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Perché sto con Parisi. Intervista ad Alberto Bombassei

giugno 4, 2016 Daniele Guarneri

Dal referendum costituzionale alle riforme utili al paese per proseguire nella (mini) ripresa. Il patron della Brembo promuove il governo. E pure il candidato del centrodestra a Milano

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

La campagna per promuovere il referendum costituzionale del prossimo ottobre è partita ufficialmente da Bergamo e il primo pit stop di Matteo Renzi per lanciare la mobilitazione si è svolto lo scorso 22 maggio alla Brembo al parco tecnologico Kilometro Rosso, sede dell’azienda italiana leader mondiale nel settore dei sistemi frenanti. «C’è una Italia pronta a voler cambiare e per farlo #BastaunSì», ha detto il segretario del Partito democratico, accolto da Alberto Bombassei, 75 anni, patron della Brembo e deputato di Scelta Civica. «Sono d’accordo con Renzi e condivido tempi e modi della nostra riforma costituzionale», dice Bombassei a Tempi. «È importante che quanti oggi sono incerti davanti a questa riforma, per timore che vengano negati o annacquati i princìpi costituzionali, abbiano piena consapevolezza che andrà a incidere solo sulla seconda parte della Carta, quella relativa all’ordinamento della Repubblica. Punterà a ridurre i parlamentari, a eliminare il bicameralismo perfetto, facendo sì che si velocizzi il processo legislativo. Oggi più che in passato la necessità di accorciare i tempi dell’entrata in vigore delle nuove leggi è forte ed evidente. Non possiamo più permetterci, sempre nel rispetto di rigorose garanzie democratiche, che leggi utili al paese diventino oggetto di veti incomprensibili che spesso non hanno nessun legame con il merito dello specifico provvedimento».

Presidente, questa riforma riporta molte deleghe oggi di competenza regionale in capo allo Stato. Non le sembra un passo indietro rispetto ai concetti di sussidiarietà e federalismo? Certo in questo modo si potranno eliminare tutte le inefficienze, anche economiche, che si sono originate in particolare in alcune Regioni, ma così si penalizzano anche quelle che hanno amministrato in maniera virtuosa.

Mi lasci dire che la riforma del Titolo V del 2001 è nata con le migliori intenzioni, ma Regioni ed enti locali spesso non hanno saputo fare tesoro del principio di sussidiarietà che vi veniva espresso, inceppando non di rado l’efficienza, già zoppicante, della macchina statale. Io sono vicino a molte istanze che hanno ispirato la riforma della Costituzione in chiave federalista, ma va riconosciuto che non si è rivelata un successo a livello di efficienza. La nuova riforma restituisce al potere centrale alcune materie su cui è legittimo che non ci siano rischi di sottostare a un potere di veto delle amministrazioni locali. Credo sia un punto controverso e che ha creato numerosi conflitti e danni (anche economici) a tutto il paese. Non è detto, comunque, che questa riforma non abbia bisogno di qualche correzione. Io non apprezzo chi sostiene che la più bella Costituzione del mondo non può essere toccata, ma allo stesso tempo credo che se gli effetti non saranno come quelli sperati, sarà legittimo pensare a qualche limatura della riforma.

Lei ha più volte riconosciuto al governo Renzi la forza del cambiamento, giudicando positivamente il suo operato. Tuttavia alcuni dati, ad esempio quelli di produttività e occupazione, non possono certo essere letti con grande entusiasmo. Le tasse non sono state diminuite in modo apprezzabile, un po’ meglio si è fatto sul versante delle imposizioni e tasse su salari e profitti. Ma può bastare?
Certo che non può bastare, ma sarebbe impensabile effettuare un taglio netto dell’imposizione fiscale senza valutare con attenzione le conseguenze. Intanto abbiamo visto come la decontribuzione abbia influito positivamente sul mercato del lavoro: abbiamo ancora un tasso di disoccupazione molto elevato, ma l’Istat prevede che si attesterà sull’11,3 per cento, un dato migliore rispetto ai tempi recenti e che è stato raggiunto solo grazie alle riforme attuate da questo governo. Ma anche misure inserite nella legge di stabilità 2016 come la Sabatini bis (finanziamenti agevolati per le Pmi, ndr) o il super ammortamento hanno avuto dei risultati apprezzabili. L’unica possibilità è quella di continuare su questa strada, stimolando produttività, spesa interna e investimenti. Tutto sperando che una vera e seria politica di taglio dei costi venga davvero oltre che annunciata anche realizzata.

Il premier insiste nel dire che l’Italia è ripartita, ma i numeri sembrerebbero non confermarlo, almeno non in modo così entusiasmante come lo sbandiera Renzi. Il Pil 2015 ha registrato un +0,8 per cento contro una media dell’Eurozona del 2,2 per cento. Da imprenditore di successo, cosa serve all’Italia per ripartire davvero?
Ritengo che l’Italia sia davvero davanti a una lieve ripresa. La crescita del Pil del 2015, è vero, non ha soddisfatto le attese, ma allo stesso tempo l’Istat ha diffuso un dato, seppur basso, l’1,1 per cento, comunque positivo per quest’anno. È un dato in chiaroscuro che provo a commentare da uomo d’impresa, che vive nel mercato. È vero che la ripresa si avvantaggia di una congiuntura positiva e probabilmente irripetibile: la spinta della Bce e il basso prezzo del petrolio le danno una grossa mano. Ma il quadro è molto più complesso: la crisi dei migranti, i venti di guerra, le tendenze antieuropeiste, sono tutti fattori che condizionano e condizioneranno i mercati in direzioni spesso imprevedibili. La realtà è di difficile lettura perché sono troppe le forze in grado di spostare lo scenario economico. La mia sensazione, però, è che nel paese si stia affermando, nel mondo produttivo e nella stessa politica, la convinzione della necessità di cambiare passo e di impegnarsi tutti insieme per superare i limiti storici e strutturali di cui soffre il nostro paese. Nel mondo delle imprese si sta affermando la volontà di far crescere le dimensioni medie delle nostre aziende, male endemico del nostro sistema industriale. Sul fronte politico la sensibilità nei confronti delle imprese è cresciuta e molte delle recenti riforme lo dimostrano.

Quindi è soddisfatto della nomina di Carlo Calenda a ministro dello Sviluppo economico? Alla sua prima uscita pubblica all’assemblea di Confindustria, il neo ministro ha annunciato un piano industriale per l’Italia, addirittura «prima dell’estate».
Credo che l’elezione di Carlo Calenda al Mise, soprattutto per noi imprenditori, sia una notizia molto positiva. Calenda conosce bene il quadro internazionale, conosce i tavoli di crisi che ha seguito già come viceministro e conosce l’urgenza di far partire quanto prima il Piano Manifattura 4.0. Per ripartire l’Italia ha bisogno di una regia politica esperta e consapevole del quadro interno ma anche del contesto generale. Gli investimenti saranno fondamentali. Le risorse di bilancio, seppur scarse, che saranno utilizzabili con il recente ok di Bruxelles alla flessibilità, dovranno essere impiegate per stimolare gli investimenti pubblici e agevolare quelli privati. Solo con la spinta alla produttività potremo rimetterci in carreggiata.

Le amministrative di maggio potrebbero dare già un segnale a Renzi di come tira il vento in vista del referendum. Crede che il centrodestra di Milano “rinato” sotto la candidatura di Stefano Parisi, possa essere un modello per la nazione?
Credo che queste voci danneggino Parisi. Lui ha promesso che ha intenzione di impegnarsi ad amministrare in modo efficiente il comune di Milano. Mi sembra già molto: Milano è il vero motore del paese, soprattutto in chiave economica. Credo che Parisi abbia le qualità per svolgere questo compito, credo che possa convincere i milanesi che è in grado di farlo, ma non in conflitto con il potere governativo. Parisi stesso ha confermato che i sindaci non sono pro o contro il potere centrale ma hanno il dovere di collaborare con questo. Il governo, inoltre, ha promosso iniziative importanti anche in chiave economica e sono certo che se sarà Parisi ad amministrare la capitale morale d’Italia nei prossimi cinque anni, saprà avviare un discorso costruttivo con qualsiasi rappresentante del governo centrale. È un uomo esperto e dialogante, anche se fermo e determinato.

Prima della nomina di Parisi a candidato sindaco di Milano, il Pd credeva di poter vincere tranquillamente. Lei conosce bene l’ex manager di Fastweb, quali sono i punti di forza che gli permetteranno di gestire la sua coalizione?
Sono bergamasco, non vivo i problemi di Milano e comunque non voterò nel capoluogo lombardo. Però conosco Parisi da tempo, ho apprezzato il suo impegno in Confindustria digitale, so come sia stato un ottimo manager in Fastweb. Dal punto di vista personale ne apprezzo l’onestà e la qualità del pensiero. Oggi è anche un imprenditore, ma conosce bene la macchina amministrativa del Comune. Mi sembra stia anche dimostrando di avere una personalità capace di mediare di fronte agli estremismi che emergono, inevitabilmente, sia nel suo sia nello schieramento opposto. Ha ragione Parisi quando dice che la Lega rappresenta problemi che molti milanesi sentono e a cui vanno date risposte. Io sono convintamente europeista come lo è Parisi, ma per amministrare una città non credo che questa divergenza sostanziale con le posizioni della Lega possa essere un limite insormontabile a una buona gestione della città. Bisogna proporre soluzioni per il futuro della città, immaginarne il ruolo futuro ma con pragmatismo e capacità. E Stefano è in grado di farlo.

Si dice che Parisi sia molto simile a Beppe Sala, candidato Pd. È d’accordo?
Qualcuno ironizzando sul profilo dei candidati di altre grandi città ha suggerito di mandare chi perderà a Milano ad amministrare Roma o Napoli. È ovviamente una battuta, ma segnala la percezione di una qualità elevata dei candidati milanesi. Sono due persone che hanno dimostrato la loro professionalità e il loro valore nella carriera da manager privati ed entrambi hanno anche avuto esperienze – non da politici – nella macchina dell’amministrazione pubblica. Non conosco Sala a sufficienza per giudicarne a fondo le qualità, certo ho apprezzato il lavoro fatto in Expo e raccolgo attestati di stima da più parti. Mi sembra però che rispetto a Parisi soffra di più una coalizione che fa fatica a rappresentare. Mi pare poco a suo agio con la maglietta di Che Guevara. Di Parisi ho apprezzato visioni e sensibilità sociali che sono indispensabili in una città che non solo è tornata a essere l’avamposto anche simbolico del paese, ma è anche una città solidale e attiva nel volontariato. Credo che ci siano anche differenze, ma non vanno ricercate nelle ideologie e nelle etichette che l’uno o l’altro schieramento storicamente rappresentano.

Cosa deve fare la politica per essere un vero anello di congiunzione ed equilibrio degli interessi di tutti i corpi sociali, di tutte le visioni presenti nella società?
La politica deve essere capace di mediare, non imporre. Ascoltare le varie anime della società senza pregiudizi dettati da un’ideologia spesso anacronistica e stantia, e trovare le soluzioni che le competono. Con la mia esperienza in Parlamento ho scoperto che il mestiere del politico non è facile, soprattutto per chi, come me, è abituato a decidere velocemente. In politica occorre avere molta pazienza oltre che lucidità e visione per portare avanti decisioni e obiettivi che, nel lungo periodo, creino benefici a tutta la società. Anche a quanti, nell’immediato, si vedono negare i propri interessi.

Foto Ansa


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