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Nuove Br al processo: «Siamo qui per sovvertire lo Stato borghese»

maggio 22, 2012 Chiara Rizzo

Milano. Al processo d’appello bis al gruppo terroristico si scontrano le linee della difesa e dell’accusa. Intanto, i neobrigatisti ne approfittano per lanciare slogan: «Noi non siamo come i terroristi di Brindisi»

In aula c’è un certo tono da revival degli anni di piombo. Oggi al tribunale di Milano si è tenuta la seconda udienza del processo d’appello bis al gruppo milanese-padovano di neobrigatisti arrestati nel 2007 accusati, tra l’altro, di aver pianificato un attentato al giuslavorista Pietro Ichino (oggi senatore Pd). Si apre con la rinuncia dell’avvocato d’ufficio Giulia D., 30 anni, difensore dell’“ideologo” delle nuove Br Alfredo Davanzo, che dice di temere per la propria incolumità psico-fisica. Dopo la nomina d’ufficio di un nuovo difensore, Davanzo interviene: «Se vogliamo evitare incidenti burocratici chiariamo subito che non accettiamo nessuna difesa. Siamo capaci di difenderci da soli». E poi insiste: «Il codice penale è borghese e il nostro obiettivo è sovvertire lo Stato borghese». Negli stessi termini risponde anche l’altro imputato, Vincenzo Sisi: «Non riconosco gli avvocati come miei rappresentanti. Intendo difendermi da solo». Durante una sosta dell’udienza, Davanzo ai giornalisti parla della strage di Brindisi: «Noi non siamo terroristi che fanno morire i bambini. Chiedetelo alla Nato, che cosa hanno fatto».

Può essere considerato terrorismo il progettato attentato verso un singolo obiettivo, come nel caso delle nuove Br? Intorno a tale quesito si avvita il processo d’appello, riaperto dopo una sentenza di annullamento della Cassazione dello scorso febbraio. Dalla risposta ne deriveranno condanne sensibilmente ridotte e, soprattutto, una possibile diversa lettura delle nuove Br. Ha giustamente notato Pietro Ichino a proposito della sentenza della Suprema corte: «Noi “obiettivi di elezione” possiamo stare tranquilli: secondo la Cassazione questo non è terrorismo».

Ma secondo la ricostruzione fatta oggi in aula dal Procuratore generale, Laura Barbaini, si tratta di terrorismo. Barbaini ha ricostruito come i presunti brigatisti, agli arresti dal 2007, oltre a pianificare l’attentato a Ichino (con due o tre sopralluoghi per monitorarne gli spostamenti), progettavano di colpire anche il manager della Breda Vito Schirone, di incendiare la redazione del giornale Libero, un magazzino e uno “sportello Biagi”. Il pg ha anche ricordato che fu recuperato «un arsenale da guerra», con «kalashnikov, mitragliette Uzi». Così, ha spiegato il pg, «la violenza indiscriminata verso tutta la popolazione non è un requisito unico della strategia terroristica: in realtà anche la violenza contro l’obiettivo singolo e circoscritto, come nel caso di Ichino, in quanto paradigmatico alla finalità del terrorismo, e cioè contro l’obiettivo che rappresenti una garanzia del confronto democratico e dell’assetto istituzionale basato sullo scambio di idee, è già una violenza qualificata di tipo terroristico».

Durante la requisitoria, familiari e “compagni” dei neo brigatisti, presenti in aula, hanno commentato con forti mormorii di dissenso. «Ichino – ha proseguito imperterrita il pg – rappresenta il riformismo democratico, un uomo di “cerniera” che impedirebbe l’insurrezione armata degli operai che le nuove Br vorrebbero realizzare, così come essi stessi scrivono nel giornale Aurora, poi sequestrato. L’obiettivo, per i neobrigatisi, diventa colui che cerca di risolvere il conflitto di classe con un componimento democratico». L’accusa ha chiesto una riduzione al massimo di sei mesi per la maggiorparte degli imputati. Dunque, tra gli altri, 14 anni e 1 mese di carcere per i leader del Partito comunista politico-militare Davide Bortolato e Claudio Latino, 12 anni e 11 mesi a Vincenzo Sisi, leader della cellula torinese, 10 anni e 10 mesi per l’ideologo del gruppo Alfredo Davanzo.

Nella sua requisitoria Giuseppe Pelazza, storico difensore di fiducia di Bortolato, Latino e altri neobrigatisti, si è soffermato sul fatto che «nelle nuove Br c’era la metodologia terroristica, ma non la finalità. Non si può parlare di attentato, o di ferimento, come fa l’accusa, come se fossero realmente accaduti. Sono solo fantasie investigative, smentite una per una negli atti raccolti al processo di primo grado». Un altro difensore, Sandro Clementi, ha addirittura ricordato una sentenza del novembre 2011, della corte d’assise di Roma, che riguardava l’attentato alla caserma della Folgore, a Livorno, messa in atto nel 2006 dalle Brigate rosse – Partito comunista combattente di Roma. Ebbene, proprio i giudici romani, che l’avvocato Clementi elogia «per il coraggio», hanno emesso una sentenza di condanna per l’attentato ma non hanno riconosciuto le Br-Pcc come un associazione terroristica, «perché nemmeno quel gesto è stato ritenuto sufficiente: l’obiettivo infatti non era tanto la caserma, né instillare timore nella popolazione, ma solo quello di una propaganda armata, cioè una sorta di “dialogo” tra le cellule Br». Analoghi, secondo i difensori, anche gli obiettivi per le cellule milanesi oggi a processo, che per di più si fermarono solo a progettare gli attentati.

I neo Br milanesi, dal canto loro, durante l’udienza hanno esortato alla «lotta armata per la rivoluzione». La sentenza è attesa per il 28 maggio.

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