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In onda speciale su Marija Judina, la pianista che ha commosso Stalin

luglio 7, 2011 Caterina Giojelli

Domani alle 23.30 va in onda su canale 5 uno speciale dedicato a Marija Judina, la pianista che ha fatto piangere Stalin. Ripubblichiamo un’intervista a Giovanna Parravicini, ricercatrice di Russia Cristiana

Il prossimo 8 luglio andrà in onda alle 23.30 su canale 5 uno speciale su Marija Judina. Per ricordare chi è la pianista che riuscì a commuovere Stalin, ripubblichiamo l’intervista di Caterina Giojelli a Giovanna Parravicini, ricercatrice di Russia Cristiana, il centro fondato da padre Romano Scalfi nel 1957 a Milano come ponte fra le tradizioni cristiane di Oriente e Occidente. L’articolo è apparso sullo speciale Meeting 2010 di Tempi.

«Ah, Marija Veniaminovna, noi la porteremmo in trionfo se solo… se solo Lei non credesse in Dio!». «Non si darà mai il caso che mi portiate in trionfo, Pavel Fëdorovic – aveva risposto sorridendo a quel conoscente che aveva fatto carriera nel partito –. Non rinnegherò la fede e Dio. Sarete voi, invece, a venire tutti dalla nostra». Capelli lisci, volto assorto e abiti scuri, a Marija Veniaminovna Judina non servivano i trionfi. Era molto poco quello di cui aveva bisogno per vivere: libri, spartiti, una modesta stanza, quasi interamente ingombrata dal pianoforte a coda. Perché Marija Veniaminovna Judina era la più grande pianista russa del Novecento.
Giovanna Parravicini la incontrò solo molti anni dopo il suo primo viaggio in Russia.

Allora Parravicini non sapeva che presto Mosca sarebbe diventata “casa sua”. «Era il 1979 e con la scusa ufficiale di frequentare un corso di lingua avevo varcato la cortina, alla ricerca di quella Russia sommersa che attraverso il samizdat e l’incessante lavoro di padre Romano Scalfi e don Luigi Giussani avevo potuto conoscere e amare in Italia». Parravicini è oggi ricercatrice di Russia Cristiana, il centro fondato da padre Scalfi nel 1957 a Milano come ponte fra le tradizioni cristiane di Oriente e Occidente, nonché direttore dell’edizione russa della rivista La Nuova Europa. Nel 2008 ha dato alle stampe per la Bur Liberi, una raccolta di storie e testimonianze che nelle tenebre del regime sovietico riaccesero la fiaccola della speranza, «tasselli del grande affresco della rinascita dell’io nella Russia di quest’ultimo secolo». Tra i nove, scelti da Parravicini, figura Marija Judina, la pianista che con il tocco delle dita – «artigli d’aquila» le chiamava l’amico Shostakovic – rendeva i tasti del pianoforte una fonte di inesauribile bellezza. «Scriveva di sentirsi appartenere a quella famiglia di cui Dostoevskij dice: “Bisognerebbe tagliare la lingua a Cicerone, cavare gli occhi a Copernico, lapidare Shakespeare, per far sì che non si elevino al di sopra della massa”. “Sono l’ultima della serie, il fanalino di coda”, ripeteva, “ma son pur sempre imparentata con loro, se non per le mie doti almeno per l’impulso a osare”.

Le strade dei Solzhenitsin e dei Florenskij
Morì nel 1970 – un anno dopo un incidente d’auto che le costò alcune fratture alla mano destra – sconosciuta in Occidente ed emarginata in patria, dove pure era considerata un prodigio di perfezione musicale e tecnica. Ma il suo temperamento indomito e la fede le riservarono un posto speciale tra le pagine di quella storia scritta con la testimonianza, e molto spesso il sangue, di tanti irriducibili all’ideologia». Parravicini la “conobbe” così, percorrendo le strade dei Solzhenitsin e dei Florenskij, dei padre Men’ e dei tanti che illuminarono di speranza le pagine buie dell’ateismo di Stato. «Più percorrevo quelle strade più l’umanità potente della Judina irrompeva attraverso il ricordo vivo dei suoi amici. Quando uscì Liberi la sua figura fu quella che suscitò più interesse, in molti mi chiesero di approfondire la storia della sua vita. Tornai dunque sui passi percorsi per ricostruire i diversi momenti della vita della pianista.

Quello che ne scaturisce è un mosaico di racconti e di umanità che gravita attorno a lei, dal dittatore ai poveri di Leningrado, dagli Stravinskij agli Evtushenko, che ripropone alla Russia alla sfida che l’attende oggi: ricominciare dal miracolo, dal primato insopprimibile dell’uomo che ha resistito al moloch sovietico». Esito di questa ricerca è un nuovo libro, Più della musica, che uscirà ad agosto, nello stesso momento il regista Jakov Nazarov presenterà il suo film documentario Marija Judina. Una pianista nella leggenda, e in cui la sua allieva Marina Drozdova suonerà nello spettacolo di Andrea Chiodi dedicato alla vita artistica de La pianista che commosse Stalin. Teatro di questi eventi il Meeting di Rimini, nel cui titolo “Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore” Parravicini ha immediatamente colto la storia della Judina.

Un anello di congiunzione con l’arte
Marija Veniaminovna Judina nasce il 9 settembre 1899 a Nevel’, non lontano da Vitebsk, patria di Chagall, nella famiglia numerosa di un medico ebreo. Bambina prodigio, a soli 12 anni viene iscritta al conservatorio di Pietroburgo, dove inizia un cammino che attraverso la musica – ma anche lo studio di Platone, Agostino, Tommaso d’Aquino, dei poeti simbolisti come delle arti figurative, dell’architettura, del teatro e della filologia, la condurrà a vent’anni a chiedere il battesimo nella Chiesa ortodossa. «Conosco solo una strada che porta a Dio, l’arte – scrive nel suo straordinario diario di adolescente –. Non voglio affermare che la mia strada sia universale, so che ne esistono altre. Ma sento che questa è per me.

Questa è la mia vocazione. Io ci credo e credo anche nella forza che mi è data nel percorrerla. Io sono un anello di congiunzione nella catena dell’arte». «In capo a un anno avrebbe scritto: “Lo scopo ultimo di ogni cammino interiore è la fede, è la resurrezione universale”. Aveva cioè invertito l’ordine delle due stelle comete che la guidavano, prima Dio e poi la musica», spiega Parravicini. Diplomata con la medaglia d’oro nel 1921, ricevuto l’incarico di professore nel 1923, il suo appartamento sulle rive della Neva diventa un punto di ritrovo e luogo di animate serate letterarie e musicali.

Marija suona Bach, Beethoven, Schubert, Shumann e Brahms, ma anche i contemporanei Stravinskij, Hindemith, Casella e Simanovskij, i suoi amici sono Favorskij, Bruni, Filonov. Sono gli anni in cui le università iniziano a spopolarsi e sulla Chiesa si abbattono ondate di repressioni, anni illuminati dalla gioia dell’amicizia con padre Pavel Florenskij e segnati dal dolore per gli arresti degli amici Evgenija Otten, Michail Batchin, e per la morte del suo padre spirituale Feodor Andreev. Judina non esce indenne da queste drammatiche vicende, perché «ostenta la sua religione» e intitola gli esercizi di Bach “Gli apostoli in cammino” o “La guarigione del lebbroso”. Nel 1930 viene inscenata una campagna denigratoria che conduce al suo licenziamento dal conservatorio di Lenigrado.

Un requiem per le vittime del gulag
Oltre trent’anni dopo, il suo coraggio le varrà anche l’allontanamento dalle sale da concerto. «Una sera in cui il pubblico si ostinava a non volersi alzare al termine di un mio concerto nella sala Glinka – scrive la Judina nel suo diario – dopo aver suonato già vari bis esco per l’ennesima volta e li vedo tutti lì seduti. “Ma siete ancora qui?”; e tutti di nuovo ad applaudire. “In questo caso vi reciterò delle poesie”. E recito Zabolockij, e poi Pasternak e si leva un uragano di applausi. Ma a causa dell’ottusità di qualcuno si vendicarono di me e i miei concerti a Leningrado si interruppero». Nel 1933 la Judina viene assunta dal Conservatorio di Mosca e nel 1943 parte per il fronte, ma con come infermiera o interprete, come in un primo tempo avrebbe voluto, bensì per tenere concerti benefici alla radio o nelle sale della Leningrado stretta dalla morsa dei tedeschi. «È a questi anni che risale il leggendario episodio narrato dall’amico Sostancovic. Stalin ascolta alla radio il secondo movimento del concerto numero 23 K 488 di Mozart eseguito dalla Judina e ne rimane così colpito da chiedere immediatamente il disco, che però non esisteva trattandosi di un concerto eseguito in diretta.

Convoca allora d’urgenza la pianista e l’orchestra in una sala di registrazione e ottenuto il disco invia in ringraziamento alla Judina ventimila rubli, una cifra da capogiro per l’epoca. E la pianista risponde: “La ringrazio per il Suo aiuto, Iosif Vissarionovic. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso. La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado”. Si dice che quel disco venne trovato sul grammofono la notte che trovarono Stalin morto nella sua dacia. Ma pochi sanno che la Judina aveva sempre suonato quel secondo movimento interpretandolo come un requiem per le vittime del gulag».

La serratura non funziona
La potente, incredibile misericordia di questa donna riemerge di continuo nei ricordi degli amici, racconta Parravicini: «Non sopportava che l’uomo fosse ridotto all’ideologia, ai suoi occhi l’umano era una grandezza irriducibile, per questo superava ogni posizione ideologica – di destra o sinistra, dei dissidenti e dei comunisti – quello che le importava era salvare il cuore dell’uomo. Lo si vede in un episodio di sguardi, che la vede a tu per tu con lo scrittore Konstantin Fedin». Fedin, presidente dell’Unione degli scrittori sovietici, era stato uno dei principali denigratori di Boris Pasternak, amico della Judina dal 1929. Trascinato da un amico al concerto del 16 gennaio Pasternak era rimasto abbagliato ma anche confuso perché nella pianista aveva riconosciuto la donna dimessa, «con un paio di scarpe scalcagnate e una camicetta più che modesta» che qualche settimana prima si era recata da lui per chiedergli di tradurre delle poesie di Rilke che le servivano per il lavoro al Conservatorio. Allora le aveva risposto evasivamente chiedendosi come avrebbe fatto a pagargli il lavoro, ma durante l’intervallo del concerto le aveva mandato un biglietto: «Mi perdoni, non sapevo chi Lei fosse. Mi scriva, tradurrò tutto quello che vuole». «A motivo del conferimento del Nobel – spiega Parravicini – Pasternak divenne il bersaglio di una gravissima persecuzione e un’infuocata campagna denigratoria (la stessa che avrebbe colpito Solzhenitsin) alimentata da Konstantin Fedin. Tanto da morire letteralmente consumato da un tumore in sole cinque settimane.

Ed ecco il suo principale nemico accostarsi alla Judina. Con uno sguardo bruciante, in cui Marija legge: “Sì è vero, sono colpevole, ho tradito tutto e tutti. Ma forse non sono totalmente perduto”. Agli amici indignati, che le ribattono: “Non può essere, Fedin è caduto troppo in basso, non può rinascere a vita nuova”, Marija risponde: “Esiste una sola parola inconfutabile nella nostra vita: rimetti a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Questa era Marija Judina». La «sovrana libertà» della pianista, come diceva Pasternak, ebbe un prezzo molto alto. Una vita poverissima, «la serratura non funziona quindi non chiudo a chiave, tanto cosa c’è da rubare?», il pianoforte a noleggio perché non poteva permettersi di acquistarlo e faticava anche a pagare l’affitto, un amore, quello per uno dei suoi studenti, Kirill Saltykov, stroncato alla vigilia delle nozze, quando Kirill perisce durante un’escursione in montagna e a cui Judina resterà fedele per tutta la vita, accudendo i suoi familiari come fossero i suoi genitori. Una continua altalena di trionfi e veti, che le causa anche il licenziamento dal conservatorio di Mosca, ma le vale innumerevoli amicizie e la conduce anche all’Accademia teologica di Mosca grazie al rettore Filaret Vachromeev (attuale metropolita della Chiesa ortodossa russa): «Non erano maturi i tempi per accogliere studentesse, tuttavia Vachromeev le propose di suonare Bach per aiutare il corpo docente e gli studenti a “scoprire questo grande compositore così profondamente credente e fedele alla Chiesa. Questi concerti saranno il suo esame di maturità come musicista-teologa”, le disse Vachromeev».

Lo squarcio che si apre sul mondo
Judina accettò con gioia, come con gioia accettò ogni singola circostanza che le riservò la vita fino al giorno della sua morte, quel 19 novembre 1970. «Una gioia contagiosa dove c’era posto davvero per tutto, anche per le lacrime che i suoi amici si ricordano che versasse spesso e senza vergogna, sempre aperta alla domanda. Il suo è il “cuore misericordioso” di cui parla Isacco il Siro, uno dei Padri della Chiesa: “Che cos’è un cuore misericordioso? È un cuore che arde per tutto il creato, che si scioglie e non può sopportare di vedere e udire il minimo male, la minima sofferenza di qualche creatura in ogni istante offre preghiere per esse, per la grande misericordia che lo commuove a somiglianza di Dio”. Nel grigiore della periferia in cui la confinò il regime, preservata dal lager ma sempre partecipe del dolore degli altri, Marija Judina fa parte della schiera dei “santi”, canonizzati o no, che possono salvare la Russia di oggi dallo scivolare nel secolarismo, e ai quali l’Occidente deve guardare per ritornare al cuore dell’uomo e a quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi», conclude Giovanna Parravicini. «Dostoevskij ha detto che la bellezza salverà il mondo. È vero, perché la bellezza è l’energia di Dio, è la gloria dell’energia di Dio che trasfigura il mondo. La percezione della bellezza è sempre uno squarcio che si apre su un altro mondo, su un’altra realtà più grande, sul mondo della realtà, della grazia di Dio»: accompagnata da queste ultime parole, pronunciate da padre Vsevolod Shpiller all’omelia del suo funerale, morì la più grande pianista russa del Novecento. La pianista che commosse il dittatore.

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1 Commenti

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