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Nostalgia di Gesù

gennaio 1, 1999 Kramar Silvia

Lontano dalle squinzie pellicole di Bernabei&C., l’America si ritrova
a discutere di Cristo davanti al film “The green mile”, storia
di un gigante nero con la faccia da bambino, scritta da Stephen King, maestro dell’horror. Commossa corrispondenza da New York

E’proprio sotto Natale che il cinema americano regala al pubblico i suoi film più belli, le storie da ricordare.

La nostalgia di Cristo? Da un romanzo di Stephen King Ma raramente, molto raramente, i critici americani si sono divisi con tanta spontaneità su una pellicola, odiandola o amandola profondamente, convinti di avere visto un film fallimentare oppure il prossimo oscar. E se la metafora non vi parrà esagerata, oseremmo dire che è un po’ come assistere a una discussione, animata e convincente, di un credente e di un agnostico, che dicono la loro sull’esistenza di Dio, che esiste ed è il creatore di tutto oppure non è niente: una delle tante bugie della storia. E Dio, che raramente trova un ruolo anche secondario in un cinema americano sempre dedito all’ateismo in un Paese che deve contenere ed accettare le ideologie di tutte le sue genti, Dio in effetti nel film “The green mile” ha un ruolo importante, lo si sente fin dalla prima immagine e lo si vede anche nell’ultima, in un film che è la parabola di Cristo e degli apostoli, del perdono e della cattiveria che, come dice uno dei protagonisti “sento dappertutto nel mondo, che mi circonda e mi entra nella testa, facendomi male come infinite schegge di vetro”. Hollywood con questa pellicola ha voluto rischiare: s’intitola “The green mile” ed è basata su un romanzo di Stephen King, proprio lui, il re dell’orrore, che per una volta ha voluto invece raccontarci una favola a lieto fine, piena di un cattolicesimo che commuove; il regista Frank Darabont, che l’ha diretta, era lo stesso che aveva portato sugli schermi “The shawshank redemption”, anch’esso tratto da un romanzo di King. Ed entrambi i film sono ambientati in un carcere di massima sicurezza americano, dove gli uomini aspettano la fine, dove non c’è redenzione ma solo colpevolezza, innocenza e perdono.

Via crucis di un dead man walking “The green mile” è il nome del corridoio del braccio della morte del carcere di Cold Mountain, nella Louisiana del 1935: un’America del Sud nel cuore della Grande Depressione, una terra dove si chiedeva a Dio di fare giustizia uccidendo i condannati a morte sulla sedia elettrica. In questo, passati più di sessant’anni, l’America non è cambiata: e ancora lo chiama “l’ultimo miglio” poiché, quando viene decisa l’ora dell’esecuzione, i prigionieri, al grido di “dead man walking” – cammina l’uomo morto- , in manette e scalzi, la testa rapata, vengono condotti dai guardiani verso la sedia elettrica, nella stanza dove c’è sempre un piccolo pubblico venuto a vedere la morte in diretta, credendo di trovare pace nell’osservare da vicino la fine di un assassino, di un violentatore, di un rifiuto della società. Quel miglio della prigione di Cold Mountain, nella Luisiana nel 1935 era di linoleum verde: e di prigionieri così effettivamente ne passavano tanti; li conosceva bene il guardiano capo, Paul Edgecombe, interpretato magistralmente da un Tom Hanks che ha già vinto due oscar e che se ne merita un altro: il secondo l’aveva vinto con “Forrest gump”, creatura innocente che filtrava il mondo nella sua semplicità; Edgecombe non ha questo lusso, la vita la vede nel calderone infernale dei peggiori crimini e peccati, nelle mani insanguinate di chi ha ucciso, negli sputi di chi nella cella ancora odia il mondo, negli insulti di chi non capisce che qui, a Cold Mountain, a pochi passi dalla morte, Edgecombe controlla il suo piccolo universo con una sola regola: mandiamoli a morire con decenza, da uomini, ricordandoci tutti che, quando ormai i lacci della sedia elettrica e i suoi elettrodi sfiorano la pelle, quando una mano sta per abbassare la leva della corrente, quando Edgecombe pronuncia la sentenza di morte richiesta da un giudice “giusto e in buoni rapporti con la legge dello stato”, in quei pochi secondi anche il peggior assassino torna bambino: e dopo anni di violenza, dopo una vita bruciata, sente paura.

Un Jesus da oscar Un giorno nel “Green mile” arriva un gigante nero: una montagna di carne e muscoli con una faccia da bambino: non sappiamo dove l’abbiano trovato, ma l’attore Michael Clarke Duncan è perfetto per la parte. Nel film si chiama John Coffey, “come la bevanda, sir, ma scritto diverso” dice Coffey a Edgecombe quando lo incontra, mentre i guardiani indietreggiano senza sapere se togliergli o meno le catene che porta ai polsi e alle caviglie perché grosso com’è potrebbe ucciderli tutti, se volesse. Eppure c’è qualcosa in lui che rasserena Edgecombe e lo spinge a chiedere: scopre che è stato accusato di aver violentato e ucciso due bambine, l’hanno trovato che se le stringeva addosso in una palude della Luisiana, l’avrebbero ucciso a forcate se lo sceriffo non li avesse fermati. “Ho cercato fino all’ultimo di riprenderle…”, diceva lui come se fosse un ritardato mentale preso da quel raptus che l’ha condannato alla sedia elettrica. Ma quella frase, nel film, assume un significato diverso quando Edgecombe scopre che il nero non è un assassino, che sa fare i miracoli, che guarisce, che quelle bambine aveva cercato di resuscitarle: e che è un Cristo nero che parla del bene e della cattiveria degli uomini, che vede cose che nessuno vede. “Una delle più belle creature di Dio”, diranno i guardiani della prigione quando impareranno a conoscerlo e ad ascoltarlo, come gli apostoli, mentre il ticchettio dell’orologio si avvicinerà alla fine. E invece di una croce di spine, a Coffey verrà messa in testa la cuffia bagnata della sedia elettrica, davanti agli insulti di chi è venuto a veder “friggere un mostro, un nero bastardo”. Ma lui non li ascolterà, mentre canterà “in heaven”, vado in paradiso, poiché come ultimo desiderio aveva chiesto di vedere, almeno una volta, un film: vedrà “Top hat” con Fred Astaire che cantava “Cheek to cheek”, sorridendo come un bambino al miracolo del cinema. E prima di morire, mentre i guardiani piangono come bambini, stringerà la mano ad Edgecombe e gli lascerà un regalo: un miracolo, che non vi diciamo per non rovinarvi la fine. Ma vi diciamo che non c’era nemmeno uno spettatore, all’uscita dal film, con gli occhi asciutti e che la storia rimane dentro, per giorni e giorni, riaffiora quando meno ce lo si aspetta e aiuta a pensare, ma pensare veramente, al Natale.

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