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Onorevole pellegrino

agosto 3, 2011 Redazione

Sessanta parlamentari di entrambi gli schieramenti in Terra Santa. Preghiere, fatica, canti in compagnia. E nessun privilegio da “casta” (a parte un giro in cammello)

Le torce illuminano la montagna. Un serpentone composto da tante piccole luci indica la strada da percorrere. Saranno le tre di notte, forse le tre e mezzo. Abbiamo lasciato il monastero di Santa Caterina da circa un’ora per intraprendere quella che potrebbe sembrare un’impresa folle: salire sulla vetta del monte Sinai. Il luogo dove, secondo la Bibbia, Dio sancì la propria alleanza con il popolo di Israele consegnando a Mosè le tavole della legge. Alcuni non dormono da più di 12 ore, ma non importa. Schivando i beduini che offrono comodi passaggi in cammello al costo di 10 euro, proseguiamo l’ascesa. Siamo partiti in mattinata da Roma, volo diretto per Ovda. Da lì, in pullman, abbiamo raggiunto Eilat, la città più a sud di Israele. Un lembo di terra che si affaccia sul Mar Rosso. Quindi abbiamo attraversato il confine e siamo entrati in Egitto. Lo abbiamo fatto a piedi perché i pullman e le guide israeliane devono rimanere dall’altra parte. Ancora un paio d’ore di strada e siamo arrivati alle pendici del monte Sinai. Il tratto distintivo di questa prima parte del nostro viaggio è stato il deserto. Immense distese di niente intervallate da catene montuose. E il deserto, si sa, offre pochi comfort. Siamo “onorevoli pellegrini”: sessanta parlamentari appartenenti ad entrambi gli schieramenti accompagnati dalle loro famiglie. Con noi anche il presidente del Senato Renato Schifani, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, i sindaci di Roma e Palermo Gianni Alemanno e Diego Cammarata Fosse vera la teoria della casta, troveremmo ad attenderci ostriche e champagne. Invece trascorriamo le due ore scarse che ci separano dalla partenza per il Sinai in stanze assai modeste. Eppure, al di là delle battute di rito sull’unico, piccolo asciugamano presente nella stanza, nessuno si lamenta eccessivamente. E anche questo, forse, è un piccolo miracolo di quella che è ormai diventata una tradizione all’interno del Parlamento. Tutto è iniziato cinque anni fa quando Maurizio Lupi assieme al cappellano di Montecitorio sua eccellenza Rino Fisichella decisero di proporre, a chi era interessato, il gesto semplice del pellegrinaggio.


 


Non un’iniziativa estemporanea, ma un segno concreto della presenza di una piccola comunità che, proprio tra le mura della Camera, si andava via via formando. Terra Santa, Turchia, Portogallo, Grecia e, quest’anno, ancora Terra Santa. Il piccolo gruppo iniziale si è ingrandito a vista d’occhio. Al centro il desiderio di andare al fondo della propria esperienza cristiana. Condividere la fede, ognuno con i suoi dubbi e i suoi difetti, per poi tradurre i frutti di questo cammino nel proprio impegno di politico nazionale e locale. E se lo scopo è questo, si può sopportare qualche disagio, anche se c’è di mezzo la “casta”.Ore cinque. Dopo tre ore di ascesa siamo sulla vetta del monte Sinai. L’ultima parte del tragitto è composta da gradoni di roccia che spezzano fiato e gambe. La fatica e il sonno si fanno sentire. Qualcuno, stremato, ha ceduto alla lusinga del cammello. Può succedere, ma l’importante è essere in cima. Non siamo i soli. Le lingue e le voci si mischiano durante il cammino. Tedeschi, americani, russi. La santità del luogo richiama pellegrini da ogni parte del mondo. Sulla vetta una piccola chiesetta ortodossa. Ci sistemiamo alla meno peggio in attesa dell’alba. Piano piano la luce si fa più intensa svelando le forme delle montagne. Ne approfittiamo per un breve momento di riflessione e per pregare. Quest’anno il tema del pellegrinaggio è una frase di Sant’Agostino: “Siamo posti a capo e siamo servi: siamo capi, ma se serviamo al bene di qualcuno”.


 


Una sintesi perfetta di quelloche dovrebbe essere il significato della politica. Poco distante un gruppo di seminaristi cinesi celebra la messa. La temperatura comincia ad alzarsi, meglio tornare a valle.Giusto il tempo per recuperare un po’ di forze, e siamo ancora in strada. Prima la visita al monastero di Santa Caterina dove si trova quello che, secondo la tradizione, è il roveto ardente da cui Dio parlò a Mosè. Poi la partenza verso Taba, ultima cittadina egiziana al confine con Israele. Trascorreremo la notte lì. Costeggiamo il Mar Rosso. Lungo la riva si moltiplicano i villaggi turistici. Sembrano abbandonati. Alcuni addirittura sono stati costruiti a metà, come se un’imminente sciagura avesse obbligato gli operai a fuggire all’improvviso. I sacrifici sono tutt’altro che finiti. Per prendere il volo che da Eilat ci porterà a Tel Aviv dobbiamo alzarci ancora all’alba. Bagaglio a mano attraversiamo nuovamente a piedi il confine. Da Tel Aviv viaggiamo in pullman fino a Nazareth. Il nostro pellegrinaggio sulle tracce di Cristo parte dalla Galilea. La prima grande domanda con cui dobbiamo fare i conti è quella sulla storicità dei posti che stiamo visitando. Partendo dai testi sacri e dalle fonti storiografiche, attraverso scavi archeologici, i francescani hanno riportato alla luce gran parte dei luoghi che hanno segnato la vita di Gesù. Ma c’è di più. In fondo, come recita una frase di Mortimer Wheeler, «l’archeologo ricerca le persone più che le cose». Così, il fatto che alcuni di questi luoghi fossero, già nel primo secolo, centrali nel culto dei cristiani conferma la bontà delle ricerche fatte. Ed ecco, all’interno della basilica dell’Annunciazione costruita attorno alla casa dove Maria ricevette dall’angelo l’annuncio, una pietra su cui qualcuno più di mille anni fa ha scavato con molta semplicità le parole “Ave Maria”.


 


Il pellegrinaggio procede verso Tiberiade. Qui, nonostante l’ora tarda, ci attende fra Stefano De Luca. È un archeologo francescano. La passione con cui parla vince la stanchezza. Ci racconta di Cafarnao, “la città di Gesù”. Quella dove, ospite della casa di Pietro, trascorse gran parte dei tre anni della sua vita pubblica. Oggi l’obiettivo è di trasformare questi scavi in un museo che possa accogliere i pellegrini che, ogni anno, arrivano da tutto il mondo. Un museo che offra un quadro completo di cosa accadde in quei luoghi 2000 anni fa. Non serve parlare di più. All’unanimità la platea si impegna a sostenere il progetto: “Siamo capi, ma se serviamo al bene di qualcuno”. Il giorno seguente tappa al monte delle beatitudini e a Cafarnao. Poi il santuario della moltiplicazione del pane e l’attraversamento in battello del lago di Tiberiade. Il clima è gioioso. La salita al monte Sinai sembra non aver lasciato tracce. Si canta a squarciagola. Gli ultimi tre giorni del pellegrinaggio li trascorriamo a Gerusalemme. Prima tappa lo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto. Proseguiamo alla volta di Betlemme. Qui ci attende uno studente dell’università Lateranense. Suo padre è un artigiano del legno come molti di coloro che abitano qui. Purtroppo negli ultimi anni il commercio, complice la situazione geopolitica, ha subìto una brusca frenata e solo un incremento dei pellegrinaggi può servire a riavviare l’economia.


Il pullman si muove nelle strette stradine della città e si ferma davanti ad una piccola casa, troppo piccola per ospitare tutti. Fuori si forma una lunga fila che incuriosisce i vicini affacciati alle finestre. Dentro ognuno compra qualcosa: un presepe, un rosario, una piccola croce. Non si tratta sul prezzo, si compra. Stessa cosa accade più tardi quando raggiungiamo una cooperativa di artigiani arabi. La solidarietà passa soprattutto attraverso questi gesti concreti. Celebriamo la Messa nella chiesa della Natività e torniamo verso Gerusalemme. Gli ebrei che, con i corpi ondeggianti, pregano davanti al muro del tempio, richiamano alla mente le parole di Cesare Pavese: «Forse qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?». Eccolo qui il popolo della promessa. Poco distante il calvariocon il buco della croce e il Santo Sepolcro. Per i cristiani, il compimento della promessa.Padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa, e monsignor Fouad Twal, patriarca di Gerusalemme, ci raccontano cosa significa essere oggi cristiani in questi luoghi. Non è facile, per questo c’è il bisogno del sostegno di tutti. E la presenza di 60 “onorevole pellegrini” è ovviamente un buon inizio. Anche il cardinale Angelo Bagnasco, a Gerusalemme con un gruppo ligure, coglie l’occasione per incontrarci. E siccome l’emozione gioca spesso brutti scherzi, Dorina Bianchi dimentica per un attimo di essere parlamentare del Pd e, davanti al presidente della Cei che le domanda per che partito militi, risponde: «Pdl!». Si finisce con la cena. Su uno schermo scorrono le fotografie delle facce dei pellegrini. Facce felici.
 

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