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Non si aiuta Scampia occupandola, ma occupandosene

febbraio 13, 2012 Chiara Sirianni

Perché Occupy Scampia è stato un flop? Per Vinicio Lombardi (Cdo Campania) «non serve un’attenzione mediatica particolare, ma interesse per le persone». Perché «o si urla il proprio sdegno e poi si va via o si rimane e si creano le condizioni per un po’ di umanità e legalità».

È tutto partito da un tweet, e sembrava l’inizio di una rivoluzione culturale. Gli elementi c’erano tutti: mobilitazione del web, indignazione, passaparola. Poi qualcosa è andato storto. Il 30 gennaio il quotidiano Il Mattino dà notizia di un coprifuoco, a Scampia e Melito, imposto dalle cosche mafiose a individui e attività: donne a casa dopo aver fatto la spesa, negozi chiusi tra le sette e mezza a e le otto. Limitare al massimo le uscite durante il giorno, e guai a chi trasgredisce.
Il giorno stessola notizia gira sui social network, e la deputata del Pd Pina Picierno usa twitter per lanciare un appello: “Per info, suggerimenti e volontari scrivete a #occupyscampia@gmail.com. Dimostriamo a ‘ste bestie che scampia non e’ cosaloro!#occupyscampia”. E il web risponde alla chiamata: centinaia di persone si danno appuntamento per  venerdì, alle 17, in piazza Giovanni Paolo II, nel quartiere napoletano. Con tanto di tende per occupare la piazza e far sentire la loro voce. Scampia, però, non è Zuccotti Park. E l’iniziativa si rivela un flop. Sia per la scarsa adesione effettiva (poche decine di persone) sia per la reazione degli abitanti del quartiere, infastiditi da quella che considerano una scampagnata terzomondista senza senso. In piazza, una scena deprimente: il popolo di Twitter non si è visto, nessuna ammissione da parte dei promotori («è colpa della neve»), di indignati venuti a mettere la faccia contro i boss, nessuno. Solo giornalisti, fotografi, televisioni.

Era un’iniziativa fallimentare in partenza? Per Vinicio Lombardi (del direttivo della Compagnia delle Opere Campania) che da anni contribuisce ad aiutare un quartiere altrettanto problematico, il Rione Sanità, il punto è semplice: «Non si aiuta un quartiere occupandolo, ma occupandosene. Scampia è un quartiere a rischio, come del resto la sottolineato il presidente della Municipalità Pisani, e come hanno spiegato i volontari. Ma non esiste nessun coprifuoco, e questo ha contribuito ad alimentare il panico». E poi Scampia non è solo camorra. «È come dire che a Napoli c’è solo spazzatura. Certo, c’è, ma non c’è solo questo. Da una parte c’è chi decide di urlare il proprio sdegno e poi se ne va, dall’altra ci sono tutti coloro che il quartiere lo vivono, e ogni giorno cercano di occupare, pezzo per pezzo, un po’di umanità e legalità. Abbiamo amici che lì fanno gli insegnanti, o che vivono in quelle case con dignità assoluta. C’è tutta una galassia di piccole aggregazioni che stanno alle spalle delle parrocchie, per esempio, non eclatanti, non da titolo di giornale, ma ci sono».

Scampia sono i cittadini onesti che ci vivono, Scampia è il centro Hurtado, Punta Corsara, i ragazzi del Don Guanella, il Mammut, le cooperative. Un popolo reale, di amici, che non si crea per l’occasione. «Il metodo corretto è partire dal buono, che già c’è. In questo modo invece gli abitanti si sono sentiti attaccati, non solo dalla criminalità, ma anche dai media e dal pietismo. È controproducente. Azzera tutto il lavoro. Questo sciacallaggio mediatico non aiuta chi lì vive, anche quando i manifestanti sono tornati a casa loro. Ora, a riflettori spenti, c’è il buio vero».

Un esempio fra i tanti: una società sportiva ha deciso di investire a Scampia, organizzando un corso per ragazze under 12. All’indomani della notizia del coprifuoco, una squadra napoletana si è rifiutata di disputare una partita con le ragazze, e non si è presentata all’incontro perché “nel vostro quartiere c’è il coprifuoco e abbiamo paura di venire a giocare”. Anche per questo lo sdegno sterile, oltre che a non aiutare, suscita fastidio: «Tanti pontificano su Napoli, grandi intellettuali compresi, senza vivere qui. È troppo facile parlare da fuori. È più utile stare dentro, e fare piccoli passi, accettando la sfida della realtà, con tutte le sue contraddizioni. Cose che possono apparire minuscole, contestualizzate sono successi enormi, da festeggiare. Bisogna sostenere il positivo, piccolo o grande che sia, e rilanciarlo. Perché il popolo possa in qualche modo rinascere, aggregarsi. Non per un tornaconto, ma per creare un bene per sé, e per i propri figli. A volte tutto parte da una partita a calcio, in oratorio. Non serve un’attenzione mediatica particolare. Occorre un interesse per la persona». 

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