione sistematica del mondo culturale e del potere.

Ma non crede che le recenti disavventure elettorali in Polonia e in Irlanda nascano dalla percezione che le Chiese di quei due Paesi si fossero trasformate in instrumentum regni?
Non credo. Nel suo contenuto originale di proposta la Chiesa non subisce mai sconfitte. Infatti essa è il luogo di un Avvenimento di salvezza che nessun potere umano potrà eliminare o alterare sostanzialmente. Eliot chiama la Chiesa «la Straniera», proprio per la sua irriducibilità agli schemi del mondo. Certo, la Chiesa può essere castigata e colpita. Ma la sua forza, diversamente da ogni ideologia o utopia, è che è un dato incancellabile che porta la pretesa di incidere nella Storia. Forse ciò che sta accadendo richiama i cristiani alla necessità di essere fedeli alla natura autentica della Chiesa. Questo, d’altra parte, è ciò che appassiona e che dovrebbe entusiasmare ogni cristiano autentico: in tutto quello che si fa, servire la Chiesa di questo Papa, e basta. No, non basta. C’è una cosa da esigere dal politico che sia rimasto onesto: la libertà di espressione e quindi di educazione per una coscienza religiosa di un singolo o di un popolo. Dal primo anno in cui ho insegnato religione al Liceo Berchet, ho chiesto ai giovani: «Fateci andare nudi per le strade, ma siete obbligati a lasciarci liberi di esprimere e realizzare la nostra fede. Diversamente sareste semplicemente contro la civiltà».
(La Stampa, 4 gennaio 1996)

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