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Per uscire dalla crisi economica, bisogna leggere più Bibbia e meno Paul Krugman

luglio 27, 2015 Giovanna Jacob

L’economia di una paese va bene quando i cittadini si comportano bene. È una verità che il testo sacro dei cristiani insegna meglio di qualunque Nobel keynesiano

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Caro direttore, se la Grecia piange, l’Italia non ride. È dal 2008 che la crisi economica devasta l’Italia ed è dal 2008 che i politici annunciano che la crisi sta finendo. Anche Matteo Renzi non perde occasione di annunciare che la crisi sta finendo e, proprio mentre stai per credergli, scopri che da gennaio a maggio 2015 il debito pubblico è aumentato di 83,3 miliardi di euro.

Che origine ha questa crisi e come se ne esce? A questa domanda, cento economisti danno cento risposte diverse, che rigurgitano di termini tecnici, percentuali, equazioni, linee che danzano fra ascisse e ordinate. Non potendo capire risposte tanto complicate, pensiamo che, se dobbiamo scegliere fra cento economisti, ci conviene scegliere quelli più rinomati. “Se un economista ha vinto il premio Nobel e scrive sul New York Times”, pensiamo noi, “deve per forza avere ragione”. E infatti, da alcuni anni a questa parte, ogni frase che Paul Krugman, vincitore del Nobel per l’economia, scrive sul New York Times viene citata da intellettuali e uomini della strada, da politici di destra e politici di sinistra, da neo-comunisti e da neo-fascisti, da atei a da cattolici come se fosse un versetto della Bibbia. Che cosa dice in sostanza Paul Krugman? Dice che la crisi del 2008 è stata provocata dal “liberismo selvaggio” e che per uscire dalla crisi bisogna applicare alla lettera le ricette di John Maynad Keynes. Per completezza d’informazione, ha pure detto che per fare ripartire l’economia ci vorrebbe una bella invasione aliena (l’ha detto, l’ha detto: qui il video).

Per farla breve, oggi la teoria economica di John Maynard Keynes è considerata da tutti come la verità definitiva sull’economia. A chiunque provi a sollevare qualche dubbio, i professori e gli studenti delle facoltà di economia italiane (divenute da tempo campi di rieducazione al pensiero unico keynesiano, che ha preso il posto del pensiero unico marxista) sparano addosso una raffica di termini tecnici, percentuali, equazioni, linee che danzano fra ascisse e ordinate: “Ma che cosa ne vuoi capire? Ma stai zitto, ignorante!”. In sostanza, ci vogliono fare credere che, se non abbiamo una laurea in economia, non possiamo permetterci di criticare una sola parola uscita dalla bocca di uno che auspica la guerra dei mondi. D’altra parte, anche se prendessimo quella laurea e diventassimo perfino economisti, non ci farebbero proferir verbo contro il Verbo keynesiano. Per fare carriera nelle università, vincere il Nobel e scrivere sul New York Times devi dire che per stimolare l’economia bisogna provocare una qualsivoglia guerra non importa contro chi (vanno bene anche gli alieni), o almeno andare in giro a fracassare i vetri delle finestre (famoso suggerimento di Keynes).

Gli economisti fanno di tutto per occultare sotto una spessa coltre di termini tecnici, percentuali, equazioni, linee che danzano fra ascisse e ordinate una verità che dovrebbe essere evidente, almeno ai cristiani: l’andamento dell’economia di una nazione dipende dal comportamento morale della maggior parte dei suoi cittadini. Se la maggior parte si comporta bene, l’economia va bene; se si comporta male, va male. Le virtù producono prosperità, i vizi producono crisi economica (non è mai vero che i vizi privati diventano pubbliche virtù). Dunque per capire come si esce dalla crisi, dobbiamo capire la differenza fra le virtù e i vizi, fra il bene e il male. In una parola, dobbiamo smettere di leggere gli articoli di Krugman come fossero la Bibbia e dobbiamo cominciare a rileggere la vera Bibbia.

A leggerli bene, nel vecchio e il nuovo Testamento troviamo tantissimi insegnamenti morali che sono anche insegnamenti economici. Il primo insegnamento lo troviamo nella Genesi: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (Gen 3,19). E san Paolo aggiunge: «Chi non vuole lavorare neppure mangi» (2 Ts 3,10). Giuseppe d’Egitto insegna che non basta lavorare e consumare il frutto del proprio lavoro: bisogna anche conservarne una parte in previsione dei tempi delle “vacche magre” (Gen 41,1-57). Oltretutto, a consumare subito tutti i beni che si hanno a disposizione, senza risparmiare nulla, si pecca di prodigalità, che è un vizio contrario ed uguale a quello dell’avarizia (cfr. Inferno VII, 16-66). Portando sé stesso alla rovina economica, il prodigo incallito in un certo senso si suicida: per questo Dante mette gli “scialacquatori” di ricchezze accanto ai suicidi, nel secondo girone del settimo cerchio (Inferno, Canto XII, vv. 109-129). In una parabola evangelica, un uomo ricco condanna il suo amministratore perché ha sperperato i suoi beni (Lc 16,1-13).

Ma se non bisogna peccare di prodigalità, non bisogna peccare neppure di avarizia. L’avaro è talmente attaccato ai beni materiali, ha talmente tanta paura di perderli, che li accumula all’infinito, senza mai né donarne agli altri né consumarli lui stesso (insomma, arriva a privare anche sé stesso dei suoi stessi beni). Se dunque non è lecito né sperperare tutti i beni né limitarsi ad accumularli, che cosa bisogna fare? Bisogna usarli per il bene di sé stessi e del prossimo e, se possibile, investirli in maniera produttiva. Nella parabola dei talenti, il servo cattivo nasconde sotto terra l’unico talento che gli è stato dato (in un certo senso è avaro), mentre il servo buono investe i suoi cinque talenti, guadagnandone altri cinque (Mt 25,14-30).

In due occasioni, Gesù parla di debiti e crediti. In una parabola troviamo un re che condona i debiti ai suoi servi (Mt 18,23-35), in un’altra troviamo un creditore che condona i debiti a due debitori (Lc 7,41-47). In maniera più esplicita, nel Padre Nostro il debito non saldato diventa quasi sinonimo di peccato. Se dunque è vero che i creditori possono anche “rimettere” i debiti, non saldare i debiti resta comunque un peccato. L’insegnamento economico che se ne trae è che indebitarsi va bene solo se si ha la certezza di potere restituire i soldi ai creditori. Contrarre più debiti di quanti si prevede di poterne ragionevolmente saldare non è mai lecito dal punto di vista morale.

In una famosa parabola, c’è un ricco (Epulone) che passa la vita a fare baldoria e c’è un povero coperto di piaghe (Lazzaro) che siede tutto il giorno alla sua porta (Lc 16,19-31). Il contrasto fra Epulone, che precipita all’inferno, e Lazzaro, che invece vola in paradiso, fa pensare a molti che la ricchezza in sé porti alla dannazione mentre la povertà in sé porti alla salvezza eterna. In realtà, Epulone va all’inferno non perché è ricco ma perché non usa bene le sue ricchezze: pensa solo a godersele, senza preoccuparsi di aiutare i bisognosi come Lazzaro e senza neppure pensare di investirle produttivamente, come il servo buono. D’altra parte non solo i ricchi ma ognuno è invitato a soccorrere i bisognosi in proporzione alle sue possibilità: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». (Mt 25,31-46).

Da nessuna parte nel Vangelo sta scritto che essere ricchi è una colpa. Gesù non ci parla solo di Epulone che gozzoviglia tutto il giorno e del ricco stolto che accumula beni in terra ma non in cielo (Lc 12,16-21). Ci parla anche di ricchi virtuosi che usano bene le loro ricchezze, creando anche “posti di lavoro”: il proprietario di una vigna, un frantoio e una torre, che assume dei vignaioli e poi manda dei servi a riscuotere (Mt 21,33-44) un padrone di casa che, quando parte per un viaggio, affida a ciascuno dei suoi servi un compito specifico (Mc 13,33-37), un padrone che affida dei soldi ai suoi servi (Mt 25,14-30), un padrone di casa che estrae dal suo tesoro “cose nuove e cose antiche” (Mt 13,51-52), il proprietario di una vigna che assume dei lavoratori (Mt 20,1-16), un padre che chiede ai suoi figli di andare a lavorare nella sua vigna (Mt 21,28-32), un padrone che ordina al servo di prendersi cura degli altri domestici (Mt 24,45-51), un uomo benestante che divide l’eredità fra i due figli (Lc 15,11-32), un uomo ricco che affida la gestione dei suoi beni ad un amministratore (Lc 16,1-13), un re che condona i debiti ai suoi servi (Mt 18,23-35), un creditore che condona i debiti a due debitori (Lc 7,41-47), un re che organizza un ricco banchetto di nozze per il figlio e manda a chiamare molti invitati (Mt 22,1-14).

D’altra parte, Gesù non sembra disprezzare né i beni di lusso né i soldi. Lui stesso si lascia massaggiare i piedi con un unguento molto costoso, scatenando la protesta di Giuda (Lc 7,36-50). Quando accoglie il figliol prodigo, il padre non bada a spese: fa ammazzare il vitello grasso (Lc 15,11-32). Neppure il re bada a spese per le nozze del figlio (Mt 22,1-14). Il regno dei cieli è paragonato al tesoro nascosto in un campo (Mt 13,44) e ad una perla di grande valore (Mt 13,45-46). I soldi sono talmente importanti che in una parabola il buon cristiano è paragonato al servo che ha saputo moltiplicarli (Mt 25,14-30), mentre in un’altra parabola il Padre è paragonato alla donna che si mette a cercare la moneta perduta (Lc 15,8-10).

Infine, i soldi sono talmente importanti che a falsificarli si fa peccato. È poco noto che per san Tommaso d’Aquino falsificare il denaro è peccato più grave che uccidere ed è la forma più grave di frode (ossia tradimento verso chi non si fida). Più grave di questo peccato, c’è solo il tradimento verso chi si fida, che è il peccato di Giuda. Seguendo san Tommaso, Dante Alighieri mette i falsari nella decima e ultima bolgia dell’ottavo cerchio (cfr. Inferno XXX), appena al di sopra del nono ed ultimo cerchio dell’inferno, dove sono puniti i traditori.

Riepilogando, la Bibbia insegna che c’è una relazione di causa-effetto fra lavorare e produrre cibo (Adamo è costretto a lavorare), che bisogna sempre risparmiare (le vacche non sono sempre grasse), che non bisogna mai sperperare le ricchezze (la prodigalità è peccato), che non bisogna limitarsi ad accumulare risparmio (l’avarizia è peccato) ma bisogna investirlo in maniera produttiva (il servo buono investe i talenti), che non è bene contrarre più debiti di quelli che si potranno ragionevolmente ripagare (debito non saldato è quasi sinonimo di peccato), che i ricchi devono aiutare i poveri (Epulone è dannato perché non lo fa), che bisogna usare le ricchezze in funzione del bene proprio e altrui (i ricchi virtuosi delle parabole hanno molti dipendenti), che il denaro è importante (la donna cerca la dramma perduta) e non può essere falsificato (nella Divina Commedia i falsari stanno all’inferno).

Come vedremo adesso, i teorici della socialdemocrazia moderna, in particolare John Maynard Keynes, contraddicono la maggior parte degli insegnamenti economici della Bibbia.

Se Cristo vuole che ogni uomo aiuti in prima persona i bisognosi, invece John Stuart Mill (uno dei padri fondatori della socialdemocrazia moderna) vuole che lo Stato tolga ai “ricchi” per dare ai “poveri”. In sostanza, la socialdemocrazia mette la ridistribuzione delle ricchezze al posto della carità. Fin quando non diventa troppo onerosa per chi paga, tale ridistribuzione all’inizio è comoda anche per lui: lui paga le tasse e in cambio lo Stato lo libera dal fardello della carità: “Ai poveri ci pensi lo Stato”. E lo Stato aiuta i “poveri” dando loro sussidi di ogni genere e posti di lavoro pubblici finanziati con i soldi delle tasse.

Se Giuseppe d’Egitto insegna a risparmiare nei tempi delle “vacche grasse” in previsione dei tempi delle “vacche magre”, invece il massone ateo John Maynard Keynes (perfezionatore della dottrina socialdemocratica) esorta a spendere sempre tutti i soldi che si hanno a disposizione, sia nei tempi delle “vacche grasse” che in quelli delle “vacche magre”. Se dunque per il Catechismo della Chiesa cattolica la mancanza di moderazione nelle spese ossia la prodigalità è un vizio contrario ed uguale a quello della avarizia, invece per Keynes la prodigalità è la somma virtù sociale. L’idea di Keynes è che per stimolare la produzione industriale (ossia aumentare il “prodotto interno lordo”) specialmente in tempi di crisi sia necessario aumentare i consumi e scoraggiare il risparmio. Sia dunque chiaro che è Keynes, non i “liberisti selvaggi”, a incoraggiare il consumismo di massa.

Per impedire ai cittadini produttivi di risparmiare, lo Stato keynesiano toglie loro i soldi con le tasse e li dà ai dipendenti pubblici. Per aumentare i consumi, lo Stato keynesiano aumenta costantemente il numero dei dipendenti pubblici. Dal punto di vista di Keynes non fa differenza se un dipendente pubblico costruisce utilissime infrastrutture oppure se timbra e sposta carte in un ufficio pubblico (che è un po’ come scavare buche e poi ricoprirle): l’importante è che riceva uno stipendio e che corra subito a spenderlo eccetera. Quindi, di fatto, la “teoria generale” di Keynes incoraggia i politici ad aprire cantieri inutili in cui si costruiscono infrastrutture inutili (che quasi mai vengono completate), a moltiplicare gli uffici inutili e gli enti inutili e infine a finanziare illimitatamente “servizi” pubblici inefficienti e corrotti, sempre e sistematicamente in deficit (vedi le aziende di trasporto pubblico).

In conclusione, ecco in che maniera coloro che lavorano nei cantieri inutili, negli uffici inutili, negli enti inutili e nelle inefficienti aziende pubbliche stimolano l’economia: comprano i prodotti delle imprese private con i soldi delle tasse, che sono pagate dalle imprese private stesse… Come se un bandito entrasse in un negozio e dicesse al negoziante: “Dammi i soldi della cassa, così con i soldi della cassa ci compro le tue merci”. Se dunque per il comune buon senso comprare i beni prodotti da qualcuno con i soldi di quel qualcuno non è tanto diverso dal derubarlo, invece per Keynes significa aiutarlo a fare affari.

Dunque lo Stato socialdemocratico-keynesiano paga i dipendenti pubblici, che non producono ricchezze, con i soldi delle tasse pagate dai produttori di ricchezze. E quando i soldi delle tasse non bastano più, lo Stato si indebita senza porsi nessun limite di indebitamento. Se dunque per il Vangelo contrarre più debiti di quanti se ne possano ripagare è peccato, invece per Keynes lo Stato che si indebita senza limiti è uno Stato virtuoso. Per ripagare i creditori, lo Stato stampa i soldi dal nulla tramite la banca centrale. Secondo la logica elementare, quando la banca centrale stampa denaro dal nulla non fa qualcosa di sostanzialmente diverso da quello che fa un falsario nella sua cantina. Se dunque dal punto di vista cristiano falsificare il denaro è un peccato gravissimo, invece dal punto di vista di Keynes falsificare il denaro è giusto se lo fa lo Stato.

Dunque la “teoria generale” di Keynes contraddice apertamente i principali insegnamenti economici della Bibbia ossia non è propriamente “morale”. I cristiani potrebbero essere tentati di pensare che si possa pure accettare una teoria poco morale, se questa teoria porta dei benefici pratici: “Che importa se è immorale? L’importante è che funzioni”. In realtà, anche se “funzionasse”, andrebbe rifiutata per il solo fatto che è immorale. Ma il fatto è che non funziona proprio. Se non rispetta la legge divina e naturale, una qualunque teoria non può funzionare per definizione.

“Ridistribuire le ricchezze” in teoria significa togliere ai “ricchi” per dare ai “poveri”, in realtà significa togliere a chi lavora tramite le tasse per dare a chi non lavora tramite la spesa pubblica. In altri termini significa trasformare chi lavora e produce ricchezze in uno sfruttato e il presunto povero in uno sfruttatore. In Italia i presunti poveri ottengono con facilità posti di lavoro pubblici, dove possono oziare tutto il giorno senza essere licenziati. Nelle nazioni di più antica e consolidata socialdemocrazia (Gran Bretagna, Francia, paesi scandinavi) i presunti poveri abitano gratis nelle case popolari e campano di sussidi di disoccupazione. L’immensa quantità di tempo libero che hanno a disposizione la usano per darsi alla piccola criminalità e per mettere a ferro e fuoco le periferie a scadenze regolari.

Dal momento che chi lavora e produce deve mantenere chi non lavora e non produce nulla, alla fine è più conveniente non lavorare e non produrre nulla ossia cercare di farsi passare per “poveri”. E infatti nelle nazioni di antica e consolidata socialdemocrazia il numero dei poveri-parassiti (ossia beneficiari si sussidi e posti di lavoro pubblici) aumenta costantemente mentre il numero dei produttori di ricchezze diminuisce costantemente. Di conseguenza le tasse aumentano, di conseguenza il numero dei produttori di ricchezze diminuisce ulteriormente… allora lo Stato comincia a contrarre debiti.

I keynesiani rimpiangono il tempo in cui la banca centrale ripagava i debiti dello Stato stampando denaro dal nulla. In realtà non c’è tanto da rimpiangere. Ogni peccato ha sempre per definizione conseguenze negative. Nello specifico, falsificare il denaro (peccato appena meno grave del tradimento) crea due mostri che negli anni Settanta le nazioni avanzate hanno imparato a temere: l’inflazione e la stagflazione. Quando crea inflazione, lo Stato deruba il cittadino virtuoso: i suoi sudati risparmi, messi insieme con grandi sacrifici, valgono improvvisamente di meno. Oggi lo Stato non controlla più la banca centrale. Non potendo più stampare denaro dal nulla a sua discrezione, lo Stato cerca di ripagare i debiti contraendo altri debiti, per ripagare i quali contrarrà ancora altri debiti eccetera. Il debito pubblico complessivo continua a crescere in tutti i paesi occidentali. In Italia da gennaio a maggio 2015 è cresciuto del 3,9 per cento. Nessuno si illuda che si possa andare avanti all’infinito ad indebitarsi impunemente: il problema del debito pubblico è che, prima o poi, bisogna pagarlo tutto, fino all’ultimo centesimo. E allora è Grecia.

In teoria (la teoria keynesiana) tutta questa spesa pubblica improduttiva finanziata con tasse e debito dovrebbe fare aumentare il consumo di beni e con esso la produzione di beni, in altri termini dovrebbe fare crescere l’economia. In realtà la spesa pubblica non ha mai fatto crescere nessuna economia. Ci viene accuratamente nascosto che il New Deal non ha posto fine alla Grande depressione iniziata nel 1929 ma piuttosto l’ha prolungata fino a 1945. Lo confessò nel 1939 il ministro del tesoro americano: «We have tried spending money. We are spending more than we have ever spent before and it does not work. And I have just one interest, and if I am wrong… somebody else can have my job. I want to see this country prosperous. I want to see people get a job. I want to see people get enough to eat. We have never made good on our promises… I say after eight years of this administration we have just as much unemployment as when we started… And an enormous debt to boot!» (Secretary of the Treasury, Henry Morgenthau, 1939). D’altra parte, se fosse vero che la spesa pubblica fa crescere l’economia, la Grecia a quest’ora dovrebbe essere più ricca della Germania.

In paesi come gli Stati Uniti al debito pubblico si somma un enorme debito privato. Come il consumismo di massa, anche la crescita abnorme del debito privato è una conseguenza delle politiche keynesiane. Non tutti sanno che Keynes invitava i governo ad abbassare il costo del denaro per incoraggiare gli investimenti. Ebbene, è stato proprio l’abbassamento eccessivo del costo del denaro promosso dalla Federal Reserve nel 2001 a scatenare negli Stati Uniti la tempesta di debiti, prestiti bancari non garantiti (subprime) e insolvenze, che hanno provocato fallimenti a catena di banche (cfr. Hunter Lewis, Tutti gli errori di Keynes. Perché gli Stati continuano a creare inflazione, bolle speculative e crisi finanziarie).

Andare contro la legge divina e naturale non conviene mai. Ad esempio, sul breve periodo rubare può portare benefici ai ladri, ma sul lungo periodo impoverisce la società intera e quindi anche gli stessi ladri. Tassare a morte le imprese e indebitare i cittadini a loro insaputa non è tanto diverso dal rubare. I cattolici per primi dovrebbero saperlo, i cattolici per primi dovrebbero battersi contro la teoria di Keynes e le altre teorie economiche che contraddicono esplicitamente la legge divina e naturale. E invece, la stragrande maggioranza dei cattolici tifano per la “ridistribuzione delle ricchezze” perché odiano il capitalismo ed odiano il capitalismo perché odiano i “ricchi”. Essi sono convinti che i “ricchi” rubano ai “poveri” tramite il capitalismo e quindi chiedono a Cesare di togliere ai “ricchi” per restituire ai “poveri” ciò che è stato loro tolto.

Ma in realtà, Gesù non chiede a Cesare di togliere a Epulone per dare a Lazzaro: casomai esige che Epulone aiuti Lazzaro in prima persona. Inoltre, non dice che investire e moltiplicare i talenti significa rubare ai poveri. I ricchi delle parabole non rubano a nessuno: creano ricchezze per sé stessi e per le persone che stanno alle loro dipendenze. Quando leggono la parabola dei talenti e le parabole dei ricchi virtuosi, la stragrande maggioranza dei cattolici mettono le mani avanti: “Il servo buono e i ricchi virtuosi sono solo figure simboliche, le parabole contengono significati spirituali, non insegnamenti economici”. Certo che contengono significati spirituali. Ma se Cristo avesse disapprovato il capitalismo, avrebbe accuratamente evitato di paragonare il buon cristiano al buon capitalista. Non avrebbe certamente avuto difficoltà a paragonarlo a qualcun altro. E se avesse pensato che è impossibile essere ricchi ed essere cristiani allo stesso tempo, non avrebbe paragonato il Padre a varie figure di ricchi virtuosi. D’altra parte nella Bibbia c’è scritto nero su bianco, al di fuori di ogni metafora: «La ricchezza, se è senza peccato, è un bene» (Siracide 13,24). Ci riflettano bene i cattolici.

Giovanna Jacob

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34 Commenti

  1. Filippo81 scrive:

    Infatti , al Cattolico non servono assolutamente le teorie di Keynes, così come quelle altrettanto sbagliate di Milton Friedman e discepoli, ole teorie di chiunque altro.Al Cattolico non serve proprio alcuna teoria o dottrina, ha un’Altro come punto di riferimento, che lo guida anche nelle scelte di carattere politico-sociale.

  2. oikos scrive:

    credo che la jacob abbia capito ben poco le teorie di keynes

  3. beppe scrive:

    cara giovanna, oggi ho ascoltato un tg da incubo: la morte della figlia di withney houston, l’attesa per la sentenza di avetrana, le indagini sul dj che guidava drogato contromano, le notizie sullo sgozzamento di ismaele ( che nome suggestivo, quello che secondo il corano prende il posto di Isacco) , gli sviluppi dell’omicidio della tabaccaia di asti, il geometra calabrese che ha investito e ucciso un disoccupato, un altro che è stato investito e quasi ucciso da uno che aveva respinto dalla discoteca…e devo aver dimenticato qualcosa. ah, che il peccato originale non esiste e che Oddifreddi sta per trasferirsi sulla terra parallela.

    • SUSANNA ROLLI scrive:

      Dopo il Tg io ci metto un pò per riprendermi, sia quello della tv di stato, sia quello delle tv private…

  4. Cisco scrive:

    “se Cristo avesse disapprovato il capitalismo, avrebbe accuratamente evitato di paragonare il buon cristiano al buon capitalista.”

    Qui si fa un bel pò di confusione: ma di quale capitalismo stiamo parlando? Nelle socialdemocrazie il capitalismo esiste, sia in Svezia che in Cina. Il problema è sempre cosa intendiamo per capitalismo, che non è sinomnimo di ricchezza: come avrebbe fatto Cristo a parlare del capitalismo, se esso è nato secoli dopo? Non ha neanche parlato di preservativi e bombe atomiche se è per questo, ma ciò non significa che le approvi! Il cristianesimo è molto semplice: l’accumulazione di capitale è lecita nella misura in cui è un mezzo e non un fine. Il padrone (capitalista) deve trattare bene il servo (dipendente).

    Basta leggersi la Rerum Novarum:
    “2. Comunque sia, è chiaro, ed in ciò si accordano tutti, come sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell’uomo. Poiché, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balda della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un’usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa., continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all’infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile.”

    Come si vede il problema non è “capitalismo sì capitalismo no” (anche se, ripeto, tutto dipende da cosa si intende per “capitalismo”): il problema è che la cupidigia dei padroni può rendere schiavi i dipendenti, che sono più deboli. E questo può avvenire in qualunque sistema economico, anche se l’Enciclica è stata scritta come critica sia a una socialdemocrazia che esalta lo scontro sociale tra classi, sia a un capitalismo senza scrupoli.

  5. Marco scrive:

    Sinceramente non ho capito l’intento dell’articolo. Mischia cose molto diverse tra di loro facendo molta confusione.
    La macroeconomia si occupa dei fondamentali economici e di chi debba avere il potere di utilizzarli. Il fatto che poi qualunque sistema si scelga, la moralità abbia un effetto mi pare evidente ma questo cosa c’entra con l’economia? E’ come se confondessimo la proprietà di un campo da coltivare con la buona o cattiva volonterosità dei lavoratori. Gli agricoltori possono lavorare bene sia se il campo è di loro proprietà o che se è del feudatario. Ciò di cui si discute è chi debba essere proprietario del campo che tradotto significa: chi è proprietario della moneta? Chi deve avere il potere di decidera quando aumentare la liquidità o diminuirla? Lo stato e quindi i cittadini o un sistema bancario privato? Gli operai del campo possono avere i mezzi per lavorare o devono chiederli pagando un interesse al padrone del campo?
    PS Sei così sicura che il debito pubblico sia una sciagura e che, se incrementato con una contropartita di benei e servizi non sia il mezzo più semplice per distribuire ricchezza e prosperità a tutti?

  6. laura scrive:

    evviva l’economista de noantri … che cosa serve studiare l’economia quando ci pensa la Jacob a spiegare tutto (chissà come sarà contenta l’università di milano a vedere il suo nome associato a questo guazzabuglio ideologico).
    Con la logica della signora potremmo dire che gli apostoli erano comunisti visto che dividevano il tutto ….
    ma forse la fantaeconomia della signora è più divertente

    • Giovanna Jacob scrive:

      In effetti, studiare economia no serve a molto e mi dispiace per chi lo hai fatto. Forse la laurea alla Bocconi apre molte strade nel mondo del lavoro, ma niente iù di questo.Gli economisti si credono scienziati ma sono solo ciarlatani: ci sono libri che dimostrano come la presunta “scienza economica” non ne abbia azzeccata mai una. L’economia deve tornare ad essere quella che era prima dell’involuzione pseudo-scientifica: una dottrina morale e filosofica. La mia sarà pure fanta-economia, ma sicuramente non fa danni o almeno non ne fa tanti quanti ne fa la fanta-economia di Krugman-Keynes, che ha portato i paesi occidentali sull’orlo del baratro.

      • laura scrive:

        sul baratro i paesi occidentali ci sono andati dopo 20 anni di liberismo. keynes era stato ampiamente sconfitto fin dagli anni 70.
        Studi, poi magari ne riparliamo
        e per inciso non si permetta di dire che tutti i lavoratori pubblici non lavorano

        • Giovanna Jacob scrive:

          Al prossimo sciopero selvaggio all’Atac e a Pompei e al prossimo episodio di malasanità, provi lei a convincere la folla inferocita che i dipendenti pubblici sono lavoratori indefessi. E studi lei: dalla fine della guerra tutti i governi occidentali non hanno mai smesso di applicare il “deficit spending” e altre porcate keynesiane. Provi a dimostrarmi il contrario.

          • laura scrive:

            Non ho detto che tutti i dipendenti pubblici sono lavoratori indefessi. Ho detto che NON tutti i dipendenti pubblici sono nullafacenti. capisco che la sua ideologia la acceca ma non è autorizzata a spargere menzogne e idiozie.
            UK e USA certamente dagli anni ’80 in avanti non hanno applicato politiche keynesiane ma liberiste (da Tatcher e Reagan), e la ripresa economica in USA, dopo il 2008 si è vista quando Obama ha investito e messo risorse pubbliche nel sistema (825 miliardi di dollari). Si informi lei.

        • Filippo81 scrive:

          Una cosa è certa ,Laura,grazie soprattutto all’eurozona, il debito pubblico di vari Paesi europei sta salendo in modo vertiginoso.Se l’eurozona sia un fenomeno “liberista” o “keynesiano” non lo so ,e sinceramente non me ne può frega’ de meno.Una cosa è certa, l’eurozona è una grande truffa , una disgrazia per la maggioranza degli Europei e una manna per una ristretta cricca di soliti noti. Sono d’accordo sul fatto che non si può generalizzare per quanto riguarda i dipendenti pubblici,i lavativi e i paraculi ci sono ovunque, anche nel privato,continuare a sparare nel mucchio è una fregna..ia .Distinti saluti.

          • laura scrive:

            Caro Filippo,
            credo che il debito pubblico non stia salendo in modo vertiginoso per colpa dell’eurozona ma per colpa dell’austerity. Le ricordo che fino al 2008 l’Italia (e con lei altri paesi euro) hanno potuto beneficiare di tassi di interesse bassi e infatti tra il 1996 e il 2000 e poi tra il 2006 e il 2008 il debito diminuiva. E nel piccolo da quando c’è l’euro ad esempio si paga un minor interesse sui mutui per la casa.
            Francamente sarei più prudente prima di dire che l’euro è una fregatura
            Laura

            • Filippo81 scrive:

              Cara Laura, l’austerità è uno dei cavalli di battaglia della bce,quindi la crescita del debito pubblico non è una coincidenza.Tra l’altro con la separazione della Banca d’Italia dal Tesoro nel 1981 si sono gettate le basi per la crescita esponenziale del debito pubblico stesso, l’eurozona è stato poi il naturale approdo.I pochi benefici conseguiti sono di gran lunga inferiori ai devastanti danni che stiamo subendo grazie all’euro. In questo modo il debito pubblico continuerà a crescere robustamente, possiamo privatizzare anche il Monte Bianco e l’Etna, ma grazie al fondo salva Stati,al patto di stabilità,al signoraggio bancario,ecc in parole povere grazie alla perdita della sovranità monetaria e politica andremo sempre peggio.Rispetto assolutamente le tue idee, Laura,ma io non solo dico che l’euro è una grande fregatura, ma lo grido dai tetti .Distinti saluti.

              • Giovanna Jacob scrive:

                Laura e Filippo 81 propongono qui un altro noto raggiro sofistico proposto dai consiglieri di frode keynesiani (due bolge sopra la decima, dove stanno i falsari): sciorinando termini pseodu-scientific, che servono ad intimorire i profani e scoraggiare ogni critica, vogliono farci credere che il debito pubblico è cresciuto per colpa della Bce e dell’euro!! Ha ha ha ha ha…. Dire che è stato l’euro a fare crescere il debito è come dire che la febbre a 42 l”ha provocata il termometro e che quindi era meglio no misurarsi la febbre. La verità è che, a causa delle politiche di deficit-spending democristianista-socialisticheggiante (Dc e Psi) il debito a cominciato a salire vertiginosamente verso l’alto già alla fine degli anni Sessanta ed è esploso nei primi anni Novanta. Già verso il 199, quando l’euro non c’era, i governi si trovavano nella necessità di alzare le tasse per cominciare ad estinguere il debito: allora dopo il boom degli anni 80 ci fu recessione. Per curare la recessione il governo dll’ulivo nel 1996 ha ripreso con le politiche keynesiane: deficit spending a manetta, altro debito eccetera. Quando la lira fu mandata in pensione, il debito mostruoso accumulato fino a quel momento semplicemente uscì allo scoperto: l’euro, come un termometro, lo aveva fatto sentire sulla pelle della gente. Infatti da quando c’è l’euro, è come se ci fosse un minimo di “gold standard”: il denaro non può più essere falsificato dai falsari della decima bolgia della banca d’Italia per coprire il debito in maniera fraudolenta, quindi il debito si sente che c’è e bisogna pagarlo con le tasse invece che con l’inflazione (che è una tassa occulta). Nei decenni precedenti c’era, lo pagavi ma non sapevi di pagarlo: i fraudolenti della banca d’Italia rubavano i tuoi risparmi con l’inflazione. Ovviamente, c’è una soluzione razionale per risolvere il rpobema del debito: tagliare la spesa pubblica. MA questo nessun fgoverno lo farà mai, perché i politici comprano i voti proprio distribuendo posti di lavoro pubblici inutili e sussidi (vedi Renzi, che si è comprato il consenso regalando 80 euro alla gente, che non sa che quegli 80 euro poi sono tolti loro con l’iva e altre tasse).

                • Filippo81 scrive:

                  Cara Giovanna ,ste storielle da Libro Cuore valle a raccontare a mio nonno! SVEGLIAAAAA !

                • ElAl89 scrive:

                  Non capisco cosa possano aver fatto di così tanto male male i “NeoKeynesiani” alla Dott.ssa Jacob. Si meritano addirittura l’assegnazione ad una bolgia infernale, assegnazione fatta in un evidente delirio di onnipotenza che ha portato la nostra autrice ad arrogarsi il diritto divino di giudicare. Sono uno dei quei italiani che questo mese (guardi il caso) è stato in coda davanti ad un consolato americano ( sì, mi sono sforzato di leggere qualche altro suo articolo per capire meglio il suo pensiero) , che tra qualche settimana partirà per gli US per proseguire gli studi e che spera di tornare al più presto in questo paese. Posso chiederle il suo curriculum accademico? Cos’ha studiato e dove ? Perché le analisi scritte negli articoli che ho letto puzzano di una superficialità quasi comica, se non fosse per le troppe persone che sembrano condividere questi ragionamenti sghembi, trasformando il comico in tragico.

                  • Giovanna Jacob scrive:

                    Che mi hanno fatto i keynesiani? Nulla di grave: hanno solo mandato il mio paese sull’orlo del default ossia della disperazione assoluta… Sa com’è, io ho una laurea in Superficialità comica e grottesca, e pensi che un saccio di gente clicca “consiglia” alle mie lettere. P. S. negli US ci sono appena stata e mi dispiace solo di non esserci restata.

        • Tommasodaquino scrive:

          Cioè quindi la spesa pubblica aumentata di percentuali a due cifre ed il fatto che Krugman sia dichiaratamente keynesiano, dimostrano che la colpa della crisi è del liberismo e che keynes è stato sconfitto negli anni ’70? per caso ha presente il significato della parola LOGICA?

        • Riccardo scrive:

          Sig.ra Laura, devo per caso pensare che anche in Italia siamo sul baratro a causa di anni di liberismo? Allora Lei non ha bisogno di studiare, per partecipare a una puntata di Zelig!
          Il liberismo in Italia, purtroppo non l’abbiamo visto manco con il binocolo;

          ci siamo tutti abituati (imprenditori inclusi) a pensare che ci fosse lo Stato a pensare ai nostri bisogni.

          Non mi risulta poi che la Sig.ra Jacob abbia scritto che TUTTI i lavoratori pubblici non lavorino…
          certamente l’inefficienza è sotto gli occhi di tutti (certo, come lo è anche in misura minore, nell’impresa privata).

  7. Tommasodaquino scrive:

    Questi sono gli articoli che vorrei leggere di più a firma Giovanna Jacob

  8. oikos31 scrive:

    Quello che più mi disturba di questo delirio della Jacob è che la Bibbia venga utilizzata in modo improprio ( come del resto fanno le sette protestanti) per propagandare le sue convinzioni ultracapitaliste.
    Mi fa specie poi che dei lettori cattolici possano dare credito a delle idee calviniste….. dovreste leggere qualcosa della dottrina sociale della Chiesa , per avere una minima idea della posizione Chiesa Cattolica sul capitalismo e sull’ultraliberismo finanziario.

  9. oikos31 scrive:

    Quello che più mi disturba di questo delirio della Jacob è che la Bibbia venga utilizzata in modo improprio ( come del resto fanno le sette protestanti) per propagandare le sue convinzioni ultracapitaliste.
    Mi fa specie poi che dei lettori cattolici possano dare credito a delle idee calviniste….. dovreste leggere qualcosa della dottrina sociale della Chiesa , per avere una minima idea sulla posizione della Chiesa Cattolica sul capitalismo e sull’ultraliberismo finanziario.

  10. franco maraschi scrive:

    Mai letto tante fandonie su Keynes in un articolo solo, che poi le universita’ sarebbero in mano ai keynesiani….non risulterebbe proprio… E’ stato proprio grazie alle VERE teorie keinesiane se l!italia, l’europa, il mondo occidentale, hanno conosciuto la crescita, il benessere negli anni 1945-1975, e diminuito quasi azzerato i debiti del 1945: proprio, esattamente, specificatamente, applicando le politiche keinesiane(1945-1975 circa). Tanto per capire chi comanda, Il prode Renzi da quando c’e’ lui, ha trasferito un po’ di tasse dalle multinazionali alle pmi, cosi’ per la cronaca.

    • Riccardo scrive:

      Sig. Maraschi, il benessere che giustamente lei riconosce a quel periodo non è dovuto alle politiche di Keynes, quanto piuttosto al boom demografico, a ridotta regolamentazione (non c’erano tutte le assurde normative di oggi che disincentivano la libera iniziativa), infine alla voglia di fare da parte del privato.

  11. Rodolfo86 scrive:

    L’unica scuola economica capace di risollevarci dalla crisi é la Scuola Economica Austriaca, la quale è rappresentata principalmente da Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek e Murray Rothbard. Questa scuola, diversa da quella keynesiana e dalla scuola di Chicago, è basata sui seguenti principi: 1. L’economia è una scienza umana e sociale. 2. Lo Stato é una struttura monopolistica che distorce il libero mercato, quindi le funzioni dello stato devono essere ridotte al minimo. 3. La moneta a corso forzoso é dispotismo, quindi deve essere ripristinato il gold standard. 4. La proprietá privata è sinonimo di libertà. 5.La riserva bancaria deve essere portata al 100% e le banche centrali devono essere abolite. La teoria austriaca del ciclo economico è una delle poche teorie che spiegano la causa dei cicli di boom economico e recessione (la moneta cartacea emessa dalle banche centrali e prestata alle banche private). Sito web: http://www.vonmises.it

    • oikos31 scrive:

      le prelibatezze della scuola austriaca sono proprio quelle che ci stanno facendo sprofondare nel fango

      • diabolik scrive:

        Questi si preoccupano della Scuola Austriaca,Oikos, e la troika ci sta facendo un mazzo come una bocca di vulcano !

  12. Leonardo Sperduti scrive:

    Ammesso che Dio esista, credo si stia facendo grasse risate nel leggere una tale quantità di sciocchezze.

    • diabolik scrive:

      E intanto tu le “sciocchezze” che noi, modesti cittadini, scriviamo , LE LEGGI !!! ah ah ah. Dio esiste e sicuramente ride di noi ma di te può solo sghignazzare !!!!

  13. giovanni scrive:

    Io invece avverto tanta supponenza e ignoranza sia dell’economia che delle scritture, usate a uso e consumo dell’autrice di questo insulso articolo. Allora quando Cristo consigliò al giovane ricco di vendere tutti i suoi beni, dare il ricavato ai poveri e seguirlo oppore quando disse che “è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli era keynesiano o jakobiano? Ma per favore!

  14. Luigi scrive:

    Se per lei l’economia è troppo difficile allora si occupi d’altro, evitando di appestarci con i suoi deliri psicomoralisti. Grazie.

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